La nuova indagine del Copasir
Il Copasir, il Comitato per la sicurezza della Repubblica, tornerà a occuparsi degli investimenti cinesi in Italia. In passato, il cuore dei lavori fu l’avanzata del Dragone nelle reti mobili, alias 5G. Adesso però, Palazzo San Macuto sta per muoversi di nuovo, pronto a scoperchiare ancora una volta il vaso di Pandora e fare nuova luce sulle infiltrazioni di capitali cinesi nell’economia italiana, a cominciare dagli asset strategici.
Nei prossimi giorni il Copasir, sotto la guida di Lorenzo Guerini, avvierà una nuova indagine conoscitiva, per avere contezza della penetrazione di Pechino in Italia.
I lavori dovrebbero iniziare entro il mese di maggio e prevedono un lungo ciclo di audizioni, tra esperti, economisti e rappresentanti di aziende. Quanto alla tempistica e agli argomenti oggetto dell’indagine, l’idea sarebbe quella di chiudere entro qualche mese e consegnare una relazione dettagliata al parlamento.
Al centro del confronto, ci sarà sia la presenza, più o meno minacciosa, della Cina in alcuni centri nevralgici dell’economia nazionale, sia le start up, sempre più oggetto delle attenzioni di Pechino.
Le intenzioni degli investitori del Dragone sono spesso poco amichevoli verso le piccole aziende ma dall’alto potenziale tecnologico. Non è certo un mistero che gli investimenti battenti bandiera cinese hanno una natura più predatoria che altro: arrivano, comprano, acquisiscono know how e segreti industriali e portano tutto in patria, condividendo poco o nulla con l’ecosistema che li accoglie, spesso, a braccia aperte.
E poi, alcuni casi eccellenti delle ultime settimane, debbono aver spinto il Comitato, che nella seconda metà di maggio sarà in missione istituzionali negli Stati Uniti, a riprendere in mano il dossier Cina.
I sospetti sono avvalorati anche dalla vicenda di Zewei Xu, l’ingegnere cinese di 33 anni arrestato a Malpensa il 3 luglio scorso su mandato statunitense con l’accusa di spionaggio, poi estradato dall’Italia negli Usa.
Tra i casi eccellenti, c’è quello di Pirelli, con gli azionisti di Sinochem la cui presenza, ora resa innocua grazie ai poteri del golden power esercitati dal governo (Palazzo Chigi, peraltro, recentemente non ha rinnovato l’accordo sulla Via della seta), è arrivata a minacciare la presenza della Bicocca sul mercato americano, sino alla contesa in atto su Ferretti, oggi di proprietà del colosso Weichai, ma al centro di uno scontro tra soci di minoranza e maggioranza.
C’è infatti un risvolto più strategico dietro le manovre su Ferretti, una delle più prestigiose aziende italiane di ingegneria navale, di fatto controllata da un conglomerato industriale statale cinese, per giunta con origini nella produzione militare.
La questione, insomma, va oltre la governance societaria e abbraccia tematiche quali investimenti esteri, tecnologia e sicurezza nazionale e ruolo della Cina sugli asset strategici italiani
Senza dimenticare vicende più remote, come la presenza di azionisti targati Dragone in Cdp Reti e dunque nelle infrastrutture energetiche strategiche del Paese.
E proprio il dossier Ferretti è finito in queste ore, in seguito a una interrogazione in Commissione Attività Produttive alla Camera dei deputati, al ministro delle Imprese, Adolfo Urso, da parte del leghista Alberto Gusmeroli.
Oggetto del quesito, capire quali iniziative urgenti l’esecutivo intenda assumere verso Ferretti, anche mediante l’attivazione dei poteri speciali, a tutela del patrimonio industriale e tecnologico italiano.
