Dall’ombra di Bibbiano al caso ligure, dentro un sistema speculativo che distrugge le famiglie
Quando la macchina della tutela minorile smette di proteggere e comincia a perseguitare, il confine tra salvataggio e violenza istituzionale si azzera. In Italia, dietro la formula burocratica del “superiore interesse del minore”, si consuma troppo spesso il dramma di bambini trasformati in fantasmi processuali, ascoltati mai, giudicati sempre. È il paradosso di un sistema che, anziché curare i traumi, ne crea di irreparabili, muovendosi con la freddezza di un ingranaggio autoreferenziale.
Mentre l’eco degli scandali di Bibbiano e della “famiglia nel bosco” di Palmoli vibrano ancora nella coscienza pubblica, due recenti e storiche sentenze della Corte di Cassazione (la n. 27171/2024 e la n. 4595/2025) hanno sferrato un duro atto d’accusa contro i tribunali italiani. La Suprema Corte parla chiaro, l’ascolto del minore non è un fastidioso orpello burocratico, ma un diritto fondamentale. Eppure, per centinaia di famiglie invisibili ai media, queste pronunce restano “lettera morta”, ignorate da magistrati che recepiscono acriticamente le relazioni dei Servizi Sociali e dei Consulenti Tecnici.
In questo cono d’ombra si inserisce il “caso ligure”, una vicenda emblematica e drammatica che dimostra come una richiesta di protezione possa trasformarsi in un incubo giudiziario lungo nove anni.
La testimonianza ci racconta di un percorso giudiziario e assistenziale durato anni e culminato, secondo la denuncia della madre, nella sottrazione della figlia e nella totale interruzione del rapporto affettivo.
Secondo il racconto, tra il 2016 e il 2017 la donna avrebbe subito insieme alla figlia, allora di appena cinque anni, maltrattamenti, stalking e vessazioni da parte dell’ex compagno dopo la fine della relazione. L’uomo sarebbe stato sottoposto a misure cautelari e allontanato dall’abitazione familiare, ma avrebbe successivamente avviato una lunga battaglia giudiziaria per ottenere l’affidamento della bambina, nonostante — sostiene la madre — non si fosse mai realmente occupato della figlia né sotto il profilo affettivo né materiale.
La vicenda descrive un procedimento protrattosi per oltre nove anni, con il coinvolgimento di servizi sociali, consulenti tecnici, psicologi, educatori e strutture territoriali. La madre denuncia che le accuse di maltrattamento sarebbero state progressivamente ribaltate contro di lei attraverso il ricorso alle teorie della PAS, la controversa “Parental Alienation Syndrome”, l’“alienazione parentale”, più volte criticata anche in sede giurisprudenziale. Uno degli aspetti più inquietanti riguarda il mancato ascolto della minore.
Pur essendo indicata come vittima e testimone di violenze familiari, la bambina — secondo quanto riferito — non sarebbe mai stata ascoltata direttamente da un giudice né in sede civile né penale. Al contrario, sarebbe stata sottoposta per anni a percorsi psicologici e “rieducativi” imposti senza il consenso materno.
Secondo il racconto, nel 2020, in piena emergenza pandemica, la bambina sarebbe stata allontanata dalla madre e collocata in una comunità, dove avrebbe trascorso mesi in isolamento dal proprio ambiente familiare e sociale. La madre parla di una struttura utilizzata per attuare un vero e proprio “reset” relazionale, finalizzato a interrompere il legame con lei e favorire i progetti predisposti dai servizi sociali.
La donna racconta inoltre di aver subito pressioni per firmare un “patto di affido consensuale” che avrebbe delegato ampie potestà genitoriali alla struttura ospitante, proposta che avrebbe rifiutato.
Il racconto raggiunge il suo punto più drammatico nel gennaio 2022, quando — secondo la testimonianza — la figlia sarebbe stata nuovamente prelevata con un blitz eseguito da numerosi operatori e agenti in borghese, avvenuto durante un giorno festivo nell’abitazione dove viveva con la madre da undici anni. La donna descrive una separazione forzata avvenuta tra urla, resistenze e forte impatto traumatico sia per la madre, ma soprattutto per il ragazzino.
Da allora, sostiene la famiglia, la minore vivrebbe lontana dal proprio contesto affettivo originario, senza possibilità di contatto stabile con la madre e con la rete parentale nella quale era cresciuta.
Il nodo centrale è il diritto del minore a essere ascoltato, un principio fondamentale che impone a giudici e servizi sociali di considerare realmente la voce, i bisogni e il vissuto del bambino. Quando questo diritto viene ridotto a una formalità, il minore rischia di diventare oggetto del procedimento anziché soggetto di tutela, con conseguenze profonde sul piano umano e psicologico. È proprio su questo punto che le recenti sentenze della Cassazione sembrano incidere maggiormente. La Suprema Corte ha ribadito che il diritto del minore a essere ascoltato non rappresenta una formalità burocratica, ma un diritto fondamentale previsto dalla legge italiana e dalle convenzioni internazionali. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che tale interesse non può essere determinato automaticamente sulla base di relazioni tecniche o valutazioni dei servizi sociali, soprattutto nei casi caratterizzati da conflitti familiari o situazioni di vulnerabilità.
Ogni decisione deve essere personalizzata e orientata alla tutela del minore, salvaguardando, quando possibile, i suoi legami affettivi, la sua identità e il suo equilibrio psicologico.
Le vicende di Bibbiano, della famiglia di Palmoli, il caso ligure e tanti altri casi, riportano al centro una questione sempre più delicata, il rischio che il sistema di tutela minorile diventi autoreferenziale, trasformando l’allontanamento in una risposta quasi automatica alle situazioni conflittuali.
Secondo numerosi osservatori, il problema nasce quando le relazioni dei servizi sociali e delle CTU vengono recepite in modo acritico dai tribunali, senza una verifica concreta dei fatti e senza un reale contraddittorio. In questi casi, il genitore ritenuto “non collaborativo” rischia di essere progressivamente escluso dal rapporto con il figlio, mentre il minore finisce al centro di percorsi assistenziali sempre più invasivi.
La testimonianza ligure rivela un paradossale “ribaltamento delle posizioni”: la madre, rivoltasi alle istituzioni per chiedere protezione, è stata delegittimata, processata e privata del figlio. La donna denuncia un sistema coercitivo incapace di tutelare, che trasforma le vere vittime nei colpevoli del conflitto familiare. Un racconto duro, controverso ed in continua evoluzione nelle sedi competenti, ma che si inserisce in un dibattito ormai nazionale sul rapporto tra giustizia minorile, servizi sociali e diritti fondamentali dei bambini.
Piero Angelo de RUVO

Il problema è che manca la formazione e senza un’adeguata e seria formazione nemmeno quando si ascoltano i minori si riesce a capire la reale situazione. Vedo casi così ogni giorno nel tribunale di Torino. Gli altri non li conosco così bene.
GIUSTISSIMA OSSERVAZIONE, MA IN ALCUNI CASI SONO ANCHE EMERSI TORBIDI INTERESSI A DANNO DI MINORI E FAMIGLIE