Oliver
Perché l’amore, anche quando si spegne in un corpo, non smette di lavorare dentro di noi.
Tre vite, tre addii
Avrei voluto essere presente alla “Conferenza-Incontro Animali Urbani” del 20 marzo, un appuntamento prezioso per chi, come me, considera il rapporto con gli animali non solo un fatto affettivo, ma anche un tema etico e civile. Purtroppo, impegni precedenti me lo hanno impedito. Eppure, tra i molti argomenti che sono stati affrontati, ce n’è uno che avrei desiderato esplorare insieme ai relatori e ai cittadini presenti: l’eutanasia degli animali.
È un tema delicato, spesso taciuto, eppure attraversa la vita di molti di noi.
Nel mio caso, è tornato a bussare tre volte, in tre momenti diversi della mia esistenza, accompagnando gli ultimi giorni di tre compagni di viaggio: Kim, Nadine e Oliver. Tre cani, tre caratteri, tre storie che si sono intrecciate alla mia e a quella di mia moglie per oltre trent’anni.
Ogni volta, la stessa domanda: è giusto?
È giusto decidere quando porre fine alla sofferenza di un animale che amiamo?
È un atto di pietà, di responsabilità, o un peso che nessuno dovrebbe portare?
Non ho risposte definitive. Ho solo vissuto, con loro, il limite estremo della cura.
Da questa esperienza nasce la testimonianza che segue: non una lezione, non una posizione ideologica, ma un tentativo di testimoniare ciò che accade quando la vita di un animale si intreccia così profondamente alla nostra da costringerci a interrogarci su cosa significhi davvero proteggere, accompagnare, lasciar andare.
Il legame profondo tra uomini e animali
Dal 1985 al 2023 la mia vita e quella di mia moglie sono state attraversate da tre compagni speciali: Kim, Nadine e Oliver. Tre cani, tre caratteri diversi, tre storie che si sono intrecciate alla nostra, accompagnandoci per oltre trent’anni. E tre addii segnati dalla malattia, che ancora oggi mi interrogano sul mistero del rapporto tra esseri umani e animali.
Kim, la prima compagna di viaggio
Kim nacque nell’ottobre del 1985. Mia moglie, allora non ancora mia moglie, aveva aiutato un’amica durante il parto della sua cockerina. Era tardi, la stanchezza si mescolava alla tenerezza, e quando una cucciola particolarmente lunga venne alla luce, le scappò un’esclamazione: “Ma questa è lunga come un chilometro!”
Quella cucciola ci fu regalata, e la chiamammo Kim. Surrogato di chilometro.
Kim, la prima compagna di viaggio
All’epoca vivevo a Vigevano. Ogni venerdì, finito il lavoro, partivo per Torino: Kim viaggiava con me, a volte nel sedile posteriore. Lei si alzava e appoggiava le sue zampine sul mio collo, posando la testa sulle mie spalle; altre volte stava sul sedile accanto, a chiamarmi con la zampa per una carezza. Come smettevo, tornava a chiamarmi: un rituale continuo. Era la nostra prima forma di famiglia.
Dieci anni dopo, un tumore alle ovaie la devastò. Ricordo una notte di guaiti e sofferenza, io accanto a lei, impotente. La mattina seguente, con il veterinario, prendemmo la decisione più dolorosa: porre fine al suo dolore.
Nadine, la cucciola che mi mise alla prova
Per colmare il vuoto, prendemmo Nadine, una cockerina nera di sei mesi. All’inizio mi faceva disperare: era stata abituata in una gabbia con un altro cane e quindi mangiava e faceva i bisogni quando ne aveva voglia. I primi giorni non voleva saperne di fare i bisogni negli orari stabiliti, all’aperto. Camminavo per le vie di Vigevano, avanti e indietro, e lei niente. Una volta, esasperato, la legai a un palo e mi nascosi dietro l’angolo. Lei, impassibile, guardava attorno: non sembrava spaventata, piuttosto spaesata. Non riuscii a resistere: tornai subito da lei, quasi chiedendole scusa.
Da quel giorno, forse per compassione, forse per comprensione, imparò.
Con il tempo arrivarono il diabete, le iniezioni quotidiane, il tumore. Cercavo di farla mangiare qualcosa che ritenevo le piacesse, come il prosciutto, ma giorno dopo giorno peggiorava. Il veterinario, un amico, venne a casa nostra. Io uscii: avevo già vissuto quel dolore con Kim. Speravo, rientrando, che mi corresse incontro. Non fu così.
Oliver, il cane che ci scelse
Nel 2009 decidemmo di prendere un terzo cane. A Pinerolo, in un allevamento, vedemmo una cockerina beige e un Cavalier King nero.
Fu lui a scegliere noi: corse alla rete, scalzò l’altra e si propose. Lo chiamammo Oliver. Era docile, poco espansivo, ma presente.
Ci ha accompagnati con discrezione, riempiendo le giornate di una serenità silenziosa.
Poi arrivarono i problemi alle orecchie: un’operazione, poi l’altra, poi l’impossibilità di intervenire ancora.
Ogni mattina medicavo il suo orecchio ma, nonostante tutto, riempiva la casa col suo sangue che fuoriusciva dall’altra orecchia. Quante fiale di Ugorol, un antiemorragico… non ho tenuto il conto. Infine, il tumore al cervello, la perdita dell’appetito, la fine che si avvicinava.
Questa volta lo accompagnai io. Sul tavolo della clinica gli tenevo la testa tra le mani. Quando il cuore smise di battere, il suo muso esprimeva una serenità che non dimenticherò.
Una domanda che ancora mi abita
Tre vite, tre addii, tre malattie.
E allora mi chiedo: se è vero che tra uomini e animali nasce una simbiosi profonda, un’appartenenza reciproca, non è forse possibile che Kim, Nadine e Oliver abbiano assorbito una parte del dolore del mondo al posto nostro?
Non biologicamente, certo.
Ma esistenzialmente.
Dal 1988 al 2023 ci hanno dato compagnia, routine, responsabilità, amore.
Ci hanno tenuti vivi, presenti, impegnati.
Forse non ci hanno salvati dalle malattie.
Ma ci hanno salvati da molte altre forme di sofferenza.
E questo, per me, è già una forma di protezione.
Conclusione
Forse è questo, alla fine, il lascito più profondo dei nostri animali: non la risposta a un enigma, ma la possibilità stessa di continuare a interrogarci.
Ogni legame autentico — umano o animale — ci espone alla vulnerabilità, alla cura, alla perdita. E proprio in questa esposizione ci educa alla presenza.
Kim, Nadine e Oliver non sono stati soltanto tre cani.
Sono stati tre modi diversi di imparare a voler bene.
Tre forme di responsabilità.
Tre specchi silenziosi che ci hanno mostrato chi eravamo e chi potevamo diventare.
Oggi, guardando indietro, non so se abbiano davvero assorbito una parte del dolore del mondo al posto nostro.
So però che hanno trasformato il nostro: lo hanno reso abitabile, condiviso, attraversabile.
E allora mi sembra che la loro protezione non sia stata un gesto straordinario, ma qualcosa di più semplice e radicale: esserci.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino all’ultimo respiro.
Per questo, quando penso a loro, non penso solo alla fine.
Penso alla gratitudine.
A ciò che resta.
A ciò che continua.
Perché l’amore, anche quando si spegne in un corpo, non smette di lavorare dentro di noi.
E forse è proprio così che gli animali ci salvano: lasciandoci più umani di come ci hanno trovati.
E mentre il tempo passa, mi accorgo che non li ho davvero perduti: camminano ancora con noi, nel modo in cui guardiamo, scegliamo, ci prendiamo cura — degli animali, degli altri, di noi stessi.
