L’eclissi di sole del 12 agosto riapre il ricordo della breve notte del 1961 e di un’altra ombra, osservata nell’Ottocento.
Dell’eclissi di oggi 12 agosto conosciamo, attraverso gli organi di stampa, ogni particolare: gli orari, le percentuali di oscuramento, la traiettoria dell’ombra, i luoghi migliori dai quali osservarla. I numeri, però, non raccontano tutto. Non spiegano che cosa accada dentro una città quando la luce cambia improvvisamente. E soprattutto non dicono che cosa possa rimanere, dopo più di sessant’anni, nella memoria di un ragazzo.
Io ne avevo dodici quando vidi l’eclissi del 15 febbraio 1961. Non fu una sorpresa capitata nel mezzo di una normale mattinata scolastica. Gli insegnanti ci avevano preparati nei giorni precedenti. Ci avevano spiegato il movimento degli astri, l’allineamento tra Sole, Luna e Terra e il modo in cui il nostro satellite avrebbe proiettato la propria ombra su una stretta fascia della superficie terrestre. Erano lezioni che conducevano verso qualcosa di reale, imminente. Il cielo stava per offrire la dimostrazione di ciò che avevamo visto disegnato sui libri. Ci avevano anche insegnato a preparare un vetro affumicato, annerendolo con la fiamma di una candela. Allora era un sistema comunemente consigliato per attenuare la luce del Sole. Oggi sappiamo che non garantisce una protezione adeguata e non deve essere utilizzato; nel 1961, però, faceva parte della preparazione scolastica all’evento.
La mattina dell’eclissi fummo accompagnati sul tetto della scuola. Là sopra si apriva un grande terrazzo dal quale avremmo potuto osservare il fenomeno senza gli ostacoli degli edifici circostanti. Salimmo portando con noi quei piccoli vetri anneriti. Non ricordo tutte le parole pronunciate dagli insegnanti e neppure ogni fase di quella mattina. La memoria, dopo tanti anni, non conserva una registrazione continua: sceglie alcuni istanti e lascia scomparire gli altri. Uno di quegli istanti, però, è rimasto intatto.
Torino si trovava sul margine settentrionale della fascia della totalità. L’ombra più profonda della Luna raggiunse la città soltanto per pochissimo tempo. Nel momento del massimo oscuramento, la città sembrò trattenere il respiro. Dal terrazzo avvertii un silenzio curioso, quasi spettrale. Non posso sapere se i rumori di Torino fossero realmente cessati. Forse qualche automobile continuava a passare, qualche tram sferragliava ancora e nelle fabbriche le macchine non si erano fermate. La memoria non misura i decibel. Eppure, dentro quel ricordo, la città tace.
Forse non fu un’autentica assenza di suoni, ma il silenzio prodotto da migliaia di persone che, nello stesso momento, interrompevano ciò che stavano facendo. Un silenzio nato dall’attenzione, dallo stupore e forse anche da una sottile inquietudine. Per pochi secondi il consueto ordine delle cose sembrò sospeso.
Quel silenzio acquista un significato ancora più forte se si pensa alla Torino del 1961. Appena dieci giorni prima dell’eclissi, il sindaco Amedeo Peyron aveva annunciato la nascita simbolica del milionesimo torinese, figlio di un operaio Fiat. La città cresceva a un ritmo impressionante, alimentata dall’industria e dall’arrivo di decine di migliaia di nuovi abitanti. Intanto si preparava a celebrare il centenario dell’Unità d’Italia con la grande esposizione di Italia ’61. Era una Torino rumorosa, operosa, lanciata verso il futuro. Proprio quella città, che correva più velocemente di quanto riuscisse a trasformarsi, mi apparve improvvisamente immobile.
Non ricordo di avere avuto paura. Le lezioni ricevute nei giorni precedenti avevano sottratto il fenomeno al mistero: sapevamo perché stava accadendo e sapevamo che il Sole sarebbe tornato. La conoscenza, tuttavia, non cancellava lo stupore. Si poteva comprendere il movimento della Luna e rimanere ugualmente impressionati dalla scomparsa del Sole.

Torino aveva già conosciuto un’esperienza simile 119 anni prima. L’8 luglio 1842 un’eclissi totale attraversò l’Italia settentrionale. Torino era ancora la capitale del Regno di Sardegna e il centro dell’astronomia cittadina si trovava in un luogo che oggi difficilmente assoceremmo all’osservazione del cielo: la torre occidentale di Palazzo Madama. Lassù era stata sistemata la “Specola”, termine antico con il quale si indicava un osservatorio astronomico. Giovanni Plana aveva terminato nel 1822 la costruzione della nuova sede, trasferendovi gli strumenti precedentemente collocati sul palazzo dell’Accademia delle Scienze. La torre di Palazzo Madama diventava così un punto dal quale il cielo poteva essere misurato e studiato nel cuore stesso della città. Plana apparteneva a un’epoca nella quale le eclissi non erano più considerate oscuri presagi, ma fenomeni prevedibili, occasioni preziose per mettere alla prova calcoli e strumenti. E pure anche la più esatta delle previsioni non poteva eliminare la forza emotiva di quel Sole che scompariva sopra i tetti di Torino. Non sappiamo quale silenzio sia sceso allora su piazza Castello. Le fonti finora consultate non consentono di ricostruire con sicurezza le reazioni dei torinesi e sarebbe sbagliato riempire quel vuoto con folle atterrite, animali in fuga o altre scene di maniera.
