Massimo Gallo con Tersicore Hutz
«L’educazione pone le fondamenta per un cane equilibrato e integrato nella società; l’addestramento sviluppa le capacità tecniche del cane per specifici contesti sportivi, lavorativi o di utilità»
Al cane, dalla sua comparsa, hanno attribuito origini divine, è stato considerato impuro o, perfino, simbolo demoniaco. La mitologia greca racconta di Cerbero che ha il compito di vigilare l’ingresso dell’Ade, quella germanica ci ricorda che a guardia dell’Oltretomba c’è Garmr e quella mesoamericana è rappresentata dal dio Xolotl, la cui iconografia lo mostra come un cinocefalo, ossia un essere dal corpo di uomo e dalla testa di canide. Costui non era un guardiano, ma aiutava i morti nel viaggio verso Mictlan.
In Tibet invece il cane è simbolo di fertilità, mentre in Giappone rappresenta l’animale che protegge le madri e i bambini. Era uno degli animali sacri a Esculapio, il dio della medicina, e nella simbologia cristiana non di rado è raffigurato accanto a dei santi. Due Santi, Paolo VI e Giovanni Paolo II, si sono occupati di “animali”; il secondo Papa affermando che anch’essi hanno un «soffio divino» e il primo esprimendo il concetto che «Anche gli animali sono creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono un segno dell’impronta universale del peccato e dell’universale attesa della redenzione.» Tuttavia, a spingerci a intervistare l’esperto Massimo Gallo, è stata l’imponente crescita del numero di cani adottati, forse a causa del mondo digitale che ha assorbito la socialità rendendo difficili le relazioni reali. Per contro l’impreparazione dei proprietari o la loro inadeguatezza, rispetto all’animale, fa sì che siano aumentati anche gli abbandoni o le consegne in canile, senza dimenticare i numerosi episodi di cronaca, anche drammatici, che hanno coinvolto cani e umani.
Sei iscritto nel registro degli addestratori cinofili ENCI – sezione 1, quella per cani da utilità, compagnia, agility e sport e ti si trova anche nel registro degli educatori cinofili CSEN – CONI; che differenza c’è tra l’addestratore e l’educatore?

L’educatore cinofilo e l’addestratore cinofilo intervengono su aspetti diversi della crescita e dell’apprendimento del cane, integrandosi a vicenda.
L’educatore lavora principalmente sulla relazione tra il cane e la famiglia e sulla gestione della vita quotidiana. Obiettivo è la corretta crescita socio-relazionale dell’animale per svilupparne la socializzazione (con persone, altri cani e contesti urbani) per insegnare l’autocontrollo, la gestione della calma e l’attenzione al proprietario, per prevenire problemi comportamentali tipici della gestione domestica (es. tirare al guinzaglio, ansia da separazione, saltare addosso) e guidare i proprietari nella comprensione della comunicazione e dei bisogni del cane.
L’addestratore lavora sulla tecnica, sulle prestazioni e su competenze specifiche, indirizzate sia alla compagnia sia ad attività sportive o da utilità. Il suo lavoro è rivolto a cani e conduttori che desiderano perfezionare compiti specifici, abilità complesse o praticare una disciplina sportiva. Gli esercizi che si insegnano sono complessi e i comandi di precisione (condotta impeccabile, invii, riporti tecnici, salti). L’energia, l’istinto e la motivazione del cane sono canalizzati verso uno scopo preciso (lavoro o sport).
L’educazione pone le fondamenta per un cane equilibrato e integrato nella società; l’addestramento sviluppa le capacità tecniche del cane per specifici contesti sportivi, lavorativi o di utilità.
Sei stato proprietario di alcuni cani di grossa taglia: Pastore tedesco, Terrier nero russo, Rottweiler. Perché hai scelto queste razze e quali differenze hai trovato fra loro?

Pur condividendo stazza e spiccata attitudine alla guardia, la struttura caratteriale, la motivazione di base e la risposta agli stimoli cambiano radicalmente.
