La vergogna di una Torino dalla memoria ingrata prosegue tra progetti e proclami senza seguito
Era il 1961 e Torino celebrava il primo centenario dell’Unità d’Italia ospitando “Expo 61”, l’Esposizione Internazionale alloggiata in ardite architetture guarnite da fantastici impianti: la monorotaia e l’ovovia che trasvolava il fiume Po.
Le strutture svettavano nei 50 ha. di terreno ricavati da una grande bonifica e convertiti in parco solcato da Corso Unità d’Italia, arteria che incanalava l’era della mobilità di massa verso la futura rete autostradale diretta verso il mare.
L’Expo, che allora parve un superbo inizio per una Torino proiettata al futuro, deluse molti cittadini. La monorotaia che doveva collegare Torino a Moncalieri è morta là e l’ovovia, novità turistica è stata smantellata. La speculazione edilizia e le case popolari avrebbero avuto il sopravvento sull’arte e i monumenti.
Salvo il riutilizzo di alcune palazzine nel BIT, il Palazzo Vela è stato riadattato dalla sovrastimata Arch. Gaetana Aulenti, in occasione delle XX Olimpiadi invernali del 2006. La geniale cupola tripode di ben 130 m di diametro, chiusa da grandi vetrate, è stata privata di quest’ultime e declassata a sola copertura aperta per gli impianti di pattinaggio, perdendo la sua essenza.
La vittima eccellente dell’oblio però, è stato il Palazzo delle Nazioni, copertina della città rivolta alle autostrade. Un maestoso edificio di 156 m per lato per un interno di 22.500 m², formato da 16 elementi modulari con copertura quadrata di 40 m per lato. Ogni elemento era sorretto da un pilastro alto 25 metri che si apriva all’estremità, con una magnifica raggiera di travi in cemento armato dal diametro di 38 metri, interpretazione morfologica della forma di un fungo.
Il palazzo, concepito dagli Ing. Pier Luigi e Antonio Nervi, su tracce dell’Arch. Giò Ponti, risultava imponente quanto alleggerito da un abile impiego di facce vetrate e gli interni luminosi, sorretti dalle più alte colonne del mondo, fondendo forme classiche con materiali moderni, arricchendo Torino con un palazzo di impareggiabile, matematica bellezza apprezzato in tutto il mondo.
Dopo 63 anni da quell’Expo 61, Palazzo Nervi agonizza tra corso Unità d’Italia e via Ventimiglia. Vilipeso dall’abbandono è il sepolcro di un’Italia ben presto decadente e uno scandalo per Torino, più volte denunciato da questo giornale; opera d’arte distrutta nella memoria e nella dignità.
Dopo l’Expo, l’ampio edificio avrebbe potuto essere destinato a qualsiasi, nobile destinazione, ma la lungimiranza delle amministrazioni non è andata oltre un riutilizzo circoscritto a sporadiche fiere ed esposizioni.
Nel nuovo millennio il palazzo, che mostrava già i segni dell’incuria, tornava oggetto di un onorevole reimpiego; fino al 2008 come saltuaria succursale universitaria e luogo destinato a eventi musicali. A partire dal 2011, dopo il fiasco degli accordi con un gruppo commerciale olandese, l’edificio è diventato un costoso problema di gestione, affidato a progetti sulla carta nati già falliti, incastrati da polemiche, ricorsi e nuovi tentativi di riconversione.
Tra esse, nel 2013 la Commissione Urbanistica della giunta Fassino, divulgava un documento di riqualificazione del Palazzo del Lavoro con minuta descrizione del progetto, dei costi e delle sue funzioni.
Il 1° luglio 2014 è ripartita l’intera procedura per l’approvazione di una nuova variante. Nel frattempo, il 20 agosto 2015 un incendio ha coinvolto una parte della struttura, provocando seri danni.
