Un tuffo nel Medioevo e nella città di San Jacopo in Italia: diari di viaggio 2011 e 2020
Pistoia è già stata “Capitale Italiana della Cultura” nel 2017. Nei giorni in cui è stata insignita del titolo di “Capitale Italiana del Libro” per il 2026, riprendo in mano gli appunti scritti durante i miei primi due viaggi alla scoperta di questa città, avvenuti nel 2011 e nel 2020, con le tante suggestioni che mi ha lasciato.
Primavera 2011. Pistoia sembra in ferie per i giorni festivi di Pasqua. Il bed & breakfast “Relais Buonfanti” si trova nella omonima via: è un ampio appartamento al primo piano di un antico palazzo a pochi passi dal Duomo. Lara Selmi, padrona di casa, è la prima persona a darmi il benvenuto all’arrivo; è una raffinata ospite e una guida preziosa sulla città e i dintorni; attraverso le sue parole si percepisce un grande amore e una sconfinata passione per il luogo in cui vive.
Inizio la passeggiata per antiche strade, dove cammino su lastre di pietra scavate dal tempo, tra palazzi antichi e portoni maestosi; un uscio di poco rialzato doveva essere una “porta del morto”. In molti borghi antichi sparsi nell’area compresa tra Toscana, Umbria, Marche e Lazio è comune notare, nelle abitazioni medievali, due porte che danno accesso alla strada, una più ampia con il gradino basso – la porta di ingresso -, l’altra alta e angusta, oggi spesso murata, dall’ingresso rialzato di circa mezzo metro rispetto al livello stradale, denominata “ porta del morto”: essa è asimmetrica rispetto alla facciata, attigua al portone principale e riconoscibile per l’arco a sesto acuto, o per l’architrave. La sua funzione era quella di facilitare l’uscita della bara del defunto, durante tutti gli altri giorni dell’anno restava murata, o sprangata. La sua origine può esser fatta risalire agli Etruschi; rappresentava, anche in età medievale, una sorta di “limes”, il confine invalicabile tra il regno della luce e quello delle tenebre, esprimeva l’auspicio di mantenere separati i due mondi. Era credenza che, qualora il feretro del defunto fosse transitato per la porta principale, il suo spirito avrebbe continuato a infestare la casa. Lo scrittore toscano Piero Bargellini, negli Anni Cinquanta del Novecento, immaginò così l’addio di Santa Chiara alla sua casa: « Chiara rimase un attimo dritta sull’alta soglia. Poi, senza neppure volgersi indietro, spiccò un salto leggero. Aveva oltrepassato la soglia del morto. Si era divisa irreparabilmente dalla famiglia. Non avrebbe fatto più ritorno alla sua casa. Chiara era perduta. Chiara era morta. Chiara andava verso una altra vita. »
Il Duomo, dedicato a San Zeno, mi appare all’improvviso, su un lato di una scenografica piazza che contiene anche il Battistero ed il Palazzo Comunale, in una perfetta impostazione architettonica toscana e medievale.

Nella navata destra riposa il poeta stilnovista Cino da Pistoia (Pistoia 1270 – 1336); grazie a lui risalgo a ricordi scolastici e ai primordi della poesia italiana duecentesca. La sua famiglia, i Sighibuldi (Sigibuldi o Sigisbuldi), lo manda a Bologna a studiare diritto, per formarsi dal punto di vista letterario e acquisire la migliore formazione umanistica per i dettami del tempo. Amico di Dante Alighieri, nel 1302 è costretto a lasciare Pistoia a causa della militanza ghibellina. È un esilio temporaneo: tornerà in città tre anni dopo, grazie all’intervento del Marchese Moroello Malaspina, amante della poesia, mecenate che protegge Dante, esule in Lunigiana. Un verso amoroso di Cino recita così:
« Se non si move d’ogni parte Amore / sì dall’amato, come dall’amante, / non può molto durar lo suo valore, / che ‘l mezzo Amor non è fermo, né stante. »
In una cappella della navata destra, l’altare d’argento dedicato a San Jacopo induce il turista a una riflessione: che cosa unisce questa città all’esistenza di Jacopo, (l’evangelista Giacomo), uno dei discepoli prediletti di Gesù (secondo alcuni, suo fratello di sangue e successore a capo della prima comunità apostolica di Gerusalemme). Da qui parte un cammino italiano che collega la “piccola Santiago” (Pistoia, appunto) a Santiago di Compostela, un piccolo Cammino di Santiago che si dispiega in un concentrato di arte, storia e natura, da conquistare a piedi e scoprire passo dopo passo (cfr. https://www.ilcamminodisanjacopo.it/).

