Nell’articolo apparso qualche giorno fa su Civico20News dal titolo “Riarmiamoci! Ma perché all’Europa piace tanto la guerra?” il Prof. Elio Ambrogio affronta una serie di delicate questioni politiche, economiche e morali.
In sintesi, il Prof. Ambrogio pone l’accento sul fatto che, sebbene per decenni l’Europa si sia auto-presentata come un’istituzione capace di favorire la collaborazione fra i popoli attraverso la pace, nelle ultime settimane abbia repentinamente virato verso un’aggressiva “volontà guerresca” concretizzatasi nel piano “ReArm Europe” che prevede l’acquisto di nuovi armamenti per 800 miliardi di euro (che, considerati i 449,3 milioni di abitanti UE, coincide con il rilevante importo per una famiglia media composta da 4 persone di quasi 8.000,00 euro).
Secondo Ambrogio, tale decisione muoverebbe dalla “colossale menzogna” di una “presunta volontà della Russia di attaccare l’Occidente” che viceversa nasconderebbe colossali interessi a vantaggio delle grandi lobbies militari. Infatti, Ambrogio non intravede alcuna concreta possibilità che la Russia possa invadere una delle nazioni UE – provocando la reazione di ben 27 forze armate e il coinvolgimento della NATO – quando in 3 anni di conflitto sia a malapena riuscita a conquistare un pezzetto d’Ucraina.
Conseguentemente, Ambrogio pone l’accento sulla “sfacciataggine” della narrativa pubblica veicolata dalle élites europee, le quali – grazie a concilianti mezzi d’informazione – riuscirebbero a radicalmente capovolgere le proprie strategie politiche senza provocare particolare sdegno nell’opinione pubblica, ciò sino a far travalicare “l’orrore” insito nei riguardi della guerra che il riarmo è prodromico ad annunciare.
Da un punto di vista politologico, le considerazioni di Ambrogio, aprono diverse prospettive d’analisi, prima fra tutte quella sul ricorso alla “menzogna politica” e alla “manipolazione delle masse”.
Infatti, a differenza della violenza – che è immediatamente percepibile alla stregua di un sopruso – il binomio “falsificazione-manipolazione” passa attraverso una non agevolmente percepibile distorsione, o soppressione, della realtà che agisce non solo su una o più notizie, ma che spesso (e nel suo complesso) mira a modificare le credenze e i valori sociali a beneficio di coloro che quell’insieme di menzogne e manipolazioni riescono ad attuare e a svantaggio di chi le subisce.
Più precisamente, al pari di quanto ha (tra gli altri) colto Marcello Foa ne “Gli stregoni della notizia: atto secondo. Come si fabbrica informazione al servizio dei governi” (Guerini e associati, 2018), la “menzogna-manipolazione” passa attraverso il controllo del flusso delle informazioni, la creazione di notizie false o l’occultamento di altre vere, il ricorso agli slogan e ad altre strategie che fanno leva sulle nostre debolezze psicologiche (tra cui, in primis, l’esasperazione della paura), l’accorto utilizzo del linguaggio e dei simboli, la legittimazione o la demonizzazione di opinioni a opera di intellettuali e influencer compiacenti, l’orientamento a proprio piacimento di social e mass-media, la propaganda (talvolta anche di tipo subliminale), nonché il sistematico discredito dell’avversario.
Inoltre, come osservato da un perspicace filone sociologico-politologico, paradossalmente, la manipolazione può avvenire mediante l’incessante emissione di una “molteplicità di informazioni e di interpretazioni disparate e in tutto o in parte contraddittorie”, in grado di “saturare la capacità di ricezione e di valutazione del destinatario dei messaggi e spingerlo verso un atteggiamento difensivo di indifferenza e di ritiro entro una sfera di interessi più ravvicinata” (M. Stoppino, Manipolazione in Il Dizionario di Politica, a cura di N. Bobbio-N. Matteucci, G. Pasquino, Utet, 2004, p. 548), a sua volta idonea a incentivare astensionismo e apatia.
La manipolazione (di cui la falsificazione è solo uno degli strumenti) è indubbiamente un processo complesso e talvolta lento che richiede per l’ideazione di competenze culturali elevate e per l’attuazione di cospicue disponibilità economiche. Tuttavia, il risultato è particolarmente adatto alle moderne democrazie rappresentative imperniate sull’acquisizione del consenso, perché l’ingannato-manipolato ignora di esserlo, credendo di opzionare una determinata scelta, o di tenere una data condotta, di propria libera e spontanea volontà, quando viceversa viene sostanzialmente pilotato da forze esterne.
Naturalmente, né la menzogna né la manipolazione risultano di stretta prerogativa della sfera politica, potendo svilupparsi su di un piano economico-commerciale (basti pensare alle pubblicità ingannevoli), piuttosto che in altri contesti sociali (un marito può manipolare-ingannare la moglie, un datore di lavoro il proprio dipendente, etc.).
Inoltre, che ne possa dire qualche superficiale lettore, la menzogna politica e la manipolazione delle masse neppure appaiono riconducibili a uno specifico regime politico (magari di tipo dittatoriale), in quanto – pur non essendo corretto sempre ricondurre il discorso politico a falsità e utilitarismo – la storia dimostra che forme di bugia-manipolazione siano state poste in essere in ogni epoca e contesto storico.
Tuttavia, da un punto di vista filosofico e giuridico, l’ambito più critico appare indubbiamente quello che coinvolge l’ipotesi democratica dove, da un punto di vista formale, la sovranità appartiene al popolo, la cui volontà dovrebbe venir prima interpretata, quindi rispettata dalla classe politica.
Ciò detto, l’esempio del “ReArm Europe” appare emblematico di questo delicato e talvolta confliggente rapporto fra oligarchie governanti e masse governate. Ci domandiamo: se fosse sottoponibile a referendum, il “ReArm Europe” supererebbe il vaglio del consenso popolare?
Non conosciamo di sondaggi in tal senso effettuati a livello europeo, ma ne dubitiamo fortemente.
All’illustrato ragionamento, però, si potrebbe obiettare che la generalità della popolazione non goda delle conoscenze e delle competenze culturali indispensabili a valutare delicate e complesse strategie quali quelle concernenti scelte in ambito geopolitico-militare, dovendosi a tal punto affidare (e fidare) dei ceti dirigenti, tanto che – al pari di quanto abbiamo illustrato in un nostro precedente intervento – l’art. 75 della Costituzione italiana non esita a sottrarre la possibilità di tenere referendum sulla ratifica dei trattati internazionali.
Ossimoro o negazione dell’ideale democratico inteso in senso roussoniano?
Interpretazione realistica della democrazia inscindibilmente legata ad aristocrazie che sappiano guidarla o – in chiave marxista – classe politica asservita a quella economicamente predominante (nel caso del “ReArm Europe”, a potenti lobbies industriali-militari)?
A ognuno, democraticamente, lascio individuare la risposta che ritiene più corretta. Per quanto mi riguarda, pur consapevole dell’importanza di un esercito che sappia assicurare la difesa nazionale, preferirei veder investiti 800 miliardi di euro in sanità e istruzione, piuttosto che in bombe e armamenti.
E – benché tentino di convincermi i vari Von der Leyen e Macron – non ho neppure l’intenzione di smettere di sognare i miei figli che abbracciano uno strumento musicale e non che impugnano un fucile.

Complimenti dottor Farina, anche questo articolo molto arrecato e preciso