Il Teatro Alfieri di Torino e il suo architetto Barnaba Panizza
Piazza Solferino, alla confluenza obliqua delle vie Cernaia e Pietro Micca, è dominato dalla scenografica mole del Teatro Alfieri, costruito su progetto dell’architetto Barnaba Panizza e inaugurato nel 1855. Tre anni dopo, è distrutto da un incendio, il 5 gennaio 1858, e ricostruito a tempo di record nello stesso anno, dal medesimo Panizza. La seconda inaugurazione avviene il 22 agosto 1860.
Una traccia di questa origine si trova nel volume di Luciano Tamburini, I teatri di Torino, Edizioni dell’Albero, Torino, 1966: « Anche la data di nascita dell’Alfieri è controversa, fissandola alcuni nel 1855 e spostandola altri al ‘57. In realtà la guida Marzorati per il 1856 parla del « Teatro Alfieri in piazza Solferino 2 », confermando le asserzioni di chi lo fa ascendere al ‘55. » (p. 155).
Nella sua storia subirà altri tre incendi nel 1863, nel 1868 e nel 1927, ogni volta ricostruito seguendo i disegni originari.
In quel primo periodo di vita, scrive ancora il Tamburini, « il locale (il cui sipario, dipinto da Costantino Sereno – attivo a Cumiana, Limone e in varie chiese torinesi e noto anche per quadri di genere accesamente romantici – raffigurava, in un paesaggio classico, le tragedie di Vittorio Alfieri) ospitò, in rotazione col Balbo e col Rossini, complessi dialettali. » (p. 156).
Nel 1901 è chiamato a mettervi mano l’architetto Pietro Fenoglio, geniale interprete del liberty a Torino.
Nel primo decennio del Novecento ospita opere teatrali moderne e innovative, con un salto di qualità negli scrittori e registi che le portano in scena: La figlia di Jorio (D’Annunzio) e L’albergo dei poveri (Gorkij) nel 1904; La fiaccola sotto il moggio (D’Annunzio, 1906/1907, e la Salome di Oscar Wilde; Lo scandalo di Georges Bataille e La donna è mobile di Marinetti (1909); L’amore dei tre re di Sem Benelli e Il rifugio di Dario Nicodemi (1910). Tra il 1916 e il 1920 attento spettatore all’Alfieri è Antonio Gramsci (cfr. Antonio Gramsci, Sotto la Mole, Torino, 1960, p. 14).
Dopo l’incendio del 23 maggio 1927, la direzione dei lavori di ripristino viene affidata all’ing. Eugenio Mollino. In questa occasione, « L’interno venne invece decorato a nuovo, eliminando il rivestimento in piastrelle smaltate che fasciava la sala e rinnovando parapetti delle gallerie e volta. » (Tamburini, op. cit., p. 210).
Colpito in parte dalle incursioni aeree del 20 novembre e 8 dicembre 1942, sarà ristrutturato nel 1949, con l’ampliamento della platea, alla quale sono annesse le due attuali gallerie.
Dopo la parentesi tragica della guerra, con le sue inevitabili devastazioni, il Teatro Alfieri riapre al pubblico il 16 marzo 1949, con la rivista Grand Hotel di Garinei e Giovannini.
A partire dalla stagione 1949/1950, la programmazione è curata da Giuseppe Erba, impresario teatrale e culturale torinese, che si impegna a proporre spettacoli innovativi e originali, come un inedito show sul ghiaccio.
Gli spettacoli dell’Alfieri si distinguono per varietà e qualità, affiancando alla prosa eccezionali interpreti del jazz come Louis Armstrong, Duke Ellington, Miles Davis o Dizzy Gillespie.
Il teatro classico viene esplorato in inedite sfaccettature, grazie alla feconda vena di Vittorio Gassman, e il palco si apre a ospitare personaggi come Erminio Macario, Wanda Osiris, Ugo Tognazzi e Giorgio Gaber. Come testimoniamo i manifesti dell’epoca, l’Alfieri ospita nel 1963 la seconda edizione del festival musicale estivo itinerante del Cantagiro e, nello stesso anno, Rita Pavone. Nel 1970 vi si esibiscono, sempre per la musica leggera, Mina, Albano e Romina Power.