Quell’eclissi lasciò però un ricordo preciso in un altro bambino piemontese. A Savigliano viveva Giovanni Virginio Schiaparelli, che aveva appena sette anni. La madre lo chiamò perché andasse a vedere il fenomeno. Nelle ricostruzioni biografiche, quella mattina dell’8 luglio 1842 è indicata come l’origine della sua passione per l’astronomia. Schiaparelli sarebbe diventato direttore dell’Osservatorio di Brera e uno dei maggiori astronomi italiani dell’Ottocento.
Due bambini piemontesi, separati da più di un secolo, guardarono dunque il Sole scomparire. Per Schiaparelli quella visione si trasformò in una vocazione. Per me rimase un’immagine incancellabile dell’infanzia. In entrambi i casi, però, furono degli adulti ad accompagnare i ragazzi verso il cielo: una madre a Savigliano, gli insegnanti sul terrazzo di una scuola torinese. È forse questo l’aspetto più bello delle due storie. L’eclissi non venne soltanto osservata: fu mostrata, spiegata e consegnata alla memoria di una generazione più giovane.
La sera del 12 agosto 2026, Torino tornerà a guardare verso il Sole. Questa volta non vi sarà una vera totalità: intorno alle 20.21, poco prima del tramonto, la Luna ne coprirà oltre il novanta per cento, lasciandone visibile una falce molto sottile.
I vecchi vetri affumicati dovranno rimanere confinati nei ricordi. Per osservare il fenomeno saranno necessari visori solari certificati o sistemi indiretti, perché da Torino non vi sarà alcun momento nel quale si potrà guardare il Sole senza protezione.
Non so se la città conoscerà ancora quel silenzio. Forse il traffico continuerà a scorrere. Forse molti guarderanno l’eclissi attraverso lo schermo di un telefono, preoccupati di fotografarla prima ancora di averla veramente vista. Ma quando il Sole diventerà una falce e la luce della sera assumerà un aspetto inconsueto, potrebbe accadere qualcosa di raro: migliaia di persone interromperanno per qualche istante le proprie occupazioni e volgeranno lo sguardo nella stessa direzione.
Se allora Torino sembrerà trattenere nuovamente il respiro, anche soltanto per pochi secondi, l’ombra della Luna non avrà attraversato soltanto il cielo. Avrà attraversato il tempo.
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Quanti ricordi, caro Sergio, che permangono vivi nella mia memoria.Il tuo simpatico ed erudito articolo segna anche un momento formativo indispensabile per chi allora non c’era.
Grazie, mi fa molto piacere che il mio ricordo abbia risvegliato anche i tuoi. Credo che raccontare ciò che abbiamo vissuto abbia senso proprio quando riesce ad andare oltre la nostalgia e diventa testimonianza per chi quel tempo non l’ha conosciuto. In fondo, anche i piccoli ricordi personali possono contribuire a conservare un frammento di memoria collettiva e lo potrai ulteriormente constatare con l’articolo che spero di riuscire ad inviare in giornata. Un abbraccio.
Ero piccolissima, non ricordo nulla di quel tempo, ma ricordo perfettamente la porta aperta sul terrazzo , i miei genitori con lo sguardo rivolto al cielo e attenti al mio benessere. Incredibile! Grazie Sergio , ancora una volta, per mille ragioni
«Grazie Annalisa. È bellissimo come, anche quando i fatti sfuggono, restino impressi dettagli apparentemente minimi: una porta aperta, uno sguardo verso il cielo, la presenza premurosa dei propri genitori. Forse è proprio così che lavora la memoria: non conserva tutto, ma sceglie ciò che conta. Il tuo ricordo aggiunge qualcosa anche al mio.»
Nel 1961 stavo andando a scuola. Facevo le elementarivicino alla barriera di Milano (Torino) mi accompagnava mia madre. Ricordo che ho osservato attraverso il fondo di una bottiglia blu. I miei occhi sono sopravvissuti e l’evento è rimasto nel mio ricordo
Grazie collega di Civico. È proprio questo che mi affascina dei ricordi: basta un evento lontano come quell’eclissi e riaffiorano particolari che sembravano dimenticati. Lei verso scuola alla Barriera di Milano, accompagnato da Sua madre, e quella bottiglia blu diventata per un momento uno strumento astronomico… Altri tempi, altri sistemi ma immagini rimaste intatte dopo sessantacinque anni. E forse è proprio questo il bello della memoria: ciascuno conserva un piccolo pezzo della stessa giornata.