La chiesa parrocchiale di San Giacomo, a Issime. Foto di Ezio Marinoni
Capolavoro del misterioso pittore Paul – François Biondi
Il 2 novembre è il giorno dedicato alla memoria dei morti, nella liturgia e per la fede cristiana. Oltre alla rituale visita ai cimiteri, potrebbe essere l’occasione per visitare luoghi che richiamano la morte, questo ultimo momento della vita che oggi si tende ad escludere dalle nostre case e dalla riflessioni.
Qualcuno si ricorda cosa siano i “Novissimi” per la Chiesa cattolica? Ne parlò Enzo Bianchi in un ciclo di conferenze a Bose, nella stagione 2013 – 2014: il giudizio, la vita eterna, il paradiso e l’inferno.
Nella pittura, il giudizio universale era un tema ricorrente nel passato, che ha ispirato anche grandissimi pittori, pensiamo alla Cappella Sistina affrescata da Michelangelo.
Un piccolo paese della Valle d’Aosta, Issime, nella Valle di Gressoney, conserva in discrete condizioni un grandioso affresco che decora gran parte della facciata della chiesa parrocchiale di San Giacomo.

Questa sfidante opera viene commissionata nel 1683, al termine della ricostruzione dell’edificio, e presenta alcune curiosità e particolarità.
Il contratto è stipulato il 2 febbraio 1698 e sottoscritto dal parroco Jean Praz e dall’avvocato Mathieu Biolley, che affidano l’impresa (la parola assume qui il suo pieno significato) al pittore Paul – François Biondi; il lavoro deve concludersi entro sedici mesi, durante i quali Biondi riceve vitto e alloggio a Issime, oltre ad un compenso di 240 lire dell’epoca.
Un documento conservato nell’archivio parrocchiale di Issime informa che Biondi era «génevois et résidant à la Cité d’Aoste» (1), unici dettagli noti di un pittore che a oggi rimane sconosciuto, in quanto non si trova in alcun repertorio artistico. Se si cerca il suo nome in rete, appare un collegamento a un riquadro dell’opera di Issime, “la poupe du bateau de Charon” e nient’altro.
Anche la chiesa che precedeva l’attuale, di origine medievale, aveva la facciata a capanna dipinta con un Giudizio Universale: lo apprendiamo dalla convenzione stipulata nel 1676 per la decorazione della parrocchiale di Perloz dal pittore Bernardino Fererio, che deve avere il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno «come a Issime».
A inizio Novecento lo storico valdostano Mons. Joseph Auguste Duc (2) attribuisce la primitiva decorazione di Issime, senza prove documentarie, ai fratelli Henrici, Melchiorre (1573 – 1642) e Antonio (circa 1580 – 1626), di Alagna. Il secondo, noto come Tanzio da Varallo, è una personalità di spicco tra i pittori piemontesi che guardano a Caravaggio e lavora al Sacro Monte di Varallo Sesia; a Melchiorre si deve il Giudizio in stile manierista dipinto nel 1597 sulla facciata della chiesa parrocchiale di Riva Valdobbia (Vercelli).
Quasi negli stessi anni in cui scrive il Duc, Jean Jacques Christillin afferma, senza spingersi nei dettagli, che la facciata di Issime è la copia di un’incisione fiamminga della fine del Cinquecento (3). Oggi sappiamo che la fonte di ispirazione è un’incisione di Pieter de Jode il Vecchio (Anversa, 1570 – 1634), pubblicata nel 1615. Pieter riceve dal padre Gerard, cartografo, le prime nozioni di disegno e si forma presso il pittore e incisore Hendrik Goltzius, ad Haarlem. Soggiorna a Roma e a Venezia, dove trae incisioni da maestri italiani come Tiziano, Jacopo Bassano, Carracci e Giulio Romano. Torna in patria nel 1599 e diventa maestro della Corporazione di San Luca ad Anversa.
Soffermiamoci ora sulla facciata della chiesa parrocchiale di Issime, accanto al cimitero.
Nel suo grande affresco, il Biondi riprende il modello del Giudizio e lo semplifica, riducendo i personaggi.

