Criticare una manovra non significa avere una soluzione migliore in tasca
In Italia vogliamo tutto: meno tasse, stipendi più alti, ospedali efficienti, pensioni adeguate e giovani con un futuro. Tutto insieme, naturalmente, senza aumentare il debito e senza scontentare nessuno. Praticamente, la quadratura del cerchio con il bonus in allegato.
Non sono un sostenitore sfegatato di questa maggioranza, ma riconoscerle qualche merito non significa iscriversi al partito. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha contribuito a riportare il deficit sotto il 3% del Pil nel 2026, dopo gli anni delle spese straordinarie e dei bonus a pioggia. Un risultato importante, anche se il debito pubblico resta enorme e il percorso è tutt’altro che concluso. Per il 2027, infatti, il disavanzo è previsto nuovamente in aumento, anche per effetto delle maggiori spese programmate.
Il merito non è tutto di Giorgetti, ma tenere insieme promesse elettorali, vincoli europei e interessi da pagare richiede qualcosa di più di un comunicato stampa. Perché una parte consistente delle risorse pubbliche serve a pagare il passato, anziché finanziare il futuro. E ogni euro destinato agli interessi sul debito è un euro che non possiamo utilizzare liberamente per assumere medici, rinnovare le scuole o alleggerire le tasse sul lavoro.
Eppure, nel dibattito politico, sembra che basti trovare un colpevole per trovare anche i soldi. Si chiedono più servizi, meno imposte, più pensioni e maggiori stipendi, ma quasi mai si spiega con quali entrate finanziare tutto questo. La manovra va giudicata sulle misure concrete: quanto alleggerisce davvero le buste paga, quante famiglie aiuta, quali investimenti sostiene. Non sulle intenzioni, che in politica sono sempre generosissime.
Soprattutto, ai giovani non servono convegni sull’importanza dei giovani. Servono stipendi con cui pagare un affitto, contratti meno precari e la possibilità di mettere su famiglia senza dover chiedere ai genitori di fare da banca. Se un ragazzo formato in Italia è costretto a trasferirsi all’estero per trovare un lavoro dignitoso, non abbiamo soltanto perso un talento: abbiamo pagato la sua formazione per regalarne i frutti a un altro Paese.
Poi c’è la difesa. Qui la discussione meriterebbe meno slogan e più conoscenza delle regole. Le risorse europee destinate a programmi specifici di difesa non possono essere automaticamente trasformate in fondi per ospedali o pensioni: ogni strumento ha finalità e condizioni precise. Per esempio, il programma europeo SAFE mette a disposizione prestiti per investimenti nella sicurezza e nella difesa, non un fondo sanitario alternativo. .
Si può discutere se spendere troppo per gli armamenti, quali sistemi acquistare e come garantire controlli ed efficienza. È giusto farlo. Ma sostenere che basta tagliare la difesa per finanziare la sanità confonde stanziamenti diversi e ignora i vincoli di destinazione. Bruxelles non è un bancomat: non basta premere il tasto “ospedali” su un finanziamento per la difesa e aspettare che escano i soldi. E in un mondo instabile, la sicurezza non è un lusso da liquidare con una battuta.
Lo stesso vale per le piazze. Manifestare è un diritto, anche quando si contesta duramente chi governa. Ma una protesta non diventa una proposta politica soltanto perché è rumorosa. Si può denunciare una guerra senza giustificare la violenza; si può contestare una scelta internazionale senza trasformare ogni avversario in un nemico; si può chiedere più welfare senza fingere che le risorse siano infinite. E devastare una città non è una politica pubblica, neppure quando lo si fa con le migliori intenzioni del mondo.
A Giorgetti e alla maggioranza spetta ora dimostrare che la prudenza finanziaria produca risultati visibili nella vita quotidiana. Non basta contenere il disavanzo: bisogna far crescere l’economia, migliorare i servizi e rendere conveniente lavorare in Italia. Altrimenti il risanamento rischia di diventare una bella pagella in una classe che continua a perdere studenti.
Non sono un sostenitore incondizionato di questo esecutivo e non gli concedo sconti. Ma riconoscere un risultato non significa approvare tutto, così come criticare una manovra non significa avere una soluzione migliore in tasca.
Il punto è proprio questo: prima di chiedere dove spendere, dovremmo domandarci quali risorse siano davvero disponibili, quali siano vincolate e quali priorità producano benefici concreti.
Non ci accontentiamo mai. Vogliamo i servizi della Svezia, gli stipendi della Germania e le tasse di nessuno. Peccato che, quando arriva il conto, improvvisamente diventiamo tutti esperti di spese altrui.
Alberto Scafella

