Tra potere e silenzio, tra Bonifacio VIII e la Perdonanza Celestiniana: la voce interiore di Pietro Angeleri, il papa che rinunciò a sé stesso per ritrovare Dio.
Introduzione
Ci sono figure che la storia non riesce a collocare del tutto.
Troppo pure per essere considerate politiche, troppo politiche per essere considerate solo spirituali.
Celestino V appartiene a questa categoria di uomini sospesi, che sembrano vivere in un tempo diverso da quello che li ha generati.
Pietro Angeleri, detto Pietro del Morrone che è un monte dove ci sono suoi eremi era un eremita, un asceta radicale, un uomo che cercava Dio nel silenzio delle montagne abruzzesi. La sua elezione al soglio pontificio nel 1294 fu un evento inatteso, quasi miracoloso e allo stesso tempo paradossale: un uomo che aveva rinunciato al mondo si ritrovò improvvisamente a guidarlo.
In un’epoca in cui la Chiesa era immersa in logiche di potere, diplomazia e intrighi, la sua umiltà non era solo fuori luogo: era destabilizzante.
La sua rinuncia – il celebre “gran rifiuto” – è stata interpretata nei secoli come un atto di debolezza. Dante lo colloca tra gli ignavi, coloro che non seppero scegliere. Ma la storiografia moderna, e forse anche la coscienza contemporanea, lo vede con occhi diversi: non un vigliacco, ma un uomo che ha scelto la verità di sé stesso contro la menzogna del potere.
In questa intervista immaginaria, ambientata dopo la sua abdicazione, Celestino non è più papa.
È tornato Pietro Angeleri: un uomo stanco, ma limpido.
Un uomo che parla non per difendersi, ma per testimoniare.
Sul fondo, come un’ombra che si allunga, c’è Bonifacio VIII: il pontefice che raccolse il suo testimone e lo trasformò in un’altra idea di Chiesa, più forte, più politica, più terrena.
E poi c’è la Perdonanza Celestiniana, il gesto più rivoluzionario e meno compreso di Celestino: un Giubileo ante litteram, un’apertura radicale alla misericordia, un atto che ancora oggi parla di libertà, uguaglianza e riconciliazione.
Questa intervista non vuole riscrivere la storia.
Vuole ascoltare ciò che la storia non sa dire: la voce interiore di un uomo che ha scelto l’anima quando il mondo gli chiedeva di tradirla.
Intervista immaginaria a Pietro Angeleri dopo il grande rifiuto
La cella è semplice, quasi spoglia.
Una finestra stretta lascia entrare una lama di luce.
Pietro Angeleri siede su uno sgabello di legno. Non è più Celestino V.
È un uomo che ha restituito il potere e ha ripreso il silenzio.
Maestro Pietro, perché ha rinunciato al papato?
Pietro Angeleri:
«Per non perdere l’anima.
A Roma non sono mai arrivato: il trono mi ha raggiunto prima, e ovunque andassi il peso del potere mi precedeva.
Io cercavo Dio nel vento del Morrone, non nei palazzi dei re.
Quando ho capito che il trono mi chiedeva di diventare ciò che non ero, ho scelto.
Ho scelto di non diventare uno di loro.
La rinuncia non è stata una fuga: è stata un ritorno.»
Dante la condanna come autore del “gran rifiuto”. Cosa risponde?
Pietro Angeleri:
«Dante vedeva il mondo con gli occhi della politica.
Io lo vedevo con gli occhi della coscienza.
Non ho rifiutato per paura, ma per verità.
Il vero peccato sarebbe stato restare e tradire me stesso.
Il rifiuto è stato il mio modo di dire “no” quando tutti si aspettavano un “sì”.
E a volte, nella vita, il “no” è l’unica forma di fedeltà.»
Maestro Pietro, cosa rappresenta per lei la Perdonanza Celestiniana?
Pietro Angeleri:
«La Perdonanza è il mio dono più vero.
Non un atto di potere, ma un atto di misericordia.
Ho visto troppi uomini piegati dal peso della colpa, troppi cuori convinti di non meritare più la luce.
Con la Inter sanctorum solemnia ho voluto aprire una porta che nessuno potesse chiudere: una porta di perdono gratuita, senza privilegi, senza denaro.
Un giorno in cui chiunque – ricco o povero, potente o sconosciuto – potesse sentirsi di nuovo libero.
Chi entra a Collemaggio tra il 28 e il 29 agosto non trova un tribunale: trova un abbraccio.
È il mio modo di dire che Dio non è proprietà di nessuno.
Se c’è qualcosa che porto nel cuore, più della rinuncia, è questo:
aver lasciato al mondo un giorno in cui la misericordia non ha prezzo.»
Che ruolo ha avuto Bonifacio VIII nella sua decisione?
Pietro Angeleri:
«Bonifacio era un uomo di potere.
Non lo giudico: era fatto per governare, per comandare, per tessere trame.
Io no.
La sua presenza pesava come un’ombra.
Mi guardava come si guarda un ostacolo.
E forse lo ero.
Non mi ha costretto a rinunciare, ma ha reso evidente che il mio posto non era lì.
Io ero un uomo di silenzio. Lui era un uomo di governo.
Due mondi che non potevano convivere.»
