Una sorta di isola che non c’è
Correva il maggio 2014. La Blitz Photo Gallery era orgogliosa di presentare il lavoro del fotoreporter Mauro Minozzi: una selezione di immagini realizzate nel corso di quattro anni trascorsi accanto alla “famiglia portatrice di sorrisi” che gravitava attorno al suo ideatore,
Patch Adams. Definire Mauro Minozzi semplicemente un fotografo sarebbe riduttivo. Le immagini che ci consegna non appartengono soltanto al linguaggio della fotografia: sono attraversamenti, occasioni d’incontro, frammenti di esperienza condivisa. Ogni osservatore vi entra portando con sé la propria storia e ne esce inevitabilmente diverso.
Fin dalle prime fotografie si comprende come l’autore non si limiti a osservare. Attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica attraversa un confine invisibile. Il diaframma non è più soltanto un dispositivo ottico, ma diventa una soglia tra mondi differenti: una membrana sottile che separa il visibile dall’invisibile, il racconto dalla vita, il testimone dal protagonista. Nel tentativo di raccontare ciò che vede, Mauro Minozzi viene progressivamente assorbito da quella realtà umana unica e irripetibile. Una sorta di isola che non c’è e che tuttavia si manifesta.
Un luogo sospeso nel quale le distanze sociali, culturali e geografiche perdono consistenza, lasciando emergere ciò che gli esseri umani condividono nel profondo. Da quel momento anche il fotografo entra a far parte dell’opera. Non è più esterno alla scena: è coinvolto, accolto, trasformato. Lo sguardo smette di essere semplice strumento di osservazione e diventa partecipazione. Nelle immagini accade qualcosa di raro. Gli occhi delle persone non chiedono nulla e non giudicano: si incontrano. Le espressioni si trasformano, il peso delle difficoltà quotidiane sembra arretrare.
La musica, il movimento, il gioco e la condivisione restituiscono, anche solo per un istante, una leggerezza dimenticata. Per un tempo breve ma intenso, uomini e donne arrivati da luoghi lontani portano qualcosa di sé e ricevono in cambio molto di più. Qualcosa si sposta, qualcosa cambia. L’arte smette di essere rappresentazione per diventare esperienza vissuta. Il coraggio di essere uomini si manifesta attraverso il gesto creativo e ci rende più consapevoli della nostra fragilità, così come della nostra forza. Le riflessioni che nascono davanti a questo lavoro accendono il desiderio di raccontarlo, quasi fossimo stati noi stessi protagonisti di quel viaggio.
Ho avuto il privilegio di stampare queste immagini molti anni fa e da allora ho continuato a seguire questo progetto di Mauro Minozzi. Oggi, vedendolo vivere sulle pareti della mia galleria, ritrovo una certezza che il tempo non ha scalfito: sognare non è soltanto necessario, ma è possibile. E talvolta, con ostinazione e caparbietà, i sogni riescono davvero a trovare la loro forma. Presto una di queste fotografie troverà una nuova casa.
Comparirà lungo i 225 metri del muro dei Docks Dora di Torino, all’interno del progetto 6m², ideato insieme a Enrico Frignani. Grandi teli di tre metri per due: sei metri quadrati di immagini affidati alla città. Nel proteggere, i muri escludono il fuori, gli artisti così lo trasformano in una superficie d’incontro. Non desideriamo abbatterlo fisicamente; preferiamo renderlo più leggero attraverso la condivisione della bellezza.
Ogni intervento rappresenta un varco, una finestra aperta sull’immaginazione, un gesto lieve ma ostinato che tenta di sostituire il confine con il dialogo. Forse è proprio questo che l’arte sa fare meglio: aprire nuovi orizzonti dove prima esistevano soltanto muri, nella ricerca ostinata e necessaria di altri, più umani, orizzonti.
Gerardo Di Fonzo
