Un mistero irrisolto…
Tratteremo oggi un argomento tanto affascinante quanto controverso che ha suscitato numerosissime discussioni in ambito accademico. Come vedremo in seguito si tratta di un presunto “giallo letterario” che vede due protagonisti che orbitano intorno al sommo Poeta: l’intellettuale e diplomatico libico Fuad Kabazi e Pietro Alighieri, figlio di Dante e di Gemma Donati.
Quanto seguirà sarà una analisi di una “vexata quaestio” che riguarda la figura del profeta Maometto.
Risulta difficile, ancora oggi, esprimere un giudizio privo di qualche ragionevole dubbio sui rapporti autentici che intercorsero tra Dante Alighieri e la cultura islamica.
Che Dante fosse un uomo di straordinaria cultura è fuori discussione. Più complesso è stabilire attraverso quali fonti egli sia venuto a conoscenza del pensiero filosofico arabo e delle tradizioni escatologiche musulmane.
Il suo maestro Brunetto Latini aveva avuto contatti con ambienti culturali nei quali circolavano traduzioni e rielaborazioni di opere arabe. Nel mondo intellettuale europeo del XIII e XIV secolo erano inoltre conosciuti, direttamente o attraverso traduzioni latine, filosofi come Avicenna e Averroè. È quindi ragionevole ritenere che Dante conoscesse aspetti non marginali della cultura islamica, anche se occorre prudenza quando si cerca di stabilire quali singoli testi egli avesse effettivamente letto.
Gli illustri musulmani del Limbo.
Nella Divina Commedia alcuni fra i più importanti rappresentanti della cultura islamica ricevono una collocazione sorprendentemente rispettosa.
Nel Limbo Dante pone infatti Averroè, Avicenna e il Saladino.
Il Limbo dantesco occupa il primo cerchio dell’Inferno ed è destinato alle anime virtuose che non conobbero la fede cristiana o non ricevettero il battesimo. Non deve essere confuso con il cosiddetto “limbo dei bambini”, ipotesi sviluppatasi nella tradizione teologica occidentale ma mai definita come dogma della Chiesa.
La presenza dei tre grandi personaggi islamici è comunque significativa.
Averroè, nato a Cordova nel 1126, è ricordato da Dante come colui «che ’l gran comento feo», per la sua monumentale opera interpretativa di Aristotele. Il pensiero averroistico ebbe una notevole influenza sulla filosofia europea medievale e provocò accese controversie negli ambienti universitari.
Ancora più interessante è il caso di Sigieri di Brabante, uno dei protagonisti dell’aristotelismo latino del XIII secolo, spesso associato al cosiddetto averroismo latino. Dante gli assegna una posizione sorprendente: non nell’Inferno, ma nel Paradiso, dove viene addirittura presentato da Tommaso d’Aquino.
È uno dei numerosi paradossi intellettuali disseminati nella Commedia.
Il rapporto fra Dante, Averroè e l’aristotelismo radicale rimane tuttavia complesso. Sarebbe eccessivo definire Dante semplicemente “averroista”. È però evidente che egli conoscesse questioni filosofiche che erano state profondamente segnate dalla mediazione araba del pensiero aristotelico.
Dante e il Libro della Scala.
Un altro problema affascinante riguarda il Libro della Scala, la narrazione medievale dell’ascesa di Maometto attraverso i cieli.
Le analogie fra alcune rappresentazioni escatologiche islamiche e il viaggio ultraterreno della Commedia hanno alimentato un lungo dibattito, soprattutto dopo gli studi di Miguel Asín Palacios.
Il Liber Scalae Machometi circolò nell’Europa medievale in traduzione latina e francese. Le somiglianze esistono e meritano attenzione; trasformarle nella certezza di una derivazione diretta sarebbe seducente, però filologicamente imprudente.
Ed è proprio questa prudenza che rende ancora più interessante il problema di Maometto.
Maometto nell’Inferno.
Se Averroè, Avicenna e Saladino sono collocati nel Limbo, il destino riservato al Profeta dell’Islam è completamente diverso.
Nel canto XXVIII dell’Inferno, fra i seminatori di discordia, Dante incontra Maometto:
Mentre che tutto in lui veder m’attacco, 28
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco! 30
vedi come storpiato è Maometto! 31
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto. 33
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così. 36
La rappresentazione è violentissima.
Secondo una concezione diffusa nell’Occidente cristiano medievale, l’Islam poteva essere interpretato non come una religione completamente estranea al cristianesimo, ma come una sua deviazione o separazione. All’interno della logica dantesca Maometto diventa pertanto un seminatore di divisione, e la mutilazione perpetua del suo corpo costituisce il contrappasso della divisione che gli viene attribuita.
Come ha osservato Maria Soresina, ciò che oggi può provocare comprensibile disagio deve essere letto anche nel contesto culturale dell’Europa medievale. Semmai, rovesciando la prospettiva, potrebbe risultare altrettanto sorprendente la collocazione relativamente benevola riservata da Dante al Saladino.
Ma è proprio durante l’incontro con Maometto che compare uno degli episodi più enigmatici del canto: lo strano avvertimento a Fra Dolcino,
Dante fa dunque pronunciare a Maometto una profezia post eventum.
Maometto affida a Dante un messaggio:
“Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, 55
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve 58
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve”.
Poi che l’un piè per girsene sospese,
Mäometto mi disse esta parola; 62
indi a partirsi in terra lo distese. 63
Fra Dolcino, capo del movimento apostolico, sarebbe stato sconfitto nel 1307 dopo una durissima repressione. L’assedio, la neve, la fame e l’impossibilità di approvvigionarsi ebbero un ruolo determinante nella tragedia.
