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L’omicidio di piazza San Carlo (1883)
Torino 15 luglio 1883. Siamo in piazza San Carlo, dove la via Roma fa angolo con via San Filippo, oggi via Maria Vittoria. L’aspetto di questo tratto della piazza è differente da quello attuale, perché via Roma non ha ancora subito il rifacimento degli anni Trenta del Novecento, è più stretta dell’attuale e priva di portici. In via San Filippo prospetta sulla piazza un palazzo che ospita il Caffè Piemonte, così descritto da Valentino Carrera in un libro di qualche anno prima: «in tre sale del palazzo dell’Accademia delle Scienze può servire più d’un migliaio di persone». Questo edificio, scomparso con i lavori per la nuova via Roma e ormai visibile soltanto grazie a cartoline d’epoca, nella notte del 15 luglio 1883, è testimone di un grave fatto di sangue. La nostra ricostruzione è basata sulle cronache della Gazzetta del Popolo e della Gazzetta Piemontese, dove alcuni particolari restano in ombra. Si tratta di una rissa fra vetturini, i conducenti delle carrozze a cavalli di servizio pubblico, quelli che oggi sono i taxisti, provocata da questioni di donne.

Nella tarda serata di domenica 15 luglio, nel Caffè Piemonte si trovano alcuni vetturini, Pietro Fin, di 42 anni, detto il Veneziano, Antonio Barberis e altri due sopranominati Gamba di zucchero e Danà. Sono con loro due donne che le cronache definiscono di malaffare, Lucia Beltrame, l’amante di Barberis, e F. Cavallo, non meglio identificata. Verso le 2 ½ della notte, per motivi di gelosia di donne, tra i vetturini scoppia un diverbio. I padroni del Caffè Piemonte, per evitare seccature, li mettono subito alla porta. L’alterco continua sul selciato della via San Filippo, presto diventa una rissa e i litiganti mettono mano ai coltelli. Pietro Fin cade al suolo trafitto da una o due coltellate al cuore e muore dopo pochi istanti. Il suo cadavere viene trovato poco dopo da alcune Guardie, a dieci passi dal Caffè Piemonte e, dopo la ricognizione giudiziaria, alle 5 del mattino viene portato via.
I feritori, o il feritore, sono subito fuggiti lungo via Santa Teresa fino allo sbocco di via San Francesco d’Assisi, insieme alle donne che hanno spinto i vetturini all’alterco e che hanno assistito alla rissa. Si ipotizza che nello scontro qualcuno sia rimasto malconcio, visto che sono state trovate tracce di sangue lungo questo percorso.
Prima di addentrarci nella ricostruzione delle indagini, è opportuno soffermarci sulla location di questo omicidio, avvenuto in quello che oggi è detto “salotto di Torino”.

Il «grave fatto di sangue è avvenuto […] in piazza S. Carlo, ad un centinaio di metri dall’Ufficio centrale di pubblica sicurezza», ovvero la Questura, al tempo installata di fianco alla chiesa di Santa Cristina, come sottolinea La Gazzetta Piemontese del 16 luglio.
Questo giornale appare anche fortemente critico nei confronti del Caffè Piemonte, visto che aggiunge «Il fatto è gravissimo, anche per il luogo in cui avvenne, e noi vorremmo che la Questura aprisse un po’ più gli occhi su certi stabilimenti notturni che sono il rifugio di ogni sorta di gentaglia». Anche la Gazzetta del Popolo, 17 luglio, usa toni polemici: «E tutto questo succedeva quasi in faccia alla Questura in un caffè dopo le 2 antimeridiane! Almeno così attestano i verbali degli agenti di P. S.».
Inutile sottolineare la triste impressione destata nella cittadinanza torinese da questo fatto di sangue.
Le indagini sono condotte arrestando tutti i partecipanti alla rissa, attivi e passivi, maschi e femmine. Vengono subito catturati un certo B. F., cocchiere disoccupato, sospettato di essere l’autore dell’omicidio e Lucia Beltrame nell’idea che possa rivelare agli inquirenti chi sia il feritore, o dei feritori del povero Fin.