Il Pastore Tedesco è stato il mio primo cane, scelto per l’estrema versatilità, la naturale predisposizione alla cooperazione con l’uomo (will to please) e la reattività immediata. È il classico cane da conduzione e lavoro, sempre pronto all’azione.
Documentandomi sulle varie razze sono rimasto affascinato dalla storia del Terrier Nero Russo (Tchiorny Terrier) scelto per la combinazione unica di potenza massiccia, grande equilibrio mentale e indipendenza. Nacque come cane da guardia e protezione per climi estremi, unendo la fermezza del molosso all’acutezza del terrier.
Il Rottweiler è la mia razza del cuore, mi piace la solidità caratteriale, la forza fisica e il profondo senso del territorio e della famiglia. È un molossoide con una presenza imponente, caratterizzato da un’attitudine innata alla difesa e al controllo del proprio spazio.
Al corso di addestratori ENCI sez. 1, sei stato docente per la parte “Utilità e Difesa”. I corsi sono dedicati alla coppia proprietario-cane con un’educazione di base?
In realtà no. La formazione per addestratori ENCI non si rivolge alla classica coppia proprietario-cane, molte persone s’iscrivono senza mai aver avuto un cane, altre per implementare il loro bagaglio di conoscenza.
I corsi sono indirizzati a razze specifiche?

I corsi per Addestratori Cinofili ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiana) non sono pensati per i cani, ma sono percorsi di formazione professionale per umani regolamentati a livello nazionale e costituiscono il percorso ufficiale per ottenere il titolo formale e l’iscrizione al Registro Nazionale degli Addestratori ENCI. Sono ideali per aspiranti addestratori e cinofili, ossia chi desidera fare della passione per i cani una professione formale (aprire o lavorare in un centro cinofilo, preparare cani da lavoro, affiancare i proprietari nella formazione tecnica). Sono dedicati anche a figure professionali già operative come gli educatori cinofili che intendono ampliare le proprie competenze tecniche e ottenere il riconoscimento ENCI e a veterinari ed etologi, professionisti del mondo animale che vogliono integrare competenze pratiche sul comportamento e sul lavoro sul campo.
Non penso che la parte del corso che riguarda la difesa tenda a sviluppare atteggiamenti aggressivi: verso che cosa è indirizzata?
La tua osservazione è assolutamente corretta; nel lavoro moderno di Utilità e Difesa sportiva, il percorso non insegna e non stimola mai l’aggressività, ma lavora su un principio opposto: il controllo delle pulsioni e l’autocontrollo sotto stress. Un cane addestrato correttamente in questa disciplina non diventa aggressivo o pericoloso; al contrario, sviluppa una stabilità emotiva e un livello di riascolto del conduttore difficilmente raggiungibili con l’educazione di base.
In diversi Stati nel mondo esistono elenchi delle razze canine vietate perché pericolose; tra quelle maggiormente menzionate nei vari Paesi ci sono: il Tosa Inu, il Dogo argentino, il Fila Brasileiro, l’Amstaff, il Rottweiler e il Pitbull terrier americano. In Italia invece la lista di razze ritenute pericolose è stata abolita nel marzo 2009. La normativa sui cani impone una serie di obblighi ai proprietari per garantire sia la sicurezza pubblica sia il benessere dell’animale. Pensi che sia opportuno che almeno i proprietari di cani di taglia grossa seguano corsi specifici per saper controllare il proprio animale, magari conseguendo un patentino d’idoneità?

La pericolosità non è una proprietà genetica legata alla razza, ma il risultato di una cattiva gestione, di una mancata socializzazione o di un’educazione errata da parte del proprietario. Introducendo il concetto di responsabilità individuale del proprietario, l’Italia ha superato la logica del bando di razza (il cosiddetto Breed-Specific Legislation – BSL) focalizzandosi sul binomio cane-conduttore.