Si sente tradito dalla Chiesa?
Pietro Angeleri:
«No.
La Chiesa è fatta di uomini, e gli uomini sono fragili.
Io non sono stato tradito: sono stato liberato.
Il mio errore è stato accettare un ruolo che non mi apparteneva.
Il loro errore è stato credere che un uomo di silenzio potesse diventare un uomo di potere.
Siamo stati tutti vittime della stessa illusione.»
Se potesse parlare oggi ai fedeli, cosa direbbe?
Pietro Angeleri:
«Non cercate Dio nei palazzi.
Cercatelo nella coscienza, nel gesto buono, nella parola che non ferisce.
Il potere passa, l’anima resta.
E quando arriva il momento di scegliere, scegliete ciò che vi rende veri.
Anche se il mondo non capisce.»
Maestro Pietro, ha rimpianti?
Pietro Angeleri:
«Solo uno: non aver ascoltato il silenzio abbastanza presto.
Ma ora lo ascolto.
E in quel silenzio, finalmente, sono tornato a casa.»
Mi chiedo il motivo che ha spinto Bonifacio VIII alla rinuncia di Celestino V
Bonifacio VIII non parla, ma la sua presenza è ovunque.
È l’uomo che ha colto il vuoto lasciato da Celestino e lo ha riempito con la sua forza, la sua ambizione, la sua visione di una Chiesa che governa.
Per lui, la rinuncia di Celestino non è un atto spirituale: è un errore politico.
Per questo lo teme.
Per questo lo rinchiude.
Non perché Pietro sia pericoloso, ma perché la sua purezza lo è.
Chiusura
La figura di Celestino V continua a dividere, affascinare, interrogare.
È il papa che rinuncia, ma anche il papa che perdona.
Il papa che lascia il trono, ma apre una porta.
Il papa che non sa governare, ma sa liberare.
In un tempo come il nostro, in cui il potere sembra spesso l’unica lingua possibile, la sua voce – fragile e radicale – ci ricorda che esiste un’altra grammatica: quella della coscienza, della misericordia, della verità interiore.
Forse è per questo che Celestino V, più che un personaggio storico, è diventato un simbolo.
Il simbolo di chi sceglie l’anima quando il mondo chiede di tradirla.
E di chi, pur rinunciando a tutto, lascia un dono che attraversa i secoli:
la libertà di essere perdonati.
La Perdonanza Celestiniana: il perdono che attraversa i secoli
Dal 1294, L’Aquila custodisce un rito unico al mondo: la Perdonanza Celestiniana, il primo Giubileo della storia.
Dal 1294, L’Aquila custodisce un rito unico al mondo: la Perdonanza Celestiniana, il primo Giubileo della storia.
Voluta da Celestino V con la Bolla Inter sanctorum solemnia, concede l’indulgenza plenaria a chiunque varchi la Porta Santa di Collemaggio tra il 28 e il 29 agosto.
Ogni anno, in quella data, la città dell’Aquila si raccoglie attorno alla Basilica di Collemaggio.
La Porta Santa viene aperta da un cardinale, mentre il Sindaco dell’Aquila legge la Bolla del Perdono, che la città custodisce dal 1294: fu salvata dalla distruzione voluta da Bonifacio VIII proprio perché affidata al Municipio aquilano.
È un gesto che unisce autorità spirituale e popolo, Chiesa e città.
Per 24 ore, fino alla mezzanotte del 29 agosto, chiunque attraversi quella soglia riceve il dono del perdono.
Non importa chi sei, da dove vieni, cosa hai fatto.
La porta è aperta.
E questo, nel linguaggio simbolico della storia, è un terremoto.
Oggi la Perdonanza è molto più di una celebrazione religiosa.
È un simbolo civile, un patrimonio UNESCO, un momento in cui la città si riconosce, ricorda, rinasce.
Dopo il terremoto del 2009, è diventata il cuore pulsante della resilienza aquilana: cortei, musica, incontri, dialogo, memoria.
La sua forza è semplice e radicale:
una porta che si apre per tutti.
Un messaggio che non invecchia.
Un’eredità che continua a cambiare la vita di chi la attraversa.
Un ringraziamento speciale per la consulenza storica va a Maria Grazia Lopardi, nata a L’Aquila, dove vive con la sua famiglia ed esercita la professione di Avvocato dello Stato.
Presidente dell’Associazione di Promozione Sociale Panta Rei, da anni offre alla città conferenze e seminari dedicati alla crescita della conoscenza e alla diffusione della cultura.
È conosciuta come “la Signora di Collemaggio” per il suo instancabile impegno nella tutela, nella valorizzazione e nel rilancio della splendida Basilica di Santa Maria di Collemaggio, icona spirituale e simbolica di Papa Celestino V.
A lei si devono importanti studi sul pavimento della basilica, dove ha individuato preziosi elementi di simbolismo alchemico che arricchiscono la lettura storica e spirituale del luogo.
Autrice di numerosi libri, Maria Grazia Lopardi rappresenta una delle voci più autorevoli e appassionate nel custodire e interpretare l’eredità celestiniana.
A lei va la mia gratitudine per la competenza, la generosità e la luce che continua a portare su Collemaggio e sulla figura di Celestino V.
