Per lui, le Br e la gestione del sequestro Moro furono delle pedine in mano ad altri poteri
Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse assieme a Renato Curcio, con il quale fu arrestato nel 1974, è morto l’11 aprile all’età di 78 anni, ma la notizia è stata diffusa solamente a fine della scorsa settimana.
Era nato nel 1947 a Reggio Emilia, e ha seguito l’iter comune a molti suoi compagni di lotta. Militante della FGCI, incarnava l’anima «post-resistenziale» del partito armato nato nelle fabbriche del nord.
Era cresciuto con i racconti dei partigiani comunisti della sua terra che avevano partecipato alla Resistenza contro i nazifascisti, e tramandavano il mito della «rivoluzione interrotta» tenendo nascoste le armi in attesa di ricominciare a combattere per «conquistare la rossa primavera».
E quando nel 1970, dopo la rottura col Pci, decise di entrare in clandestinità e partì per Milano per raggiungere Renato Curcio e Mara Cagol, dopo aver bruciato la carta d’identità, uno di quei partigiani lo venne a sapere e gli affidò la sua vecchia pistola: una Lugerdi di fabbricazione tedesca che ricomparve nel marzo 1972 puntata contro la faccia di Idalgo Macchiarini, il dirigente della Sit Siemens vittima del primo sequestro-lampo delle Br, fotografato con un cartello al collo: «Mordi e fuggi, niente resterà impunito. Colpirne uno per educarne cento», firmato con la stella a cinque punte racchiusa nel cerchio. A impugnarla era Alberto Franceschini.
Due anni dopo, nell’aprile 1974, partecipò al sequestro del pubblico ministero genovese Mario Sossi, la prima azione con cui le Br sono uscite dalle fabbriche per entrare sulla scena politica nazionale; poi sbarcò a Roma per pedinare Giulio Andreotti in vista del suo rapimento, ma a settembre fu arrestato insieme a Renato Curcio dai carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, grazie alla soffiata dell’infiltrato «frate Mitra».
Poche settimane prima, il 17 giugno le Brigate Rosse avevano assassinato, nella sede del MSI, a Padova in via Zabarella Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola.
Cinque mesi più tardi, a febbraio 1975, Curcio fu liberato da un commando brigatista guidato da Cagol. Franceschini invece è rimasto in carcere, cominciando a rimuginare sul perché i suoi compagni non avessero liberato anche lui, oltre che sulla dinamica dell’arresto. La polemica interna alle Br su un avvertimento giunto a poche ore dall’imboscata tesa dai carabinieri che raggiunse Mario Moretti ma non lui e Curcio non s’è mai sopita, nonostante le ripetute spiegazioni fornite dallo stesso Moretti e altri compagni, che hanno convinto Curcio ma non lui.
Che comunque proseguì la militanza brigatista dietro le sbarre, aderendo anche alle posizioni più sanguinarie del «Partito guerriglia» e scontando la pena nelle celle di massima sicurezza dell’Asinara e di Badu e Carrus in Sardegna, partecipando alle rivolte e subendone le conseguenze.
Finché intorno alla metà degli anni Ottanta decise di separare il proprio destino da quello della lotta armata schierandosi con i dissociati, coloro che ammisero la sconfitta e il fallimento del progetto rivoluzionario, distaccandosene, ma senza collaborare facendo i nomi dei complici.
Alberto Franceschini con sentenza definitiva della prima sezione della Cassazione del 2 luglio 1992 fu giudicato colpevole in concorso anomalo per il duplice omicidio dei missini, definito cinico e crudele, e condannato a 18 anni di reclusione avendo beneficiato degli sconti di pena previsti dalla legislazione premiale e dal rito previsto dal codice di procedura penale appena entrato in vigore.
Con la stessa sentenza furono condannati Renato Curcio, Mario Moretti, Roberto Ognibene, Susanna Ronconi, Giorgio Semeria, Martino Serafini. Fabrizio Pelli anch’egli autore del duplice omicidio era nel frattempo deceduto
Franceschini ha raccontato la sua esperienza nel libro Mara, Renato e io, scritto con il giornalista Pier Vittorio Buffa, e nel corso degli anni non ha preso le distanze solo dalle Br ma pure dalla storia delle Br narrata dai suoi ormai ex compagni.
Ha avanzando sospetti e dubbi sull’evoluzione dell’organizzazione dopo l’arresto suo e di Curcio, che non sarebbe stato evitato proprio per sostituire la leadership. E in seguito mettendo in discussione la dinamica e la gestione del sequestro Moro ricostruita dai brigatisti.
“Le dinamiche non sono quelle raccontate da Moretti e da Morucci, non c’è mai stata vera chiarezza», ha ripetuto più volte per sostenere che le Br furono delle pedine in mano ad altri poteri. Un pezzo importante e decisivo della sua vita con cui non è mai riuscito a chiudere i conti. Tesi sostenuta da più parti, soprattutto a livello internazionale
Nel 1987 gli vengono concessi i primi permessi premio e poi gli arresti domiciliari. Lascia il carcere definitivamente nel 1992, quando la sua pena è estinta (grazie agli sconti derivati dai benefici di legge) dopo 18 anni di reclusione. Ha lavorato a lungo per Arci Roma e anche a Milano, tanto per non smentire le sue radici.
© 2025 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF