Barbara Scoppa
«… chi va in scena ci va con il corpo, la mente e il cuore…»
Le rappresentazioni teatrali hanno origine in Grecia, probabilmente intorno al VI secolo a.C., in occasione delle feste religiose. Gli spettacoli variavano di durata: alcuni andavano avanti dall’alba al tramonto, altri si protraevano per più giorni; nel primo caso gli spettatori si rifornivano di cibarie, nel secondo sostavano nel teatro anche di notte. Teatro fu detto il luogo dove avvenivano le rappresentazioni. In Atene fu utilizzato inizialmente uno spiazzo sul fianco della collina dell’Acropoli: gli spettatori si sistemavano sul pendio, il coro stava nello spiazzo, gli attori oltre a questo, di fronte al pubblico. La scena era la tenda che chiudeva lo sfondo di quello che oggi chiamiamo palcoscenico.
Il numero degli attori crebbe con il tempo: da uno divennero due, poi tre ed eccezionalmente quattro. In realtà, potevano esserci più di tre personaggi, ma non ne dovevano stare contemporaneamente in scena più di tre. Infatti, lo stesso attore poteva interpretare più parti, travestendosi di volta in volta. Non vi erano attrici: i ruoli femminili erano recitati da uomini.
Le forme di spettacolo erano la tragedia e la commedia. La tragedia, che rappresenta una realtà nobile ed eroica, è scritta in versi ed è accompagnata dalla musica. Non di rado l’argomento è tratto da un mito. A Roma giunge nel III secolo a.C.
Diversamente dalla tragedia, la commedia, che iniziò a essere rappresentata più tardi, nelle feste dionisiache, si prefigge lo scopo di divertire, mette in scena una realtà quotidiana nutrita di elementi spassosi e propone una conclusione felice.
Caratteristica dell’abbigliamento dell’attore tragico era la maschera, che aveva un significato religioso. Il coro era composto di dodici coristi, guidati da un corifeo. Il coro comico era più numeroso, di ventiquattro persone.
Nel 2025 Barbara Scoppa è stata protagonista di «Il grande urlo: Elettra vs Clitennestra», lavoro di Elena Fanucci, diretto da Franco Gervasio, che si ispira alla grande tradizione tragica greca; mentre ha iniziato il 2026 con «Al nostro amore – Happy Hour», regia di Barbara Porta, una sophisticated comedy di stampo anglosassone di Luca De Bei. Interpretare due madri così distanti nel tempo e nell’ambientazione, come Clitennestra e Francesca, richiede un approccio diverso?
Sì, almeno per me. In comune i due personaggi hanno un rapporto con la maternità non risolto; certamente le epoche e le ambientazioni sono lontanissime, ma nel grande flusso dei sentimenti umani, dove spesso la solitudine regola le reazioni fuori dal contesto di “normalità”, queste due madri sono accomunate dall’incapacità di gestire l’abbandono. Nel caso di Clitennestra è il tradimento del marito Agamennone che sfocia nella vendetta, in Francesca è la perdita del rapporto simbiotico con il figlio.

Che cosa ha significato per te il debutto in teatro, quando hai interpretato Margherita in «Monsieur Ornifle» di Jean Anouilh, soprattutto avendo come compagni di lavoro Alberto Lionello, Erica Blanc, Vittorio Congia e come regista Luigi Squarzina?
È stato un debutto alla grande, protagonista giovane tra interpreti artisti di altissimo livello, come forse soltanto in quegli anni era possibile, con tournée che duravano anche nove mesi e il personaggio ti rimaneva addosso altrettanto a lungo. La regia di un maestro come Luigi Squarzina e il talento istrionico di Alberto Lionello erano una combinazione vincente; essere stata scelta da loro dopo ben tre provini mi ha dato la possibilità di crescere artisticamente, di capire che quella era la mia vita, oltre al fatto che con quel ruolo arrivarono anche i primi riconoscimenti.

La tua formazione artistica si è svolta nella Bottega Teatrale di Firenze diretta da Vittorio Gassman. Che cosa ti ha trasmesso lui e che cosa hai appreso da altri insegnati quali Giorgio Albertazzi, Gigi Proietti, Orazio Costa Giovangigli, Adolfo Celi, Luciano Salce, tanto per citarne alcuni?
Vittorio Gassman è stato il maestro che ci ha donato una passione sconfinata per il teatro, per lo studio e il rigore senza il quale non è possibile andare avanti se si vuole intraprendere questo percorso. Tra i maestri vorrei includere anche Alvaro Piccardi, che era il più giovane tra loro, venuto a mancare lo scorso anno. Se ne vanno così pezzi di vita. Il fatto che adesso anch’io appartengo all’età dei miei maestri, mi convince che fare il mio dovere appartiene anche alla loro memoria, a ciò che mi hanno trasmesso e che cerco, con il fare, di non disperdere. Sono grata a ognuno di loro; finché la vita me lo consentirà, farò in modo di non sottrarmi a questa opportunità di comunicazione che concede spazi di effettiva libertà.

