Luci sulla crescente fragilità della democrazia sul Paese dell’est, e non solo
Le news che arrivano dalla democratica Germania, ci aggiornano in tempo reale sulla classificazione dell’AfD come partito dell’estrema destra, ed è bufera. Quelle che arrivano dalla Romania passano più strette per i notiziari e spesso vengono da rumeni già da tempo trasferiti in Italia. I commenti sono preoccupati e preoccupanti.
Il candidato estremista di destra Călin Georgescu, dopo aver vinto le presidenziali nel 2024, aveva visto annullate le votazioni dalla Corte Costituzionale, per non specificate “interferenze straniere”, ma implicitamente ipotizzate come russe.
Una decisione che avrebbe dovuto allertare l’Europa sulla debolezza istituzionale del Paese, alle prese con elezioni che offuscano la trasparenza democratica con il tamtam dei social network, di cui Georgescu ne ha fatto uso sapiente, attivando una contro-informazione atta a cavalcare l’umore di una grande fetta della popolazione.
Domenica 4 maggio nuove elezioni in Romania
Le nuove elezioni presidenziali, previste domenica 4 maggio 2025 sono state precedute da eventi destabilizzanti. Notizie d’un paio di settimane fa, riportano che Călin Georgescu, dato al 45% delle preferenze, è stato escluso dall’ufficio centrale elettorale per il nuovo suffragio 2025.
Decisione avvalorata dalla Corte costituzionale di Bucarest a causa di certe manifestazioni pubbliche di Georgescu, illegali in Romania e non solo, quali ad esempio, l’elogio del ruolo della Romania verso l’Olocausto durante la II Guerra Mondiale. Atti ritenuti inaccettabili che prevedono anche pene e restrizioni.
Pur con Georgescu fuori per aver fomentato il dissenso popolare, il suo movimento insiste, proponendo nuovi candidati pronti a raccoglierne l’eredità e la deriva verso un’estrema destra penetrante e populista.
Già l’annullamento delle elezioni del 1º dicembre 2024 aveva suscitato dure reazioni, anche internazionali, attivando organi di stampa russi e statunitensi favorevoli a Trump, che avevano condannato la decisione, ma questo nuovo provvedimento restrittivo ha infiammato soprattutto gran parte della popolazione rumena, che si sente defraudata di un diritto costituzionale.
Origini dell’escalation di Călin Georgescu
il percorso politico di Georgescu nasce dalla rivoluzione del 1989, con lo svelto processo e l’esecuzione dell’allora dittatore Nicolae Ceaușescu e della moglie Elena, da parte del generale Stănculescu, sancendo la caduta di un regime comunista restrittivo, basato sul culto della personalità e su un’economia pianificata che tendeva ad una autonomia del Paese. Modello che aveva iniziato a vacillare.
Tuttavia, fino ad allora i rumeni avevano indicato il loro periodo come “l’era d’oro di Ceausescu” e il dittatore era visto come il garante del progresso e della indipendenza, architetto visionario del futuro della nazione.
Di certo, l’uomo dell’indipendenza rumena non era più al posto giusto, pizzicato tra la perestrojka, la fine dell’Urss e le scosse geopolitiche che avrebbero portato i paesi del patto di Varsavia a scivolare nell’Europa democratica libero-scambista, e nella Nato.
Il burattinaio della rivoluzione del 1989 fu l’ex comunista Ion Iliescu, leader del Fronte di Salvezza Nazionale, che prese il potere per poi svendere la Romania all’economia di mercato e all’adesione all’Alleanza Atlantica nel 2004. Un Paese ricco di materie prime, ma impreparato, che poi non ha saputo, o forse non ha potuto riciclarsi nella governance come Stato democratico.
All’epoca, essendo in contatto con ex ufficiali della securitate già in Italia da tempo, ottenni informazioni riservate sul coinvolgimento di paesi europei intenzionati a bloccare i programmi di Ceaușescu, anche riguardo il finanziamento di Stati del terzo mondo con dei tassi troppo scontati. Questo e altro intorno a un assassinio di un leader che, prima di quel periodo di rivoluzioni ad est, noto come “l’autunno delle nazioni”, il popolo rumeno, amava e ancora rimpiange, autore di un comunismo minimalista, svincolato dal Cremlino e sufficiente per un popolo ancora di poche pretese, distribuito in un mondo del lavoro organizzato.
Dopo i risvolti della morte di Ceausescu, molti giovani rumeni sono emigrati verso l’Europa in cerca di fortuna e oggi, nella spopolata Romania che fu indipendente, i prezzi dei beni sono europei, ma gli stipendi sono Inferiori anche fino a 1/3 rispetto alla media della UE.
Il Paese, oggi Repubblica semipresidenziale, pur avendo un’economia in crescita, soffre di endemica povertà e la natalità è crollata soprattutto in area rurale, sempre più vecchia e afflitta dall’esclusione di prestazioni sociali, dove la disoccupazione giovanile residua supera il 30 %. La scarsa cultura digitale poi, unita alle crescenti difficoltà delle masse, favorisce la paranoia populista e la manipolazione mediatica.
Un controsenso per un Paese all’avanguardia nel settore delle tecnologie dell’informazione e degli impianti digitali. Paradosso che i 5 partiti dell’estrema destra e altri candidati, sfruttano a loro favore.
Il principale è George Simion, leader del partito di estrema destra AUR, che ripropone il tema rivoluzionario di Georgescu e accusa i poteri rumeni complici di un “colpo di Stato” ordito dall’Occidente. Simion, anch’egli inquisito per sobillazione, è membro di un’ampia compagine che include figure di spicco quali Diana Șoșoacă e Victor Ponta, divulgatori di populismo, nazionalismo e tendenza filorussa.
Voci di popolo riportano dell’internamento in un ospedale psichiatrico di uno tra i nuovi leader. Notizia vera, da verificare, o fake news per fomentare gli animi?
Riflessioni e riflessi sul quadrante europeo e della Nato
E-venti di un Paese Nato posizionato all’estremo est di un’Alleanza Atlantica mai così in cerca di se stessa. Segnali di stanchezza che giungono lentamente ai nostri canali d’informazione senza un dichiarato perché. Forse il timore dell’emulazione sulla potenza dei social media da tenere sotto il tappeto? O forse solo un sottovalutato fermento in un Paese accolto nel trattato di Schengen solo il 1º gennaio 2025, comunque molto importante, trasformato in base militare dell’Occidente.
Mentre l’evoluzione degli schieramenti resta fluttuante tra la Russia e la nuova America, con la “martoriata Ucaina” pizzicata nel mezzo, e l’EU a far da spettatore, la crisi elettorale della Romania dovrebbe risuonare come un campanello d’allarme su quanto accade quando le istituzioni sottovalutano i sintomi senza affrontare le cause alla base, soprattutto nelle periferie di una Europa Unita, ma cementata mai.
Quello rumeno, nei fatti è un popolo disilluso e lontano dalla fiducia politica. Senza strategie capaci di far crescere una solida coscienza popolare, gli Stati rischiano di trovarsi democrazie sempre più svuotate di fiducia dal basso, dunque facili da sovvertire con nuovi espedienti capaci di “saltare” quelli ufficiali.
Forse non solo ad est, il vento di una destra “estremista” soffia anche dalla ricca, ma fragile Germania.…
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