Dal latino all’inglese, spostamenti progressivi del lessico globale
Molte consuetudini stanno cambiando in fretta. Tra le tante, anche il costume di esprimersi con la ricca, musicale e dettagliata lingua italiana che conta un capitale di oltre 250.000 vocaboli.
Di questi, fino a pochi decenni fa 6500 costituivano il “vocabolario minimo di base”, quel numero di parole che gli italiani madrelingua usavano abitualmente per comunicare, diventato gradualmente “lessico fondamentale”, costituito dall’uso consueto di sole 2000 parole. Adesso, i figli dell’era digitale, comunicano adoperando da 300 a 800 termini, dei quali, una ventina sono più ripetuti. Dunque, da disamina di nostalgici intellettuali, L’italiano è considerato una lingua morente.
Con l’avvento dei “social” e del linguaggio delle immagini, l’arte della dialettica si è impoverita in fretta. Gli SMS hanno destituito telefonate e letterine, mentre la TV, che ai suoi esordi ha fatto scuola a un’Italia illetterata, con l’avvento di mille canali ha ceduto a un fraseggio sempre più arido e grossolano, sdoganando presto la volgarità, poiché fa sempre audience.
Chi si esprime in modo educato e comprensibile invece, è l’Intelligenza Artificiale che tutto sa, pescando a velocità siderale nell’immensa cultura del Web. Chat GPT scrive articoli, compila testi, risponde a interviste, completa ricerche e d’altro, evitando la fatica di approfondire la propria cultura, e in molti casi si sta sostituendo alla impigrita intelligenza artigianale di una bella fetta dell’umanità.
L’IA si esprime con un linguaggio schematico, fatto di poche parole, facile da smascherare, usa male la punteggiatura, inizia spesso con delle congiunzioni, usa molto gli elenchi puntati, ma nella sostanza espone bene, formulando in ordinata sequenza.
Da alcune redazioni ai banchi di scuola ricorrere all’IA, è una prassi sempre più frequente. Diminuiscono i poeti e i parolieri che si esprimono con un lessico forbito, ma obsoleto, che interessa sempre meno. Ora il linguaggio è ermetico, sempre più spogliato della sua storia secolare.
L’italiano è una lingua romanza derivata dal latino “volgare” che, nel medioevo, ha iniziato a fondersi con le parlate regionali, fino alla lingua ufficiale del Paese decretata nel 1861. Oggi il villaggio globale ha promosso l’inglese come “lingua universale”, partorendo un frasario misto, talvolta adeguato, altre volte forzato e dissonante.
Adeguarsi è un obbligo per non rimanere indietro, assorbiti da una nuova versione del linguaggio globale. Noi italiani, maestri del bel canto, poeti e compositori, noi provetti autori e artisti di novelle, di scherno e buonumore conditi con deliziose inflessioni dialettali, siamo sottomessi ormai ai miti americani e al misero, grossolano starnazzare di abominevoli rapper che coinvolgono la generazione Z “Ebbasta”.
Piange da chissà quale girone Il sommo poeta e io son lieto d’essere cresciuto ascoltando De André, Dalla, Guccini. Mi insegnarono a gettare il pensiero oltre lo sguardo e soprattutto, a padroneggiare il senso delle parole, a costruire frasi e quindi, a scrivere.
A questo punto è doveroso spolverare la storia per rammentare che nella prima università del mondo, nata a Bologna nel 1158, tra gli studi giuridici erano compresi quelli della logica e della Grammatica. Infino al XVI secolo, in mezzo Mondo, la lingua ufficiale era il latino, studiato in tutte le università, idioma condiviso tra mercanti, politici e regnanti, con cui si stilavano libri, accordi e documenti. Il primo Dizionario in italiano invece, è stato il Vocabolario dell’Accademia della crusca, redatto A Firenze dall’Accademia medesima, quindi stampato a Venezia nel 1612.
A quel tempo, i dialetti nordici erano considerati barbari, da cui la definizione “barbarismi” per vocaboli ormai facenti parte nel nostro interloquire e del linguaggio mediatico. Un frasario in codice, dettato dalle esigenze di un bulimico sviluppo globale in accelerazione costante, verso chissà dove nessuno lo sa.
“Quando un popolo non difende più la propria lingua è pronto per la schiavitù” (Remy de Gourmont).
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è difficile contrapporsi all’imperante “progresso” della comunicazione; ma noi, dinosauri della lingua italiana, abbiamo il piacere di poter leggere articoli, poesie, saggi a più livelli e la nostra anima si nutre grata. Abituando i nostri lettori a un certo tipo di linguaggio combattiamo la nostra mcroscopica battaglia con determinazione. Ti sono grata per tutto quello che scrivi, perhé ogni volta è una boccata di ossigeno per una ex universitaria che aveva seguito il corso di laurea in Filologia romanza con Silvio Avalle D’Arco e che ogni volta che incontra in scritti di persone insospettabili un “pò” o altre ciliegine… inorridisce!
Grazie, tutto sommato è proprio così, purtroppo
Il villaggio globale voluto e imposto da un liberismo sociale salvifico finanziario ci porta passo dopo passo a quella Babele (non solo ) linguistica di cui oggi persino l’Accademia della Crusca si adegua con termini comuni ad una revisione aggiornata della Lingua. Penso ad un Vittorio di Sant’Albino e alla creazione dei Dizionari che dal dialetto piemontese “ traducevano “ in Italiano per far parlare correttamente la Società post unitaria. Dall’Unita’ monarchica alla prima Repubblica educativa nei suoi valori umani e linguistici all’attualità’ odierna sulla televisione di Stato il dialetto romano e napoletano la fanno da padroni . Chi salverà’ la lingua del bel canto, della letteratura dei Poeti, considerati ormai visionari al di fuori della realtà? L’estetica pelata ,tatuata con i suoi costumi fantastici trappistici e rapp(isti) espressivi violenti può’ mai esprimersi con una lingua armoniosa? Forse a Scuola qualche volenteroso informatico sorretto da una cultura linguistica non solo storica, unendo un algoritmo ad una grammatica con un Dizionario Treccani , il tutto ridotto ad un App potrebbe salvare la nostra espressione linguistica? ….all things are possibile…..
E. C.Ostellino