Il Battistero si eleva in posizione defilata, sulla destra della stessa piazza. All’interno, al centro, è collocata la vasca battesimale del 1226, “riscoperta” nei restauri del 1975. Agli angoli, quattro fori (o pozzetti), dei quali non si conosce la funzione originaria (si ipotizza che servissero ai sacerdoti che battezzavano, ma non vi sono documenti in merito). Le raffinate e istoriate figure geometriche del quadrato e del cerchio che si alternano sulle pareti esterne rappresentano l’unione della terra con il cielo, che avviene mediante il sacramento del battesimo, secondo la simbologia della rinascita dell’uomo nuovo liberato dal peccato originale.

Secondo giorno a Pistoia.
La Basilica della Madonna dell’Umiltà conserva all’altare maggiore l’omonima immagine affrescata. L’attuale edificio sacro sorge sul luogo dell’antica chiesetta di Santa Maria Forisportae, così detta perché edificata all’esterno della prima cerchia di mura, appena al di fuori della Porta Vecchia, inizialmente dedicata a Santa Maria Assunta; nel 1382 un pittore rimasto anonimo dipinge ad affresco un’immagine della Madonna dell’Umiltà, cioè non seduta in trono, secondo una iconografia che in Italia conosce la sua diffusione fra il Trecento e il Quattrocento. Secondo la tradizione e alcune testimonianze dell’epoca, il 17 luglio 1490 l’immagine inizia a spandere sudore dalla testa, molti pistoiesi invocano il miracolo e fanno suonare le campane di tutte le chiese cittadine.
Nel Monastero di Santa Maria degli Angeli è attivo un laboratorio artigianale curato dalle monache benedettine, con prodotti coltivati nel loro orto. Mi fanno assaggiare un bicchierino di rosolio, una vera squisitezza, dal sapore armonioso e delicato; il suo gusto e retrogusto per un attimo hanno il potere di farmi dimenticare tutto, come in un nirvana dei sensi e della mente. Nel Monastero, oltre alle attività di ricamo, bulino, pirografia e realizzazione di codici miniati, era presente una farmacia o spezieria in cui si producevano liquori medicinali, lattovari (composti medicamentosi con miele e zucchero) e prodotti specifici a base di “semplici”, le erbe medicinali coltivate nell’orto del Monastero (in anni successivi a questa mia visita, il monastero è stato chiuso e ora attende una nuova destinazione, è un grande complesso vuoto e silenzioso in città).
Il mio breve viaggio è finito. Ho respirato il clima del Medioevo, in questi due giorni a Pistoia, ovunque immerso in un passato ricco di storia.
Un libro per un viaggio: Gianna Manzini, Ritratto in piedi, Mondadori. La scrittrice rivede la Pistoia della sua infanzia e giovinezza, le vie e le piazze, i cortei degli anarchici tra i quali c’è anche suo padre: Giuseppe Manzini (1865 – 1925), idealista, fiero, capace di rinunciare a tutto, anche alla famiglia, per il suo ideale. Lei ricorda la sua scelta di abbandonare l’agiatezza economica, donando un patrimonio familiare in beneficenza, per dedicarsi al mestiere di orologiaio. La moglie, pur innamorata di lui, cede alle pressioni di una famiglia benpensante e lo lascia. La piccola Gianna trascorre molto tempo con il padre: lui è il suo grande amore, il suo mito, l’uomo virtuoso per eccellenza, una lezione di vita per sempre. La situazione cambia quando Gianna cresce e si trasferisce a Firenze con la madre, per frequentare l’Università. Nell’ebbrezza della gioventù, arriva a vergognarsi di quel padre povero e austero. Gli scrive una lettera alla settimana, forse per cercare di scacciarlo dai suoi pensieri. Gianna ricorda con struggente rimorso il fatto di non essergli stata vicina per tanti anni, soprattutto alla fine, quando lui muore di infarto, dopo aver subito l’ennesimo attacco da parte di un manipolo di fascisti. Una storia d’amore intrisa di passione civile, che ha molto da insegnare ai nostri giorni stanchi e disillusi.
Pistoia 2020. Un ritorno al passato, dopo nove anni, a inizio settembre, dopo una torrida estate.
Nella via attigua al Battistero mi colpisce una Mole rovesciata, disegnata su una vetrina, come un cono gelato. Il piccolo locale è diventato una gelateria artigianale, “Una Mole di Gelato”, creata da una giovane artigiana che ha preferito Pistoia a Torino per amore. Qui si è sposata, ha rilevato la gelateria in cui lavorava, le ha cambiato nome e le ha attribuito questa nuova insegna per ricordare la sua provenienza.