Le prime indagini sono riferite un po’ confusamente, in particolare dalla Gazzetta Piemontese, e i personaggi arrestati risultano poco decifrabili per l’uso delle sole iniziali. La Gazzetta del Popolo, il 19 luglio annuncia: «Grazie allo zelo ed all’attività della Sezione di P. S. di Dora e della Pretura di Sezione Dora tutti i coimplicati nel dramma di sangue svoltosi la notte dalla domenica al lunedì sulla porta del Caffè Piemonte sono in mano della giustizia.
Ieri [18 luglio] costituivasi ai RR. carabinieri il vetturale Fasana Luigi detto Danà; l’altra donnaccia che presenzio l’assassinio, certa F. Cavallo, venne pure arrestata verso le 3 pom. di ieri.
Il Barberis Antonio, detto Papà, il vetturale che venne a diverbio col povero Fin Pietro, fu pure arrestato.
Da ultimo il Carletti, detto Gamba di zucchero, dietro deposizione della Cavallo non solo venne arrestato, ma dovrà rispondere di una delle due coltellate che resero cadavere il Fin Pietro, poiché risultò che uno dei due colpi fu appunto vibrato da lui.
Un elogio meritato all’ispettore della Sezione Dora, che seppe in così breve spazio di tempo assicurarsi dei colpevoli».
Questo annuncio della Gazzetta del Popolo pare più voler rassicurare i lettori che chiarire l’esatto svolgimento dei fatti e le singole responsabilità.
Dopo un mese e mezzo di carcere preventivo, la Camera di Consiglio dichiara il non farsi luogo a procedere per tutti gli arrestati, ad esclusione di Luigi Fasana, di 40 anni, accusato dell’uccisione di Pietro Fin. Ricordiamo che Luigi Fasana detto Danà si è costituito volontariamente, violando il saggio proverbio piemontese “Né për tòrt, né për rason, lasste nen buté an përzon” (né a torto, né a ragione, non lasciarti mai mettere in prigione).
Il 27 novembre 1883 Fasana viene processato alla Sezione straordinaria delle Assise.
I testimoni, parte a carico e parte a difesa, sono 42. Tutti coloro che sono stati arrestati come complici dell’omicidio figurano fra i testimoni. La Gazzetta Piemontese non riporta notizie del processo e le uniche informazioni vengono dalla Gazzetta del Popolo.
Nell’udienza del 27 novembre, dai pochi testimoni interrogati, emerge che Fasana lottava corpo a corpo con Pietro Fin, nel momento in cui questi era stato colpito a morte. Fasana nega d’aver data la coltellata e il suo difensore, avvocato Bracale, sostiene e cerca di dimostrare che il colpo mortale è stato vibrato nella rissa, ma da mano ignota e non dal suo cliente.
Dopo quattro giorni di discussione, nel pomeriggio del 30 novembre, è emessa la sentenza.
La questione principale è quella se sia stato Fasana a colpire con una coltellata Pietro Fin: i giurati rispondono di sì, ma con la maggioranza di un solo voto. Le affermazioni dell’avvocato Bracale di un assassino non identificato ne hanno evidentemente convinto alcuni. I giurati hanno poi accettato in pieno le altre ipotesi del difensore: col loro verdetto escludono che Fasana avesse intenzione di uccidere, ammettono una grave provocazione da parte della vittima e concedono le attenuanti.
La colpevolizzazione della vittima per poter invocare la legittima difesa è un consolidato sistema di difesa che può dare buoni risultati davanti ai giurati della Corte d’Assise.
In base a questo verdetto, il Pubblico Ministero chiede per Fasana cinque anni di relegazione, mentre l’avvocato Bracale vorrebbe che la pena sia ridotta ai mesi di carcere già scontati. La Corte d’Assise, come per correggere la benevolenza della Giuria nei confronti dell’accusato, lo condanna alla pena richiesta dal Pubblico Ministero.
Il processo a Fasana si svolge in un periodo in cui la cronaca giudiziaria torinese è particolarmente vivace. Alla sezione ordinaria delle Assise si tiene il clamoroso e intricato processo a Eugenio Strigelli, confidente della Questura torinese legato a falsificatori di biglietti di banca, processato con vari personaggi accusati di furti, rapine, ricettazioni e falsi. Le indagini hanno addirittura comportato una diatriba feroce tra i prefetti Bartolomeo Casalis e Clemente Corte.

Al Tribunale penale si svolge il dibattimento contro una banda di 33 ladruncoli che desta scalpore per la loro giovanissima età. La Cronaca dei Tribunali, giornale specializzato nella cronaca giudiziaria, si affretta a preparare un numero speciale dedicato ai tre processi, reclamizzato dalla Gazzetta del Popolo e oggi purtroppo non reperibile.
I tre processi sono anche accomunati da una nota misogina del cronista della Gazzetta del Popolo: «Strano: in tutti e tre questi processi contemporanei la donna fa una pessima figura». A proposito dell’uccisione di Pietro Fin, fin dall’inizio le cronache hanno parlato di un fatto di sangue nato da questioni di donne, bollate come di malaffare, alle quali è quindi attribuito l’effetto nefasto sui protagonisti maschili della vicenda. Questi, esasperati, hanno litigato fra loro fino a ricorrere ai coltelli: così, col Cherchez la femme si può trovare una facile spiegazione per i sintomi del malessere sociale che porta dei lavoratori e non dei malavitosi abituali, a risolvere con un’arma qualsiasi questione.