Quando Dante compone questa parte dell’Inferno, conosce l’esito degli avvenimenti, ma collocando il viaggio ultraterreno nel 1300 può trasformare un fatto già accaduto in una profezia.
Fin qui nulla di particolarmente insolito: la Commedia utilizza ripetutamente questo procedimento.
La domanda è un’altra:
perché proprio Maometto dovrebbe preoccuparsi della sorte di Fra Dolcino?
All’interno della costruzione morale del canto una risposta esiste. Dante considera entrambi, secondo categorie medievali, figure legate alla divisione religiosa.
Ma sul piano narrativo il collegamento appare meno immediato.
Ed è qui che compare un personaggio molto più vicino a Dolcino.
Gherardo Segarelli
Gherardo Segarelli fu il fondatore del movimento degli Apostolici.
Predicava povertà, semplicità evangelica e ritorno alla Chiesa delle origini. Il movimento entrò progressivamente in conflitto con l’autorità ecclesiastica e Segarelli venne infine condannato e arso sul rogo a Parma nel 1300.
Dopo la sua morte Fra Dolcino divenne la figura dominante del movimento.
Ed ecco allora sorgere spontanea una domanda.
Se un morto dell’Inferno avesse dovuto mettere in guardia Dolcino dalla catastrofe che lo attendeva, chi avrebbe avuto maggior ragione di farlo: Maometto o Gherardo Segarelli?
Segarelli era il fondatore del movimento al quale Dolcino apparteneva.
Dolcino ne raccolse in qualche modo l’eredità.
Un Segarelli morto che, attraverso Dante, tenta di mettere in guardia il proprio successore avrebbe una logica narrativa immediata e perfettamente comprensibile.
Ed è precisamente questa anomalia ad avere alimentato un’ipotesi tanto affascinante quanto controversa.
L’ipotesi della sostituzione
«Una singolare ipotesi attribuita all’intellettuale e diplomatico libico Fuad Kabazi, e documentata almeno dal 1996, sostiene che…»: Maometto non sarebbe stato il personaggio originariamente presente in questo passo e una successiva alterazione del testo avrebbe sostituito Gerardo Segarelli con il Profeta islamico.
Secondo questa ipotesi, nella trasmissione della Commedia sarebbe intervenuto Pietro Alighieri, figlio di Dante e Gemma Donati.
È necessario essere estremamente chiari: non esiste, allo stato delle conoscenze filologiche comunemente accettate, una prova manoscritta che dimostri questa sostituzione.
L’ipotesi rimane quindi tale.
Non possiamo trasformare una suggestione in un fatto.
Ma possiamo domandarci se la suggestione nasca da una reale anomalia narrativa.
E l’anomalia esiste.
Un piccolo esperimento dantesco:
Se ci limitassimo semplicemente a sostituire il nome di Maometto con quello di Segarelli, il risultato sarebbe metricamente impossibile:
“vedi come storpiato è Gherardo Segarelli”.
Il verso non è un endecasillabo e distrugge completamente la struttura rimica.
Dunque, se davvero fosse avvenuta una sostituzione, non potrebbe essersi trattato banalmente del cambio di un nome.
Per puro divertissement possiamo provare qualcosa di diverso:
Mentre che tutto in lui veder m’attacco, 28
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!
Vedi Gherardo innanzi al tuo cospetto! 31
Dinanzi a te io vo piangendo qui,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi lì, 34
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.
Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.
Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d’ire a la pena
ch’è giudicata in su le tue accuse?”.
“Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena”,
rispuose ’l mio maestro, “a tormentarlo;
ma per dar lui esperïenza piena,
a me, che morto son, convien menarlo
per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
e quest’è ver così com’io ti parlo”.
Più fuor di cento che, quando l’udiro,
s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblïando il martiro.
“Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve”.
Poi che l’un piè per girsene sospese,
Gherardo mi disse esta parola; 62
indi a partirsi in terra lo distese.
La sostituzione di Maometto imporrebbe anche la necessaria eliminazione di Alì, nonché la sostituzione di Maometto con Gherardo nel verso (62)
Il gioco, tuttavia, mette in evidenza qualcosa di importante: il problema non consiste semplicemente in un nome.
Il mistero rimane.
Non abbiamo dunque elementi sufficienti per affermare che Pietro Alighieri abbia sostituito Gherardo Segarelli con Maometto.
La tradizione manoscritta conosciuta non ci autorizza a farlo.
Ma rimane una domanda legittima.
Perché Maometto mette in guardia Fra Dolcino?
La spiegazione tradizionale — due figure accomunate, nella prospettiva medievale di Dante, dalla responsabilità della divisione religiosa — è perfettamente possibile.
Eppure Gherardo Segarelli avrebbe posseduto una ragione assai più diretta per pronunciare quell’avvertimento.
Era il predecessore di Dolcino.
Era il fondatore del movimento che Dolcino avrebbe guidato.
Era morto mentre Dolcino era ancora vivo.
E avrebbe quindi potuto assumere, nella straordinaria macchina narrativa della Commedia, il ruolo del maestro morto che cerca di avvertire il proprio successore della catastrofe imminente.
Non è una prova.
È però una coincidenza abbastanza singolare da meritare una domanda.
E talvolta, davanti a Dante, una buona domanda è più preziosa di una risposta troppo sicura.
L’ipotesi Segarelli continua dunque a galleggiare sul mare delle possibilità poco probabili, ma non impossibili: un mare procelloso, certamente, e ricco di naufragi.
Ma proprio per questo ancora degno di essere navigato.
Immagine di copertina realizzata con ChatGPT
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