Immagine creata da Fabio Mandaglio
La voce di una studentessa
Nel rispetto della riservatezza richiesta per l’età e l’argomento, ospitiamo la corrispondenza di una studentessa del primo anno di un liceo di Torino sul tragico epilogo a scuola della lite tra due compagni di classe sulla frequentazione di una ragazza.
<< – Il 16 gennaio 2026, all’interno dell’Istituto Professionale “Domenico Chiodo” di La Spezia, un ragazzo di diciannove anni, Zouhair Atif, ha ucciso il suo compagno di classe, Abanoun Youssef, con una coltellata. La lite, iniziata al di fuori dell’ambiente scolastico, è stata scatenata da uno scambio di fotografie tra la vittima e una frequentazione dell’aggressore. La discussione che sarebbe dovuta essere fermata prima è invece entrata nella scuola: è iniziata nei bagni durante l’intervallo e poi è proseguita davanti alla classe dei due ragazzi, rivelandosi mortale. Solo dopo l’accaduto un docente è riuscito a disarmare Atif, nell’attesa dell’arrivo della polizia e dell’ambulanza.
Un episodio del genere difficilmente nasce all’improvviso. Nel caso di Youssef, c’erano già segnali evidenti: comportamenti gravi, minacce nei giorni precedenti e tensione in classe, nota non solo a diversi compagni, ma anche ad alcuni professori. Questo porta a chiedersi se si sarebbe potuto intervenire prima. Quando si sa di certe situazioni, ignorarle o sottovalutarle, significa lasciare che il problema cresca, poiché si pensa non sia tanto rilevante, fino a sfuggire di mano.
Voglio chiarire che non sto dicendo che la colpa di quanto accaduto sia solo dei professori. Le responsabilità sono maggiori. Probabilmente c’è stata anche una mancanza a livello familiare, dove non sempre viene insegnata un’educazione adeguata, stabilendo regole e limiti. Quando ciò manca, è difficile che un ragazzo impari a gestire rabbia e conflitti in modo pacifico. Dopo questa tragedia, le istituzioni stanno pensando di inserire all’entrata degli istituti un Metal detector per far si che gli studenti non possano più entrare con oggetti pericolosi. Dal mio punto di vista però, questa è una situazione che dovrebbe essere risolta a partire dalla formazione dei ragazzi, a casa e a scuola. Sembra che ci si concentri quasi esclusivamente sul voler evitare che gli studenti portino con loro le cosiddette “armi bianche” e che non si vada alla base del problema: il rispetto e l’educazione di ognuno. La soluzione del Metal detector agisce sulle conseguenze, non sulle cause. Togliere l’oggetto non significa evitare la violenza, controllare l’ingresso non significa cambiare le persone. La scuola dovrebbe quindi essere un luogo capace di compensare, anche in parte, queste mancanze.
In questo caso, invece, sembra che molti avvertimenti siano stati minimizzati. Le minacce di Atif erano note, e anche i compagni sapevano che Youssef veniva minacciato. Questo dimostra che il problema era visibile. La scuola non può limitarsi a istruire: deve anche educare e intervenire, soprattutto quando ci sono segnali di pericolo.
Quello che succede a scuola influisce molto sulle giornate e sulla vita degli studenti. La scuola non è solo il luogo dove si svolgono le lezioni, ma uno spazio in cui si costruiscono relazioni e ci si dovrebbe sentire al sicuro. Quando l’ambiente scolastico presenta tensione al suo interno, pesa sulla vita quotidiana di chi lo frequenta.
Riflettendo sulla mia esperienza personale, penso alle scuole medie che ho frequentato, dove c’erano almeno tre o quattro ragazzi che portavano coltellini svizzeri con loro. Anche se la cosa era nota ai professori e ai bidelli, non si agiva in nessun modo. In un contesto del genere, la vittima sarebbe potuta essere chiunque, perché quando situazioni pericolose non vengono sorvegliate abbastanza, riguarda tutti.
Dopo l’accaduto, si sono svolte anche manifestazioni pacifiche per sensibilizzare su quanto successo, alle quali hanno partecipato compagni di classe, conoscenti e studenti, mentre la scuola continuava normalmente a fare lezione. Come hanno raccontato due compagne di classe di Youssef e Atif, in questo modo la scuola sembra indifferente. Secondo loro, se l’istituto fosse stato realmente in lutto per la perdita di un alunno, avrebbe dovuto essere presente alla manifestazione e offrire supporto.
La scuola avrebbe il potenziale per essere il primo luogo in cui si comprende il disagio, si ferma la violenza e si insegna che esistono limiti che non possono essere superati. Potrebbe educare anche chi non ha ricevuto un’educazione a casa, offrendo sostegno e ascolto. Invece spesso sceglie la strada più semplice: andare avanti e minimizzare. Così facendo, però, rinuncia alla sua funzione più importante, quella di formare persone, non solo studenti.
Una scuola che ignora qualsiasi tipo di segnali degli studenti, fallisce il suo compito educativo. >>
Si vales, vàleo.
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