Čajkovskij
Portato a termine nel febbraio del 1882, il Trio per archi e pianoforte op. 50 di Pëtr Il’ič Čajkovskij è il frutto della profonda amicizia che legava il grande compositore russo a Nikolaj Rubinstejn, unanimemente considerato tra le figure più autorevoli del panorama musicale russo della seconda metà del XIX secolo.
L’anno precedente, il quarantacinquenne Rubinstejn aveva deciso di trasferirsi in Costa Azzurra nella speranza di poter guarire dalla tubercolosi. Purtroppo, le sempre più gravi condizioni di salute lo costrinsero a fermarsi a Parigi, dove i medici gli fecero sapere che gli rimanevano ormai solo pochi giorni di vita. Appresa la notizia, Rubinstejn – per non smentire la sua fama di gaudente – si concesse una sontuosa cena a base di ostriche, che nel giro di poche ore lo condusse a morte.
La prematura morte di Rubinstejn (con il quale Čajkovskij aveva avuto circa 10 anni prima un clamoroso screzio a proposito del celebre Concerto per pianoforte e orchestra op. 23, che era stato definito dall’amico “rozzo” e “ineseguibile”) unita alle preoccupanti condizioni dell’adorata sorella Aleksandra e alle angosciose preoccupazioni economiche gettarono il compositore in uno stato di grave prostrazione, dal quale si riscosse a fatica iniziando a scrivere il Trio op. 50.
In realtà, non è facile capire perché Čajkovskij abbia deciso di onorare la memoria di Rubinstejn con un trio per archi e pianoforte, un genere che non amava affatto e che si era rifiutato a più riprese di scrivere nonostante le continue insistenze della sua munifica mecenate Nadezhda von Meck.
Questa idiosincrasia era dovuta all’avversione – come scrisse lo stesso compositore in una lettera del 1880 – di abbinare i timbri del violino e del violoncello a quello del pianoforte, un mélange che urtava i suoi “organi uditivi”. Per fortuna, il compositore decise di ignorare il suo disgusto e nel giro di meno di due mesi scrisse un’opera di straordinaria intensità espressiva, divisa insolitamente in soli due movimenti per una durata complessiva di circa 50 minuti. Il Trio venne eseguito per la prima volta a Mosca, nell’ambito di un concerto privato tenuto nel marzo del 1882 per celebrare il primo anniversario della scomparsa di Rubinstejn.
L’opera si apre con un Pezzo elegiaco intriso di una desolata mestizia, che trova sfogo nello splendido tema principale esposto dal violoncello, che tornerà a farsi sentire alla fine del Trio, nell’ultima pagina della Variazione Finale (Lugubre), affidato agli archi alternati (“piangendo”) sul mesto accompagnamento del pianoforte (“pianissimo, poco a poco morendo”).
Segue un Tema con Variazioni; in realtà la dodicesima e ultima variazione – costruita secondo i principi della forma-sonata – presenta una durata e una complessità di struttura di gran lunga maggiori rispetto alle altre, venendo a svolgere, in effetti, la funzione di terzo e conclusivo movimento del brano.
Dieci anni più tardi, il 6 novembre del 1893 Čajkovskij morì per cause mai completamente chiarite. Come era successo per Rubinstejn, la notizia della sua dipartita venne accolta con profondo sgomento dal mondo musicale.
La scomparsa dell’autore della Patetica colpì profondamente il ventenne Sergei Rachmaninov, che con Čajkovskij aveva intrecciato una sincera amicizia e aveva avuto continui incoraggiamenti. Per onorare il ricordo di un artista che riteneva irraggiungibile, Rachmaninov decise di scrivere anch’egli un Trio per archi e pianoforte, che dedicò «alla memoria di un grande artista», un frontespizio molto simile a quello che Čajkovskij aveva premesso al suo omaggio a Rubinstejn. Dopo un febbrile lavoro, l’opera fu tenuta a battesimo a Mosca il 31 gennaio del 1894, con lo stesso compositore al pianoforte.
L’opera si apre con un movimento molto elaborato pervaso da un clima di intensa mestizia, che trova piena espressione nel lamento del pianoforte, poi ripreso dai due archi con una ieratica solennità che ricorda da vicino lo stile del canto ortodosso.
Dopo un passaggio virtuosistico del pianoforte, che fa crescere visibilmente la tensione, emerge il canto struggente del violoncello. Come secondo movimento, Rachmaninov si riallaccia ancora una volta al Trio di Čajkovskij, strutturandolo come un tema con variazioni, la cui melodia è tratta dalla fantasia per orchestra La roccia, una delle opere più interessanti della prima fase della parabola creativa di Rachmaninov, per la quale Čajkovskij si era offerto di dirigere la prima esecuzione.
Il conciso movimento conclusivo segue il principio ciclico, attingendo gran parte del suo materiale melodico dal Moderato iniziale, con una sorta di gara tra l’andamento risoluto del pianoforte e il lamento degli archi, fino alla ricomparsa del lamento iniziale, che scompare gradualmente nelle sfumature scure del registro grave dei tre strumenti.