Cristo è il Giudice, avvolto in un mantello rosso, emblema di regalità, seduto sull’arcobaleno della Nuova Alleanza (Gen 9,11-17; Ap 4,3), uno scettro in mano e i piedi sul globo in segno di dominio sul mondo. Secondo la tradizione iconografica della Déesis, il Cristo è affiancato dalla Vergine e da San Giovanni Battista. Teste di cherubini e angioletti svolazzanti riempiono lo spazio, uno dei quali a destra porta la croce e il cartiglio con le parole “Ecce Agnus Dei”.
La fascia sottostante è dedicata al Cielo e divisa in tre parti.
Lo spazio centrale è traforato da quattro aperture crociate disposte a formare una croce mauriziana e dipinto con sette angeli trombettieri che suonano lunghe trombe arcuate per risvegliare i morti e chiamarli al Giudizio di Dio. La parte sinistra riporta la profezia di Daniele (7,10): «La corte sedette e i libri furono aperti»; lo scomparto destro cita un opuscolo teologico apocalittico di Lotario dei Conti di Segni, poi Papa Innocenzo III dal 1198 al 1216, dal titolo De contemptu mundi sive De miseria humanae conditionis. I profeti sono dipinti sul lato destro, al di sotto si riconosce Mosè con l’attributo iconografico delle corna e con le Tavole della Legge; con la corona e l’arpa, infine, il Re Davide. Al di sopra vediamo tre sibille: dotate di capacità divinatorie, venivano consultate nel mondo pagano sull’incertezza dell’avvenire; la teologia rinascimentale le accomuna ai profeti in quanto partecipi della rivelazione divina. In alto, si nota la figura di un giovane estraneo al contesto del Giudizio, con l’abito talare, la cotta e il rabat caratteristico della Diocesi di Aosta secondo l’uso gallicano: è il parroco Jean Praz, committente dell’affresco.

Nella zona mediana della facciata è rappresentata Babilonia, metafora del male contrapposta alla Gerusalemme celeste. La città infernale, famosa per i suoi monumenti, è descritta come una sorta di Roma classica, con mura possenti, archi di trionfo, edifici a pianta circolare, cupole, obelischi e colonne. Biondi descrive in modo efficace la pioggia di stelle cadenti e di lampi con una frangia infuocata di colore rosso che parte dal cornicione. Al di sotto del profilo monumentale di Babilonia, nella parte a sinistra del portale di ingresso della chiesa osserviamo la risurrezione dei morti, aiutati dagli angeli a uscire dai sepolcri e accompagnati in cielo. A bordo, insieme alle anime dei dannati, trovano posto alcuni protagonisti degli inferi. Caronte, il traghettatore del fiume infernale, è riconoscibile, come nel Giudizio di Michelangelo, dagli occhi “di bragia” e dalle orecchie a punta. Minosse, il re di Creta posto da Omero come giudice dell’Ade, secondo la descrizione di Dante ha una lunga coda di serpente che si avvolge intorno al corpo in tanti giri quanti sono i cerchi cui il dannato è destinato; nell’affresco di Issime è cinto dalle spire di un serpente che gli addenta i genitali.
L’essere umano con tre teste di cane è Cerbero, guardiano dell’Inferno. Più in alto, altre creature demoniache si affannano a trascinare i corpi verso la bocca degli inferi. Secondo una tradizione antica, presente anche nella Bibbia e poi tradotta in immagini nel Medioevo, a partire dal Mille, l’ingresso all’Inferno è rappresentato dalle fauci spalancate di una bestia che sputa fiamme e inghiotte i dannati.
Nelle nicchie ai lati dell’ingresso principale della chiesa, Biondi dipinge il Battesimo di Cristo e la Crocifissione; ambedue le scene, molto deteriorate, sono oggi praticamente illeggibili.
Nel riquadro sopra il portone laterale sinistro è dipinto il Purgatorio, il luogo cui sono destinate le anime dei defunti che si sono macchiati di peccati veniali, dai quali possono essere mondati dopo un certo periodo di purificazione nel fuoco, al termine del quale sono accolti dagli angeli e iniziano l’ascensione verso il Cielo. Per Biondi, il Purgatorio ha le forme di un calderone fiammeggiante nel quale sono temporaneamente immersi i peccatori che devono espiare le colpe.
Anche il portico a lato del sagrato è interamente affrescato con scene sacre; inoltre, sulla piazzetta attigua alla parrocchiale, si vede ancora la “sedia arringaria del tribunale dei baroni Vallaise”, dalla quale si è probabilmente celebrato un raro processo al diavolo, nel 1600 – 1601.

Un doveroso ricordo spetta al parroco Jean Praz. Nato verso il 1665 a Issime, dapprima viceparroco, dal 1692 al 1721 succede a Jean-Pierre Biolley nella cura della parrocchia. Personaggio colto e raffinato, studia a Roma, dove si laurea in Diritto; sarà nominato conte del Sacro Palazzo del Laterano. Muore improvvisamente il 13 settembre 1721, a 56 anni.
E, infine, quel che mistero che rimane: chi era lo sconosciuto pittore Paul – François Biondi? Un nome francese o valdostano… Dove può essere nato? Dopo il capolavoro di Issime, ha prodotto altre opere? Dopo questo unico Giudizio Universale, su di lui cala l’oblio della storia.
Note
(1) Archivio parrocchiale di Issime, 26 settembre 1701; documento citato da O. Zanolli nel testo Issime. La sua chiesa la sua gente, Aosta, 1992.
(2) Mons. Duc, Histoire de l’Église d’Aoste, V, Châtel – St-Denis 1910.
(3) J.-J. Christillin, Légendes et récits recueillis sur les bords du Lys, Aoste 1901.
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