Grazie all’ufficio turistico presso la Fortezza, riesco a prenotare una visita alla Chiesa di Sant’Antonio, o del Tau, dal nome dell’Ordine dei cavalieri Ospitalieri di Altopascio. In un recente passato è stata frazionata in appartamenti, che hanno deturpato e cancellato alcuni affreschi. In seguito era diventata atelier e museo dell’artista pistoiese Marino Marini, fino alla sua morte. Fra le storie dell’Antico Testamento, sopra il portale di ingresso sono raffigurati i Giganti che dominavano la terra. Si tratta di un soggetto molto raro, forse unico in Italia.
« 1 Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, 2 i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta. 3 Allora il Signore disse: “Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni”. 4 C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo -, quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi” (Genesi 6, 1 – 4). »

La chiesa di San Bartolomeo in Pantano è sorta nel secolo VIII, dedicata a San Bartolomeo Apostolo. Il “pantano” era una zona fangosa nata dallo spostamento del corso del torrente Brana nel XIV secolo. La sua fondazione risale al periodo longobardo, voluta dai monaci di San Colombano. Si conserva l’usanza di praticare nel giorno della festa del santo titolare, il 24 agosto, una unzione sulla fronte dei bambini per preservarli dalle insidie degli spiriti. In epoca più recente la devozione ha aggiunto un’unzione contro le malattie, in particolare quelle della gola, ancora praticata; in tale occasione si vendono dei dolci speciali, chiamati “corone”, a forma di collana con grani di pasta frolla e un medaglione al centro.
Su una piazza molto trafficata si staglia la chiesa di San Francesco. In precedenza, qui esisteva un convento più piccolo annesso alla chiesa di Santa Maria (Maddalena) al Prato, nel quale si erano stabiliti i frati francescani nel corso del XIII secolo. È stata restaurata in epoca fascista, accanto sopravvive la Casa del Balilla, poi destinata a altri usi.
Secondo giorno a Pistoia.
In piazza Monte Oliveto visito la chiesa dedicata a San Benedetto. Dal 1° al 4 maggio 1391 ha ospitato il Capitolo Generale dell’Ordine, per la prima volta non tenutosi a Monte Oliveto Maggiore in quanto questa località non era agibile. Nella chiesa del monastero, ribattezzata San Leopoldo in onore al Granduca di Toscana, si svolge il Sinodo di Pistoia, dal 18 al 28 settembre 1786, che cerca di riformare la Chiesa locale in senso giansenista. Per il Vescovo Scipione de’ Ricci, questo Sinodo rappresenta il primo passo per la nascita di una Chiesa nazionale, indipendente da Roma. I lavori durano dieci giorni, approvano decreti già preparati in precedenza. Lo spirito del Sinodo, anti – romano e anti – curiale, è palese in alcuni enunciati: conferma degli articoli gallicani del 1682, approvazione di tesi gianseniste (condanna del Sacro Cuore, degli esercizi spirituali, delle missioni popolari), fusione dei religiosi in un solo Ordine, soppressione dei voti di povertà e obbedienza. Nel 1794, con la Bolla “Auctorem Fidei”, Papa Pio VI condanna le ottantacinque tesi approvate dal Sinodo, ne bolla sette come eretiche e altre come « scismatiche, erronee, sovversive della gerarchia ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e alla sua autorità, conducenti al disprezzo de’ sacramenti e delle pratiche di santa Chiesa, offensive alla pietà dei fedeli, che turbavano l’ordine delle diverse chiese, il ministero ecclesiastico, la quiete delle anime; che si opponevano ai decreti Tridentini, offendevano la venerazione dovuta all Madre di Dio, i diritti de’ Concilii generali. » Scipione de’ Ricci, relegato nella sua villa, nel 1805 in un incontro con il Papa Pio VII a Firenze, abiura le sue tesi.
Il Teatro Anatomico si trova all’interno dell’ex Spedale del Ceppo ed è il più piccolo d’Europa, rimasto in funzione per circa un secolo, fino alla metà dell’Ottocento, adibito alle dimostrazioni anatomiche per gli studenti di medicina, tramite la dissezione dei cadaveri da parte del docente. Il Teatro si compone di due sale adiacenti: la prima quasi del tutto priva di decorazioni, era impiegata per la preparazioni dei corpi, ha un tavolo con lo scolatoio; la seconda presenta decorazioni con fregi dai colori delicati, con medaglioni e volute e al centro un grande tavolo in marmo su cui si posizionava il corpo, circondato da una serie di panche in muratura (trenta posti a sedere) a struttura circolare (la forma consentiva una migliore acustica), destinate ad accogliere gli studenti che partecipavano alle lezioni del docente, seduto in una sorta di nicchia al centro del lato di levante. Lo studente diventava chirurgo dopo sei anni di studi, dopo aver sostenuto gli esami a Firenze. Lo Spedale del Ceppo è stato fondato nel 1277 dalla “Compagnia di Santa Maria” o “del Ceppo dei poveri”. Una leggenda vuole che il suo nome derivi da un ceppo fiorito durante l’inverno che, secondo le indicazioni date da un’apparizione della Madonna, mostra il luogo in cui fondare l’ospedale a due devoti coniugi, Antimo e Bendinella.

