La pedofilia, in Italia, si annida tra le mura familiari. Per un prete che commette abusi vi sono 9 nonni che abusano dei loro nipoti.
Il Tenente Colonnello Maurizio Bortoletti, nell’ormai lontano 2004, definì la pedofilia come “peste sociale del terzo millennio”. Come dargli torto?
Più volte ci siamo trovati ad affrontare questo tema perché, oltre ad essere terrificante, non è sufficientemente perseguito e punito in molti, troppi, Paesi del mondo.
Il Tenente Colonnello Bortoletti non ha dubbi: “la violenza sessuale sui minori denuncia la fragilità degli argini che poniamo a tutela delle generazioni future. Non ci sono, infatti, incertezze sulla qualifica morale della pedofilia”.
Parole nette e chiare che, purtroppo, i Legislatori di molti Paesi non riescono a comprendere e a trasformare in azioni concrete di repressione e punizione.
Bisognerebbe che i politici capissero, come ben ha spiegato il valente ufficiale dell’Arma, che “la condanna di questa parafilia e dei pedofili è drastica: basterebbe scendere in strada per un veloce sondaggio. Ma questa ferita aperta nel cuore dei bambini e nel futuro dell’umanità è un male antico”.
Quando si parla di “male antico” si dice il vero, in quanto “nei secoli passati i maltrattamenti e gli abusi nei confronti dei minori erano vari e diffusi, così come l’abbandono e l’infanticidio; povertà, epidemie, morti precoci, lotta per la sopravvivenza, non lasciavano molto spazio a preoccupazioni di altro tipo”.
Verità incontrovertibili che però, ahinoi, non si sono risolte col passare del tempo. Il Tenente Colonnello Bortoletti, infatti, ha specificato come “nella nostra epoca, gli abusi sui minori continuano con nuovi scenari sociali, culturali e politici. Di nuovo, rispetto al passato, c’è, soprattutto, il grande potere di amplificazione e di diffusione dei mezzi di comunicazione di massa”.
Anche in questo caso non si può sottovalutare il fatto che con l’avvento del web si è amplificato il raggio d’azione di pedofili e adescatori vari. Le Forze dell’Ordine hanno lavoro a compiere indagini e investigazioni per stanare vere e proprie organizzazioni criminali, impegnate nel tema della pedofilia.
V. Morelli, autore de “Il business sui bambini”, ha scritto come “tra il 1999 ed il 2000 si è, purtroppo, assistito ad una rilevante diminuzione delle persone denunciate in stato di arresto: dal 70% nel corso del 1999 (351 arrestati sui 522 denunciati) si è passati al 50% dell’anno 2000 (342 denunciati in stato di arresto su 621)”.
Con un clima attenuato e possibilista, come quello italiano, è ben difficile riuscire a fermare una piaga come quella della pedofilia e a poco serve l’operato dei Carabinieri, e delle altre forze di polizia, se, una volta arrivati in giudizio, i denunciati possono godere di attenuanti, giustificazioni, ecc…
Gli italiani, quando si parla di questo tema, diventano inflessibili e intolleranti.
Certi organi di stampa estremizzano ed enfatizzano la cosa quando a compiere l’atto di pedofilia è un sacerdote ma, citando il prof. F. Montecchi, autore di “I maltrattamenti e gli abusi sui bambini”, bisogna dire che “i fattori sociali, culturali ed economici non sembrano incidere in modo significativo sul comportamento del pedofilo intrafamiliare e, quindi, sul 72% circa dei casi di pedofilia”.
Alle trasmissioni televisive che fanno sensazionalismo su presunti – perché spesso non vi è manco una condanna – abusi compiuti all’interno della Chiesa, bisognerebbe far presente che 7 abusi su 10 avvengono in famiglia.
Perché non vanno con le telecamere nei condomini a chiedere come mai sono accaduti? Perché non si parla dei tanti nonni che abusano dei nipoti? Perché non si parla degli abusi compiuti da compagni delle mamme o da compagne dei papà?
Per certo giornalismo, sbattere “il mostro con la talare” in prima pagina è più importante che narrare la verità e pensare che i dati ci sono e sono anche ampiamente particolareggiati.
Nell’anno 2000, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, ad esempio, ha realizzato una tabella dal titolo: “Violenze sessuali (artt. 609 bis e 609 ter c.p.) contro minorenni: tipologia delle relazioni fra autore e vittima”.
In detta tabella emergeva che il maggior numero di abusi avveniva in ambito familiare con 246 casi da parte di un conoscente, 1 da parte del cognato, 20 da parte del convivente del genitore, 2 da parte del cugino, 9 da parte del fratello, 102 da parte del genitore, 29 da parte del nonno, 35 da parte dello zio.
Al di fuori dell’ambito familiare, soltanto – anche se sono comunque orrendi e già troppi – 1 da parte dell’allenatore sportivo, 3 da parte di baby sitter, 3 da parte del medico curante, 3 da parte di un sacerdote.
Perché dunque fare tanto clamore mediatico per un sacerdote che commette un atto di pedofilia quando per uno che lo fa vi sono 9 nonni che fanno altrettanto coi loro nipoti?
Il tema è complesso e degno di essere analizzato a fondo. Le occasioni non mancheranno.

È orribile che un prete abusi un bambino o un adolescente, ma è molto peggio pensare che per certi bambini non c’è scampo e protezione perché l’abuso è fatto in famiglia; dove può andare a rifugiarsi un bambino se non ha la sicurezza della famiglia? È un abisso di solitudine che segnerà per sempre la sua vita e determinerà le sue scelte e minerà per sempre la sua fiducia. A questo punto tanti parlano di castrazione chimica, ma non serve perché il pedofilo se non potrà più usare i suoi organi, userà degli oggetti surrogati che sostituiranno la parte del corpo che in lui non funziona più. È questa la tragedia per i pedofili. Non c’è cura e gli psicologi che lo negano lo fanno per lavorare
Carissima Margherita, esattamente così. È inquietante questa fotografia della nostra società.
La psicologia, purtroppo, ha edulcorato problemi enormi e ha concesso ai rei di usufruire di tutta una serie di scappatoie giuridiche.