A Chieti il Tribunale dei minori ha tolto i figli ai due genitori anglo-australiani di Palmoli che avevano scelto di vivere nella natura rinunciando alle “comodità della civiltà”, è la riprova che i figli, lo Stato li vuole perché li concepisce come suoi. E lo sono in ragione del fatto che quei bambini non sono stati allontanati per carenze gravi dal punto di vista igienico sanitario, nella cura della loro persona o a fronte di violenze attestate.
Sigmund Freud l’aveva già previsto, ma se la Regione Abruzzo, come il Piemonte avesse adottato la legge “Affido zero”, il gran clamore su un caso famigliare e umano enfatizzato dalla politica, non sarebbe successo.
Oltre alle considerazioni etiche e giuridiche che si possono fare, non dobbiamo sottovalutare il colpo traumatico inferto dalla magistratura alla” famiglia nel bosco” sotto l’insegna della ragion di Stato.
La giustizia si nasconde dietro all’articolo 2 della Costituzione che sancisce il diritto alla socialità quando altri articoli della Carta non sono stati violati. In primis il 30 (diritto dei genitori a mantenere, istruire e educare i figli) e molto probabilmente il 33 (il diritto alla libertà dell’insegnamento, anche senza oneri per lo Stato).
Decisione in contrasto alle affermazioni del garante dell’infanzia che, facendo visita due volte alla famiglia nel bosco, ha potuto constatare che, seppur in un contesto che difficilmente riusciamo a capire noi “civilizzati”, non erano emersi degli elementi di criticità che giustificassero un intervento così invasivo e traumatizzante per loro e per mamma e papà.
I tre bambini sono stati allontanati dai genitori con la sospensione delle potestà genitoriale semplicemente perché – come recita la relazione dei servizi sociali – il disagio abitativo in cui vive il nucleo è dato dal fatto che la casa non ha l’agibilità, che i figli non hanno interazioni sociali frequenti né la coppia genitoriale ha entrate economiche fisse.
Inoltre, presso lo stabile non sono presenti servizi igienici (c’è solo un bagno a secco all’esterno) né le utenze e infine – e questa sembra essere l’aspetto più grave – i minori non frequentano la scuola e le attività ricreative sportive.
Teniamo ricordare che la Costituzione parla di diritto alla socialità, non di dovere. Eppure, sembra che a Catherine Birminghan e a suo marito Nathan Trevallion si rimproveri soprattutto la qualità delle relazioni che intrattengono i figli, perchè deve essere certificata dallo Stato. Si enfatizzano le relazioni sociali che stando alla sentenza sono messe a rischio da elementi che «delineano un quadro di grave pregiudizio per l’integrità fisica e psichica dei bambini». Pregiudizi, dunque. E nessun riscontro oggettivo di carenza.
La decisione, infatti, sembra proprio viziata dalla pretesa dello Stato, attraverso un giudice dei minori, di decidere di imperio sul bene di un minore non sulla base di rischi per la sua incolumità, ma sul pregiudizio che non è nel suo miglior interesse vivere non la vita felice, un po’ arcadica che i genitori stavano dando loro, ma una vita codificata secondo degli standard che permettano allo Stato di esercitare su di essi un controllo totale in futuro: dovranno essere contributori, cittadini, perfetti ingranaggi di un sistema che noi chiamiamo civiltà e che non è possibile in nessun modo rifiutare, pena appunto la sottrazione di quei figli.
Per cercare di capire il provvedimento, dobbiamo ricordare che quei genitori sono fautori di unschooling, un metodo educativo nato negli anni ’70 che si basa su una trasmissione esperienziale del sapere e non didattica. Sicuramente estremo e sicuramente non privo di rischi in ordine all’assolvimento dell’obbligo scolastico che è il requisito chiesto dal Ministero per questo tipo di scuola non pubblica, ma tale da giustificare un allontanamento così drammatico?
In ogni caso su questo punto, l’avvocato della coppia ha già annunciato che proprio la documentazione relativa all’assolvimento dell’obbligo scolastico, regolarmente protocollata dal Ministero, verrà fatta valere in fase di appello. Dunque, perché allora questa fretta?
Pare che, nel corso delle fasi interlocutorie pre- provvedimento, i genitori abbiano dichiarato di non adeguarsi a quelli che sono i dettami del vivere civile, che prevedono obblighi da assolvere perché è da essi che deriva il cosiddetto bene comune. Un individualismo che li ha portati a scontrarsi, inevitabilmente, con le strutture istituzionali e che non è privo di criticità.
Quest’epilogo ha, come effetto una situazione di dolore e straniamento di tre bambini che fino a ieri erano felici con mamma e papà e oggi si sentono sradicati dal loro contesto famigliare. Si poteva anche considerare che i genitori avevano sposato una filosofia di vita all’insegna del mito del buon selvaggio.
Come si poteva evitare questa decisione?