Pistoia sotterranea. Con la guida di Francesca (dell’I.R.S.A., Istituto Ricerche Storiche e Archeologiche di Pistoia) visito la città sotterranea, attraverso una scaletta scendiamo sotto l’attuale livello stradale e abitativo. Alcune volte ad arco erano le fondamenta del Convento delle Convertite, attivo fra il Cinquecento e il Seicento. Deviando il torrente Brana e dopo averne ripulito l’argine, sono stati ritrovati sul fondale numerosi reperti e ceramiche da farmacia; oggi le volte sono state restaurate e rese visitabili al pubblico; tutt’ora scorre nei sotterranei un corso d’acqua che serviva ad azionare mulini e macine di pietra. Negli ambienti si vede ancora il meccanismo del frantoio che movimentava le macine nella piazza sovrastante, poi acquistate da religiosi per produrre l’olio per i medicinali; inoltre, vi si trovano vecchi lavatoi e il mulino tenuto in funzione dal signor Becaccini fino al 1940, con la sua bottega di riparatore di attrezzi contadini.

All’ora dell’aperitivo serale mi sposto in Piazza della Sala, il cuore della “movida” pistoiese, caratteristica per un armonioso pozzo al centro, sormontato da un leone; in epoca longobarda vi sorgeva il Palazzo del Gastaldo. È una zona commerciale ricca di attività lavorative, le vie laterali ne dichiarano la funzione storica (Via del Cacio, Via dei Fabbri, Piazzetta degli Ortaggi).

Per concludere la vacanza vado a cena alla Trattoria San Vitale, nella omonima strada, consigliato da più di un pistoiese. È un tuffo negli Anni ‘70 e ‘80 del Novecento: la sala da pranzo pralinata, il mobile – credenza su cui sono allineati i condimenti, le ciotole con la frutta e il dolce del giorno, la schiacciata dolce con uvetta e cioccolato, servita insieme a un bicchiere di vin santo servito dal titolare, Enzo Marchettoni. Anche il conto preparato dalla figlia Serena, al termine di un pasto da ricordare, mi stupisce per l’importo, che sembra espresso nella valuta precedente all’euro (pochi mesi dopo, nel marzo 2021, a soli 68 anni, Enzo morirà in ospedale, durante l’epidemia covid 19, lasciando Serena a succedergli degnamente nella gestione del locale).

