Perché ci ostiniamo a crederlo possibile?
Il taxi correva verso le Molinette, in una mattina torinese che sembrava ancora sospesa tra le feste pasquali e il ritorno alla normalità. L’autista aveva voglia di parlare — forse il primo giorno di lavoro dopo la pausa, forse solo il bisogno umano di condividere un pensiero che gli ronzava in testa.
A un certo punto, quasi senza preavviso, mi chiese:
«Lei cosa ne pensa dell’immortalità.»
Rimasi spiazzato. Non capita spesso che un tassista ti trascini, senza preavviso, dentro una domanda millenaria. Cercai di capire da dove arrivasse quella curiosità. Mi spiegò che aveva seguito una notizia su un certo Bryan Johnson, un miliardario americano convinto di poter invertire l’invecchiamento grazie a una società fondata apposta per questo scopo. Milioni di dollari investiti, protocolli rigidissimi, tecnologie futuristiche.
Io, che di Johnson non sapevo nulla, risposi d’istinto: l’immortalità non è possibile.
Forse si può rallentare qualcosa, forse qualche studio apre spiragli, ma la promessa di vivere per sempre resta un miraggio.
Eppure, quella domanda mi rimase addosso. Tornato a casa, decisi di capire chi fosse davvero questo uomo che aveva acceso la fantasia del taxista.
Chi è Bryan Johnson
Scopro così che Bryan Johnson, classe 1977, è un imprenditore della Silicon Valley diventato ricco vendendo la sua azienda di pagamenti digitali, Braintree, a PayPal per 800 milioni di dollari.
Da allora ha investito in neuroscienze, biotecnologie, interfacce cervello-computer.
Ma soprattutto ha creato Blueprint, un progetto che gli costa circa 2 milioni di dollari l’anno e che coinvolge medici, nutrizionisti, genetisti, algoritmi e protocolli quotidiani pensati per “invertire l’età biologica”.
Non vuole vivere meglio.
Vuole vivere per sempre.
E racconta tutto sui social, trasformando ogni dettaglio della sua vita in un capitolo della sua battaglia contro il tempo.
L’episodio dell’erba sintetica
Tra i molti episodi che lo riguardano, uno ha attirato l’attenzione dei media: un suo post su X (Twitter) in cui si definisce “un idiota” per aver scoperto che il suo giardino era ricoperto di erba sintetica contenente gomma riciclata da pneumatici.
Secondo lui, quel materiale rilascia PFAS, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici — sostanze potenzialmente nocive.
Scrive:
«Ragazzi, sono un idiota. In tutto questo tempo passato a cercare di non morire, ho avuto un giardino tossico dietro casa…»
La notizia è vera.
È stata riportata da diverse testate online, che hanno colto l’occasione per sottolineare come Johnson trasformi ogni elemento della sua vita in un nemico da eliminare.
Sul piano scientifico, la questione è più sfumata: alcuni materiali usati nei campi sportivi contengono davvero sostanze discutibili, ma non esiste un consenso sul fatto che un giardino domestico rappresenti un rischio significativo.
Ma il punto non è l’erba sintetica.
Il punto è la logica che la trasforma in un avversario.
L’illusione dell’immortalità e il peso dell’eternità
C’è poi un aspetto che raramente viene considerato quando si parla di immortalità: la solitudine che comporterebbe.
Perché se davvero un giorno diventassimo immortali, chi dovrebbe accompagnarci in quell’eternità?
Che senso avrebbe vivere per sempre se, uno dopo l’altro, vedessimo spegnersi i nostri cari, gli amici, le persone che amiamo?
L’immortalità, se non è condivisa, diventa una condanna.
E anche se fosse condivisa, quanto durerebbe prima che la stanchezza ci raggiungesse?
Il nostro mondo non è un Eden, non è un paradiso senza ombre.
È un luogo attraversato dalla dualità: bene e male, luce e oscurità, armonia e conflitto.
Se qualcuno ci odiasse, ci odierebbe per sempre.
E il “per sempre” non è una misura che la nostra mente, né la nostra coscienza, siano davvero in grado di sostenere.
La cultura popolare lo ha intuito da tempo.
Nel film L’uomo bicentenario, il robot che diventa uomo scopre l’amore, e proprio per questo sceglie di rinunciare all’immortalità.
Capisce che vivere per sempre significa assistere alla fine di tutte le persone che ha amato.
E allora decide di morire, perché la mortalità non è un difetto: è ciò che dà valore ai legami.
Questi racconti, queste intuizioni, non sono solo intrattenimento.
Sono piccoli specchi che ci invitano a riflettere.
Forse dovremmo imparare ad accontentarci del tempo che ci è destinato, senza volerlo allungare né accorciare.
Lasciare che la vita scorra fino al momento in cui “tutto si è compiuto”, come un ciclo naturale che non ha bisogno di essere perfezionato.
Conclusione: il cerchio che si chiude
Ripensando a quel taxi verso le Molinette, capisco che la domanda dell’autista non era un capriccio del momento.
Era un modo semplice, quasi ingenuo, per interrogarsi su ciò che tutti, prima o poi, ci troviamo a contemplare: il tempo, la sua misura, il suo limite.
E forse anche il desiderio, profondamente umano, di sfuggirgli.
La storia di Bryan Johnson, con le sue ossessioni, le sue paure e i suoi milioni investiti per fermare l’invecchiamento, non è poi così distante da noi.
È solo una versione amplificata di qualcosa che abita ogni persona: la tentazione di controllare ciò che non può essere controllato, la speranza che la tecnologia possa salvarci dalla fragilità, la paura di accettare che la vita è fatta anche di ombre, di imperfezioni, di fine.
E allora la risposta che ho dato nel taxi — che l’immortalità non è possibile — oggi mi appare sotto una luce diversa.
Non era solo un’opinione.
Era un modo per dire che la nostra umanità non si misura nella durata, ma nella profondità.
Che il valore della vita non sta nel prolungarla all’infinito, ma nel viverla sapendo che è finita.
Che il tempo che ci è dato, proprio perché limitato, diventa prezioso.
Forse è questo che dovremmo ricordare:
non inseguire l’eternità, ma abitare con pienezza il nostro frammento di tempo.
Non cercare di sfuggire alla fine, ma imparare a riconoscerla come parte del ciclo naturale che ci contiene.
E lasciare che, quando arriverà il momento, tutto si compia senza rimpianti.
Alla fine, la domanda non è se Bryan Johnson riuscirà a vivere per sempre.
La domanda è: perché ci ostiniamo a crederlo possibile?