L’ultima ristrutturazione dell’edificio risale al 2002. Ad oggi è gestito dalla Compagnia Torino Spettacoli di cui fanno parte il Teatro Erba e il Teatro Gioiello.

Scopriamo, in breve, la biografia del suo progettista: Barnaba Panizza nasce a Torino nel 1806. A lui, come detto, si deve la facciata del teatro, sia quella del 1855 che quella del 1877, così come la realizzazione di molti edifici e alcune strutture urbanistiche nella Torino ottocentesca. Figlio di un architetto, Lorenzo, autore (con il Talucchi) del Manicomio di Torino e della Sala Anatomica dell’Ospedale di S. Giovanni, coll’annesso fabbricato di due piani che fronteggia la via Cavour.
Nel 1830 Barnaba Panizza disegna la facciata della chiesa di Santa Maria di Piazza. Nel 1845 è incaricato da Roberto Taparelli d’Azeglio ad ampliare e modificare esternamente il palazzo di famiglia. Nel 1850 è chiamato a progettare tratti di porticati di piazza Carlo Felice; quindi la Galleria Natta (chiamata poi Geisser, demolita nel 1937 e ricostruita come Galleria San Federico).
Nel 1860 Panizza diventa consigliere comunale, quindi assessore ai lavori pubblici, poi commissario alle Belle Arti di Torino, nonché riformatore dei piani regolatori edilizi e viabilità municipali. Verrà insignito del titolo di commendatore dell’Ordine Mauriziano dal Re Umberto I. Nel 1870 progetta la sua casa, dove abiterà fino alla morte, in piazza Solferino angolo via Cernaia, adiacente al Teatro Alfieri, del quale è comproprietario e che cederà ai suoi eredi.
A fronte di tanto successo e onorificenze, appare molto sfortunata la sua vita privata e familiare. Sposato, ha cinque figli, di cui soltanto una, Virginia (1841 – 1919) sopravvive al padre. Gli altri figli muoiono tutti prima di lui. In un tragico destino, tocca prima a Lorenzo (1839-1858) primogenito maschio, poi a tre figlie: Leocadia (+1876), Prospera (c.1844-1882) e Balbina (c.1849-1872).
Barnaba Panizza muore a Torino il 2 marzo 1895.
La sua commemorazione funebre viene svolta dall’ing. Luciano Lanino, la sera del 29 marzo 1895, poi raccolta negli ATTI DELLA SOCIETÀ DEGLI INGEGNERI E DEGLI ARCHITETTI IN TORINO.
Vi leggiamo, tra l’altro: « Percorrendo la via Mazzini e le sue trasversali, si possono ancora osservare qua e là le linee caratteristiche dello stile del Panizza in alcune case, che per anco non furono, com’è avvenuto per la maggior parte, ricostruite o riformate. »
E ancora: « Ma il periodo brillante della sua carriera non cominciò che dopo il 1840, quando Ei venne chiamato a progettare e dirigere fabbriche di maggior importanza, quali la casa ARDY all’angolo di via Orfane con la via delle Ghiacciaie (ora via Giulio); la casa SILLANO occupante l’intero isolato compreso fra le vie S. Domenico, Giulio, dei Quartieri e corso Valdocco; la casa TRIULZI in via Bava e Pescatori; la casa FAJA in via Santa Chiara e Carlo Botta; la casa PISTONO in via Saluzzo, attuale sede della Scuola Normale femminile Domenico Berti; il palazzo ANTONINO (ora DE VIRY) all’angolo via Accademia Albertina e via dei Mille, ecc., e quando, con l’erezione della sua geniale ROTONDA, ad uso di caffè, nel giardino dei Ripari, Egli diede primo l’esempio di quello spirito di coraggiosa ed oculata intraprendenza, che doveva scuotere l’apatia della cittadinanza, mostrando a quest’ultima i vantaggi della privata iniziativa. »
Ho raccontato lo scomparso Giardino dei Ripari, da queste colonne, lo scorso 28 gennaio:
Credits: www.delcampe.net
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