La Trattoria San Vitale si trova in un palazzo di proprietà degli Istituti Raggruppati di Pistoia, una istituzione pubblica di assistenza e beneficenza nata per Regio Decreto del 30 giugno 1907 dalla fusione di due preesistenti istituzioni operanti in città: il “Conservatorio degli Orfani della Città di Pistoia”, fondato nel 1722 da Cesare Godemini e altri cittadini, ampliato poi da Niccolò Puccini con testamento del 1 gennaio 1847, e la “Pia Casa di Lavoro” fondata da Tommaso Conversini con testamento del 22 gennaio 1876.

Nell’ultima sera pistoiese mi domando perché la città dal Cammino di San Jacopo non abbia la cattedrale o una chiesa dedicata al Santo… Eppure questa città conserva in Duomo una importante reliquia di San Jacopo, l’unica a trovarsi al di fuori della Spagna, grazie al Vescovo Atto, che nel 1144 riesce a ottenere una parte del corpo del Santo, grazie all’intercessione di tale Ranieri, un ecclesiastico pistoiese trasferitosi a Compostela. Secondo l’erudito Michelangelo Salvi, la devozione per San Jacopo inizia quando « correndo l’anno 849 vennero i Saraceni in Italia […] il che sentendo i Pistoresi, gran travaglio se ne presero, temendo fortemente di qualche grave danno o crudele invasione alla loro città: […] pensarono anco essi alla protezione del […] Santo ricorrere, e così invocatolo con viva fede, e ricevutolo per loro Protettore con solenissime feste e processioni, una Chiesa in onore e gloria di Lui, nella fortezza del Castellare fabbricarono, e la città loro non meno dal pericolo che dal timore restò liberata. » (estratto da Il taccuino del viaggiatore. Appunti per una gita a Pistoia)
Il mio secondo viaggio a Pistoia si conclude qui: il tempo è volato, la bellezza di questa città è intatta, come la ricordavo: un piccolo scrigno che contiene tesori medievali, da scoprire con lo stupore negli occhi per il fascino che evoca la sua grande storia, da Cino da Pistoia alla nomina a Città Capitale della Cultura nel 2017. La designazione a Capitale Italiana del Libro per l’anno 2026 meriterà, quindi, un nuovo viaggio nella città cantata da Gabriele D’Annunzio, tra Vanni Fucci alla « sagrestia de’ belli arredi », dove si può « mirar l’infinito del Mistero. »
Concludo questa ricognizione pistoiese con i versi che Gabriele D’Annunzio ha dedicato alla città:
T’amo, città di crucci, aspra Pistoia,
pel sangue de’ tuoi Bianchi e de’ tuoi Neri,
che rosseggiar ne’ tuoi palagi fieri
veggo, uom di parte con antica gioia.
Come s’uccida in te, come si muoia
i Panciatichi sanno e i Cancellieri.
Fin quel de’ Sigisbuldi, tra pensieri
d’amor, grida: “Emmi tutto ’l Mondo a noia!„
Vanni Fucci odo, come nell’Inferno
tra i sibili del serpe che l’agghiada,
“A te le squadro!” ulular furibondo.
Cino rincalza, folle del suo scherno:
“E’ piacemi veder colpi di spada
altrui nel volto e navi andar al fondo.„
Or placato è nel suo marmo senese,
fuor d’ogni parte, il buon Giureconsulto;
e stanno intorno a lui nel marmo sculto
gli alunni che animò Cellin di Nese.
È in pace la Città dal pistolese
di lama corta. Intorno al suo sepulto
dorme, né vede sul sepolcro occulto
sorridere la bella Vergiolese.
Là dove il mul nemico a Dio Signore,
col Mironne e con Vanni della Monna,
involava a Sant’Iacopo il tesauro,
ella ride il Digesto e il suo dottore,
quasi celata dietro la colonna,
Musa furtiva che nasconde il lauro.
Ma nella sagrestia de’ belli arredi
io conosco un sorriso più divino.
Trema, o Pistoia, in te come il mattino
quando nasce su’ colli; e tu no ’l vedi.
Colselo un giorno Lorenzo di Credi
forse in un giovinetto fiorentino,
stando con Leonardo e il Perugino
presso Andrea che di gloria ebbe li eredi.
Dalla tavola al marmo, ove riposa
il Forteguerri sotto il grave incarco,
si diffonde quel tremito leggero.
E la Speranza ha la maravigliosa
bocca che il Vinci incurverà com’arco
a mirar l’infinito del Mistero.
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