In questa prospettiva, rendere obbligatorio un percorso formativo con relativo patentino – quantomeno per i proprietari di cani di stazza imponente o con doti attitudinali fisicamente e caratterialmente impegnative – rappresenta una misura estremamente opportuna e auspicabile.
Susanna Tamaro in L’amore di un cane scrive: «Esistono persone inadatte ad avere un cane, soggetti nevrastenici o violenti che gli trasmettono insicurezza, mentre il cane ha bisogno di una relazione sicura e profonda.» Come si potrebbe ovviare a decisioni prese d’impulso o, come accade, per accontentare il desiderio di un bambino?
La riflessione di Susanna Tamaro coglie il punto centrale di gran parte dei problemi gestionali e comportamentali del cane moderno: l’incapacità dell’essere umano di comprendere che il cane non è un oggetto, un bene di consumo o un palliativo emotivo, ma un soggetto con bisogni etologici specifici. Per evitare che la scelta di accogliere un cane nasca da un impulso superficiale, si può intervenire su diversi livelli: formativo, professionale e legislativo. Spostare il focus dal “desiderio di possedere” alla “capacità di accogliere e guidare” è l’unico modo per garantire al cane la relazione sicura, profonda e stabile di cui parla Susanna Tamaro.
A fronte del problema dei numerosi abbandoni e del sovraffollamento dei canili, molta propaganda spinge verso le adozioni. Di contro annotiamo la crescita delle restituzioni dei cani adottati, che in alcune regioni supera il venti per cento, e scopriamo che la maggior parte delle riconsegne è giustificata dagli adottanti da incompatibilità con altri animali, eccessiva energia, difficoltà di adattamento o gestione. Poiché le conseguenze per l’animale sono stressanti, si può arginare questa tendenza con seri colloqui prima dell’adozione e con supporti successivi?
Per invertire questa tendenza e ridurre drasticamente il tasso di rientro nei canili, la combinazione di colloqui pre-affido strutturati e un supporto post-adozione continuativo è non solo utile, ma fondamentale. L’adozione responsabile non è un atto di carità istintivo, ma una scelta consapevole di convivenza e tutela. Spostare il focus dalla “quantità di adozioni” alla “qualità dell’abbinamento” è l’unico modo per garantire che l’uscita dal canile sia una vera liberazione e non una parentesi traumatica destinata a ripetersi.
Quali caratteristiche devono avere i dog sitter e gli asili diurni per cani per rassicurare il proprietario, che lavora o che per motivi di salute non può occuparsene, sull’efficienza e la serietà del servizio?

Un dog sitter affidabile non si limita ad “amare i cani”, ma possiede competenze tecniche e gestionali ben definite. Devono essere certificate ufficialmente le sue competenze cinofile (formazione come educatore cinofilo, addestratore o attestati di corsi specifici per dog sitter riconosciuti da ENCI, CSEN, APNEC) e le sue capacità di primo soccorso veterinario con conoscenza delle manovre di emergenza, riconoscimento precoce dei sintomi di malessere (es. colpo di calore, torsione dello stomaco) e protocolli d’intervento rapido.
Un asilo diurno per cani richiede standard ancora più rigidi rispetto a un singolo operatore, trattandosi di una struttura in cui convivono più individui in spazi condivisi. Gli ambienti devono essere messi in sicurezza con recinzioni a norma (altezze adeguate, antiscavamento, doppie cancellate di sicurezza all’ingresso per evitare fughe) e le aree devono essere suddivise con zone distinte per taglia, livello energetico e temperamento (es. area cani anziani/tranquilli, distinta da quella dei cuccioloni) oltre a zone d’ombra, riparate dalle intemperie, e spazi riposo individuali. Fondamentali sono l’autorizzazione sanitaria ASL per l’idoneità dei locali e i protocolli rigorosi di pulizia e disinfezione quotidiana degli spazi.
La Féderation Cynologique Internationale riconosce ufficialmente oltre trecento razze di cani che divide in dieci gruppi. Perché si continuano a “produrre” nuove razze?
