Il violento temporale, il cedimento strutturale e la memoria di un evento rimasto inciso nella storia torinese.
Torino, sabato 23 maggio 1953. È un pomeriggio di fine primavera che non preannuncia nulla di eccezionale. La città scorre nel suo ritmo consueto, tra il lavoro del sabato e le prime passeggiate serali. Poi, improvvisamente, il cielo cambia volto. Il vento si alza con violenza, la pioggia si fa torrenziale, le raffiche colpiscono la città con una forza inusuale. In pochi minuti Torino comprende che non si tratta di un temporale qualunque.
È in quel contesto che accade l’impensabile.
La Mole Antonelliana, il simbolo più riconoscibile della città, ciò che da decenni domina l’orizzonte torinese con la sua verticale inconfondibile, viene colpita nel suo punto più fragile: la guglia. Sotto l’azione combinata del vento e delle sollecitazioni strutturali, la parte sommitale cede. Circa 47 metri di struttura si spezzano e precipitano al suolo.
A distanza di anni, quel trauma collettivo riaffiora anche attraverso memorie minime, personali, quasi indistinte. Ricordo vagamente — avevo poco più di quattro anni — una fotografia pubblicata sul quotidiano La Stampa: la Mole mutilata, privata della sua guglia, ferma in un’immagine che colpiva anche chi non aveva ancora gli strumenti per comprenderla davvero. Non era il crollo in sé a impressionarmi, ma l’idea confusa di bimbo che qualcosa di “grande” e di familiare potesse rompersi. Oggi capisco che quella fotografia non documentava solo un danno architettonico: fissava su carta il momento esatto in cui una città aveva perso, per un istante, una delle sue certezze.

Non è un crollo totale, non è una distruzione completa. Ma l’effetto è devastante. La Mole appare improvvisamente decapitata, mutilata, irriconoscibile. L’immagine che si impone agli occhi dei torinesi è quella di un’assenza: la linea slanciata che da sempre accompagnava lo sguardo verso il cielo si interrompe bruscamente. Un vuoto innaturale prende il posto di ciò che sembrava eterno.
La reazione della città è immediata e profonda. Non si tratta solo dello sgomento per un danno architettonico, ma di qualcosa di più intimo. La Mole non è un monumento distante: è una presenza quotidiana, quasi domestica, un riferimento visivo costante per generazioni di torinesi. Vederla ferita significa prendere atto che anche i simboli, anche ciò che appare immobile e invincibile, può cedere.
Le cronache dell’epoca raccontano di una città ammutolita. Non ci sono celebrazioni, non c’è enfasi. C’è piuttosto un senso diffuso di smarrimento. La Mole non era soltanto un edificio: era una certezza. La sua improvvisa fragilità mette in discussione un rapporto emotivo consolidato, quello tra Torino e il suo emblema più alto.
Dal punto di vista tecnico, il crollo non è un mistero. La Mole è una costruzione eccezionale per concezione e proporzioni, nata nell’Ottocento con ambizioni monumentali che hanno spinto materiali e soluzioni costruttive ai limiti delle possibilità dell’epoca. La guglia, elemento leggero e slanciato, era da sempre la parte più esposta alle sollecitazioni del vento. La tempesta del 23 maggio agisce come un catalizzatore, portando a compimento una vulnerabilità nota agli specialisti ma invisibile ai cittadini.
Eppure, per chi vive la città, le spiegazioni tecniche arrivano dopo. Prima c’è il trauma visivo, la presa di coscienza che qualcosa di fondamentale si è spezzato. La Mole senza guglia diventa, per mesi, un’immagine difficile da accettare, quasi un tabù urbano.
La ricostruzione, inevitabile, non è una semplice operazione di ripristino. Ricostruire significa scegliere: come rifare ciò che è caduto? Con quali materiali, con quali criteri, con quale rapporto tra fedeltà formale e sicurezza strutturale? La nuova guglia, pur rispettando l’aspetto originario, nasce da una consapevolezza diversa, frutto di studi ingegneristici più avanzati e di una maggiore attenzione al comportamento dinamico dell’edificio. La Mole torna a svettare, ma non è più, tecnicamente, la stessa di prima.
Col passare del tempo, il ricordo del crollo si attenua. A differenza di altri grandi disastri monumentali entrati nella memoria nazionale, l’evento del 1953 resta soprattutto un fatto torinese, confinato alle cronache locali e ai ricordi di chi lo visse direttamente. Le nuove generazioni crescono con una Mole “ricomposta”, ignare di quella ferita improvvisa che per un periodo ne aveva cambiato il volto.
Eppure, ricordare oggi quel crollo non significa indulgere nella nostalgia o nella paura. Significa riconoscere che la storia delle città è fatta anche di rotture, non solo di continuità. Che i simboli urbani, per quanto potenti, non sono entità astratte, ma costruzioni materiali, soggette al tempo, al clima, ai limiti delle tecniche umane.
Nel 1953 Torino imparò una lezione silenziosa: persino ciò che rappresenta l’identità più profonda di una città può incrinarsi. E forse proprio per questo, dopo la ricostruzione, il legame con la Mole divenne ancora più consapevole. Non più soltanto ammirazione, ma anche responsabilità, memoria, cura.
Ricordare il giorno in cui la Mole si spezzò significa, oggi, restituire voce a un trauma rimosso. Non per riaprire una ferita, ma per comprendere meglio il rapporto fragile e complesso che lega una comunità ai suoi simboli. Perché anche le città, come le persone, crescono attraverso le loro cadute.
Come di consueto un mio filmato che ricorda l’evento: Il Crollo della Mole
https://www.sergiosalomone.eu/

Ottimo articolo, caro Sergio. Conservo il ricordo del boato, anche se non abitavo vicino alla Mole
Grazie direttore, io ho questo, come detto, vago ricordo della pagina del quotidiano La Stampa impresso indelebilmente nella mia mente, nonostante la giovanissima età.