Entra in gioco il ruolo dei servizi sociali, i quali non sono i gendarmi del pensiero né del vivere civile, ma dovrebbero aiutare i genitori a risolvere le criticità avendo sempre in mente come pilastro del loro agire il favor familiae, ossia la soluzione migliore non solo per i bambini, ma di tutta la famiglia.
È questo che sembra essere mancato a Chieti in questi giorni. È mancata, da entrambe le parti in causa, quell’indispensabile struttura capace di tenere insieme l’uomo libero e responsabile in modo che si riconosca nella necessità di integrarsi e collaborare con i propri simili.
Il clamore di questa vicenda ha suscitato l’indignazione del vice presidente del consiglio Matteo Salvini che ha dichiarato: «Da genitore, mi vergogno per come si sta comportando lo Stato italiano nei confronti di una madre australiana che ha fatto l’insegnante e di un padre che ha fatto lo chef e con tre bambini, che hanno fatto una scelta di vita diversa, non di vivere in centro tra fretta e ansia ma a contatto con la natura, con un’insegnante privata per i figli», ha aggiunto il leader della Lega. E ancora: «Non hanno la luce, l’acqua e la televisione. Ma io sono stato nel campo rom di Giugliano alle porte di Napoli la settimana scorsa, con centinaia di bimbi in età scolare e non a scuola, sporchi, senza insegnanti, senza luce gas e acqua e con genitori che in molti casi campano rubando. Lì dove sono gli assistenti sociali? Dov’è la procura, il tribunale dei minori, lo Stato?»
Nella serata di venerdì era intervenuta anche la premier Giorgia Meloni, dicendosi “allarmata” dalla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila di spostare in una comunità educativa la mamma e i tre figli della famiglia che viveva in un bosco a Palmoli. Il presidente del Consiglio ha telefonato al Ministro della Giustizia Carlo Nordio chiedendo di essere aggiornata su ogni sviluppo. Inoltre, Meloni ha chiesto al Guardasigilli “se ci sono presupposti” di valutare l’invio degli ispettori.
Sulla vicenda è poi intervenuto anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha chiesto approfondimenti. “Strappare un bambino dalla famiglia è un atto estremamente doloroso, bisognerà fare accertamenti profondi, in questo momento è prematuro fare qualsiasi considerazione procedurale”, sono state le parole del Guardasigilli.
“Siamo bombardati da decenni da profeti che dicono che bisogna smetterla con il consumismo e la tecnologia e tornare invece allo stato di natura. Qualcuno probabilmente lo fa e bisogna vedere se questo comprometta l’educazione dei bambini. Penso che i genitori siano i primi a essere consapevoli dei loro doveri”, ha aggiunto Nordio.
Nelle ultime ore intanto nuove petizioni online sono state lanciate a sostegno del ricongiungimento tra tutti i componenti del nucleo familiare.
L’Anm, nel frattempo, difende la decisione del Tribunale. Secondo l’associazione, l’atto si fonda su “su valutazioni tecniche e su elementi oggettivi”, a partire “da sicurezza, condizioni sanitarie, accesso alla socialità, obbligo scolastico”. “Le strumentalizzazioni di certa politica appaiono a nostro avviso in netto contrasto col rispetto dei diritti dei minori, dei più deboli, e della dignità di tutte le persone coinvolte”, aggiunge l’associazione.
Anche esponenti di secondo piano del PD s’intromettono nel caso dopo le prese di posizione di Salvini, dando ragione, a prescindere, alla magistratura e invitando Salvini ad occuparsi di treni.
Si attendono sviluppi.

I figli minori di genitori di etnia rom o nomadi senza fissa dimora sono liberi di delinquere senza controlli. I figli minori di genitori migranti legali/illegali sono liberi di comandare e violentare interi quartieri con iI benestare delle istituzioni cittadine. I figli di genitori che desiderano vivere nel bosco in simbiosi con Dio, vengono reclusi e dati in affido (affitto? ) alle famigerate cooperative per € 100/giorno a bambino. Ai giudici onesti tutta la mia stima
Grazie Elisa, lei focalizza il nocciolo del problema e indica palesemente ove risiede l’inqità e l’ingiustizia. Considerate le reazioni che stanno salendo nel Paese, e, in attesa della presa di posizione del ministr della Giustizia, c’è da augurarsi che nel prossimo futuro,la tutela dei minori corra su binari di equità e di rispetto
Piu che la sinistra che attacca Salvini e Meloni io vedo solo un governo che appena può si butta a pesce su qualsiasi notizia per fare propaganda contro i Magistrati e Tribunali in vista di un imminente referendum, vedo solo questo senza nessun rispetto ne per questa famiglia, ne per la sentenza che bisognerebbe anche capire se questi signori ne hanno letto almeno una riga
Rimaniamo in attesa dei prossimi sviluppi e commenteremo