Le motivazioni storiche, sociali, commerciali ed estetiche che spingono allevatori e associazioni a selezionare e standardizzare nuove razze si possono riassumere in cinque fattori principali.
1. Evoluzione dei bisogni umani ed estetici (il cane da compagnia e d’appartamento)
Storicamente le razze venivano create per scopi utili: caccia, guardia, conduzione del gregge, traino. Oggi la stragrande maggioranza dei cani vive in contesti urbani con ruoli prevalentemente affettivi. Sono molto ricercati i cani di piccola taglia, a ridotto impatto gestionale e con un’estetica specifica (es. i cosiddetti Toy o Teacup, anche se spesso non riconosciuti dalle federazioni ufficiali). Forte è la richiesta di cani idonei a persone allergiche al pelo che ha portato all’esplosione dei cosiddetti “Ibridi Designer” (es. Labradoodle, Goldendoodle, Aussiedoodle) incroci nati per unire il carattere del cane da lavoro con il mantello del Barbone, che molti tentano oggi di stabilizzare come razze a sé stanti.
2. Ricerca di iper-tipicità ed estetica esasperata
Il mercato cinofilo, in particolare quello amatoriale o legato a certe mode, subisce la spinta verso l’originalità e la distinzione visiva. Si cercano pertanto combinazioni di colore rare (es. mantelli merle in razze dove non erano presenti) strutture fisiche più imponenti o, al contrario, ancora più compatte (es. le varianti dell’American Bully: Pocket, Standard, XL). Inoltre creare un “nuovo marchio” o una nuova razza permette ad allevatori o club di nicchia di posizionarsi su un mercato esclusivo, dove i cuccioli raggiungono quotazioni molto elevate prima che la razza si diffonda su larga scala.
3. Recupero di popolazioni canine autoctone e identità nazionali
Non tutte le nuove razze nascono da “invenzioni” recenti o incroci da laboratorio; molte sono razze antiche o locali che semplicemente non avevano mai affrontato l’iter burocratico e zootecnico per il riconoscimento internazionale. Molti Paesi lavorano per far riconoscere ufficialmente dall’FCI le proprie razze tradizionali usate da secoli nei territori rurali (es. cani da pastore locali o cani da caccia regionali) per tutelarne la biodiversità genetica e l’identità culturale.
4. Esigenze operative e sportive specialistiche
In ambiti specifici di lavoro e sport, le razze tradizionali hanno talvolta mostrato limiti legati alla selezione puramente morfologica da esposizione (Show Lines). Nel mondo delle slitte (Alaskan Husky) del Canicross o delle forze dell’ordine s’incrociano spesso razze diverse per ottenere il massimo delle prestazioni atletiche, della tempra o dell’olfatto, creando ceppi da lavoro molto omogenei che col tempo tendono a strutturarsi come vere e proprie razze.
5. Correzione di problemi di salute
In alcuni casi estremi, la spinta a modificare o creare nuove varianti nasce dalla necessità etica di salvaguardare la salute di razze degenerate da eccessi morfologici (es. forte brachicefalia, problemi respiratori o scheletrici). Allevatori illuminati creano progetti di selezione reintroducendo sangue di altre razze per allungare la canna nasale o ampliare il bacino genetico (es. progetti legati al Retro Pug o al Continental Bulldog, selezionato per superare le gravi fragilità fisiche del Bulldog Inglese).
L’FCI non accetta una nuova razza con facilità. Per ottenere il riconoscimento (prima a titolo provvisorio e solamente dopo molti anni a titolo definitivo) un club o Paese richiedente deve dimostrare l’esistenza di un numero sufficiente d’individui distinti (linee di sangue non imparentate) e la stabilità genetica dei cuccioli che devono nascere con caratteristiche omogenee e prevedibili (morfologia, mantello, carattere). Non ultima l’assenza di patologie ereditarie invalidanti legate allo standard richiesto.

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