Nella Bottega Teatrale si tenevano anche lezioni e seminari riguardanti il cinema. Fra i docenti Ettore Scola, Anthony Quinn, Jeanne Moreau. Quanto sono stati utili i loro insegnamenti quando hai recitato, per esempio, nei film diretti dallo stesso Scola, «La famiglia», da Federico Fellini, «Ginger e Fred», Gabriele Salvatores, «Turné», Paolo Sorrentino, «L’amico di famiglia»?
Non so quantificare in senso stretto l’utilità dell’approccio con gli artisti del cinema, tanto diversi tra loro, ognuno con la propria originale poetica. Certamente il debutto con Fellini in «Ginger e Fred», accanto a Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, è stato un film nel film, che meraviglia e che contentezza farne parte! Quanta bellezza, quanta poesia, quanta fantasia! Il maestro Ettore Scola, conosciuto alla Bottega Teatrale di Firenze in occasione del seminario da lui tenuto, mi diede poi l’opportunità di lavorare nella Famiglia, offrendomi di scegliere persino tra due ruoli. È stato un vero e proprio insegnante sul campo, con suggerimenti mai invasivi, sempre precisi, tendenti a veicolare la mia sensibilità con la storia a cui prendevo parte insieme a tanti altri interpreti. Scelsi il ruolo della figlia di Carlo/Vittorio Gassman, così anche quel film fa parte della mia famiglia artistica, alla quale sono grata.

In teatro hai firmato due regie; una con Marta Bifano «La poesia in musica» e l’altra con Francesca Ventura «Cime tempestose». Che significa dirigere e interpretare?
In realtà nel mio caso non sono così distanti, ho fatto queste due esperienze con colleghe con le quali lavorare insieme significa scambio d’idee, di vedute, di penetrazione delle parole che danno forma al testo che si vuole rappresentare. Certamente chi va in scena ci va con il corpo, la mente e il cuore, ma tutto questo va servito al pubblico attraverso un’accurata regia.
In televisione hai lavorato in prevalenza in serie tv delle reti Rai e Mediaset. Quali sono le differenze nella lavorazione rispetto a un film destinato alla distribuzione nelle sale?
Ormai spesso i film che nascono per il cinema vengono poi riproposti in televisione. Credo che nel racconto cinematografico la macchina da presa sia come un occhio che scruta anche il più piccolo dettaglio, che rimanda l’appuntamento con chi vedrà il film dopo molti passaggi dal momento in cui viene girato. Al contrario del Teatro dove tutto avviene nel momento in cui si fa, con il cinema l’approccio è più mentale, ma non per questo meno affascinante.
Se poi il film nasce per la televisione o come adesso nella maggior parte per le piattaforme, la differenza sta nella qualità del prodotto e anche nell’impatto che la storia ha con il pubblico, al passo con i tempi che cambiano molto velocemente.

Hai lavorato, tra gli altri, con Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Sergio Castellitto, Ottavia Piccolo, Diego Abatantuono, Paolo Villaggio, Fabrizio Bentivoglio e Laura Morante. Un aggettivo per ognuno di loro.
Marcello gentile, Giulietta intelligente, Vittorio passionalrigoroso, Stefania lieve, Fanny affascinante, Sergio attento, Ottavia presente, Diego simpatico, Paolo acuto, Fabrizio ironico, Laura generosa.

Intervista davvero interessante.
Ho apprezzato molto l’introduzione sul teatro greco nell’antichità. Ricordo con piacere l’attrice ne “La famiglia” di Scola, uno dei più bei film del nostro cinema.
Bellissima interessante intervista . Una spiegazione di un’interpretazione intensa
Interessante intervista ed attrice teatrale molto poliedrica
Un vero piacere leggere questa intervista.
Profonda intervista.
Molto interessante l’introduzione sulla nascita del teatro.
Davvero una nota culturale di teatro e cinema.
È sempre bravo Francesco a proporre personaggi che sono prima di tutto persone.
Mi ricordo di Barbara Scoppa nella parte di Maddalena ne «La famiglia» di Scola.
Bella intervista. Complimenti a entrambi.
Un’intervista che restituisce profondità e misura, dove il percorso artistico si intreccia con una visione lucida e autentica del mestiere. Colpisce la capacità di raccontare il teatro non solo come espressione, ma come disciplina viva, fatta di ascolto, memoria e presenza.
Una sintesi di vocazione artistica e vita teatrale veramente interessante. Una intervista brillante. Complimenti.
Fantastica attrice e ottimo intervistatore. È sempre un piacere leggere le interviste e le recensioni di Francesco Rodolfo Russo.
Un plauso a Francesco Rodolfo Russo per l’interessante introduzione sul teatro greco. In quanto all’intervista a Barbara Scoppa, nel racconto della sua esperienza con “mostri sacri “ del cinema e del teatro, l’attrice ci rimanda ad mondo che sembra appartenere al passato ma che, in realtà, rivive in artisti come Barbara Scoppa, che incarnano la vocazione attraverso l’impegno, la passione e lo studio.
Interessante intervista anche se non conosco l attrice
Ho apprezzato l introduzione sul teatro
Uno spaccato teatrale interessantissimo, intervista di ottimo livello culturale
Letto! Ottima intervista! Bravo Francesco! Bello ricordare come è nato il teatro…..
Grazie per questa bella e avvincente intervista con una straordinaria attrice che conosco e apprezzo .
Bella spiegazione esaustiva. Incuriosisce e attira verso un’arte che fa del corpo, dello sguardo e della voce tavolozza e tela per uno spettacolo che può leggersi come un quadro. Bravo anche l’intervistatore che ha stimolato e condotto il discorso per quanto riguarda tutta la carriera dell’attrice
Complimenti a Francesco per l’ottimo excursus storico sul teatro e complimenti per l’ intervista a Barbara Scoppa attrice affascinante non solo per la bellezza ma anche per cultura e la bravura. Suggestivo il fatto che abbia lavorato con personaggi mitici e che si sia riproposta di tramandarne la memoria.