Nel gennaio 2016, la destinazione di Palazzo Nervi a galleria per lo shopping di alta fascia, sembrava finalmente al via. Sulla carta, il rifacimento dell’area prevedeva un rinnovo del parco con l’aggiunta di una ruota panoramica, un posteggio sotterraneo per 1500 vetture e l’attuazione entro il 2018 del sottopasso in corso Unità d’Italia, in corrispondenza della rotonda Maroncelli. Un buon progetto che si è fermato all’attuazione del plastico.
L’origine del male è tipicamente italica. Ad ogni cambio della guardia nei colori politici, ogni progetto viene rimesso in gioco. Una routine alla quale, anche gli edifici costruiti per l’Expo ‘61, si sono dovuti adeguare.
Nel settembre 2016, l’assessore all’urbanistica della giunta Appendino, Guido Montanaro, bloccava il progetto, riconoscendo l’importanza dell’edificio, ma reputando da rivedere la precedente scelta progettuale.
La nuova giunta suggeriva un Museo della Scienza e dell’Innovazione. Una proposta in sintonia con la storia dell’edificio, mentre la voce popolare ha sempre sostenuto che il palazzo avrebbe dovuto ospitare gli uffici della Regione, oggi situati nel discusso grattacielo eretto poco distante.
Su un articolo di questa stessa testata datato 7 dicembre 2016, la giovane giunta pentastellata prometteva una lezione di efficienza da impartire ai governi precedenti, sperando in un cambio di ritmo nelle delibere. Errore!
Nel 2020 l’acquisizione del palazzo andava allo Stato, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, ravvivando le speranze di un prossimo recupero della storica struttura, che però tardava….
L’8 giugno 2023 il Corriere di Torino valutava: il Palazzo Nervi da ristrutturare va bene, ma chi pagherà poi gli alti costi di gestione?
Il 22 settembre 2023 Torino Today riportava l’inizio dei lavori al Palazzo del Lavoro di Torino. Cassa Depositi e Prestiti risultava impegnata nel recupero in seguito a un sopralluogo della commissione Urbanistica del Comune di Torino.
4 giugno 2024, su LinkedIn una lucida analisi del giornalista Pier Paolo Luciano dal titolo: Palazzo del Lavoro, il capolavoro di Nervi che Torino sta perdendo, ripercorreva le vicissitudini della struttura, prevedendo il futuro.
Luglio 2024: La Stampa riportava che il dossier del capolavoro di Nervi non è tra quelli prioritari, mentre intanto il palazzo cade a pezzi.
A oggi, la proprietà dell’immobile, pare aver fatto scelte non compatibili con le disponibilità dell’amministrazione pubblica, quindi il palazzo, vittima della sua stessa, imbarazzante lungimiranza rimane un tempio vuoto e saccheggiato.
La solida struttura ha resistito a tutto per ritrovarsi poi, scheletro di un gigante ucciso senza poter lottare contro gli umani paradossi. Il traffico scorre in colonna a fianco della struttura morente, nessuna ruota panoramica, nessun sottopasso per la congestionata rotonda.
Le prodigiose colonne a raggiera di Pier Luigi Nervi, esaltate sui testi di architettura, gemono tra gli spazi vuoti. A guardarle sembra non sia mai esistito quel 1961, omaggio a un’Italia miracolo economico, terza potenza industriale europea, momento perduto negli episodi del tempo.
Languido pensiero di chi scrive: da modesto architetto, immagino quegli anni intrisi di passione per una bellezza quasi mistica, perché l’arte ha un’anima che non sempre “l’homo politicus” capisce e corrisponde.

Dove passa la politica lascia solo macerie…
Capolavori che nascono già morti non pensando alla loro utilizzazione oltre l’evento. Una struttura ‘monumentale’, alla Piacentini, sopravvive in quanto si manifesta esteticamente come una conclusione, non como mediazione, involucro del nulla.
Quasi ogni cosa in Italia viene fatta e poi abbandonata. Troppe divergenze, troppi interessi e troppa incapacità di fare per il bene pubblico.
To/Italia 61 ci aveva fatto ben sperare. Fiduciosi in un prossimo brillante recupero.