Ma anche la distruzione demografica di Israele attraverso migrazioni di massa
Non solo Hamas, ma anche gli altri leader della Palestina, non riconoscono Israele ad esistere, lo sostiene Gatestone Institute. International Policy Council.
L’11 e il 12 maggio scorsi, l’Autorità Palestinese ha organizzato manifestazioni di massa in tutta la Cisgiordania per commemorare la Nakba (la “Catastrofe“), il termine che i palestinesi usano per descrivere la nascita dello Stato di Israele nel 1948. Centinaia di palestinesi hanno sfilato per le strade di Ramallah, capitale de facto dei palestinesi, sventolando bandiere, portando le “chiavi del ritorno” e scandendo slogan del tipo “Ogni giorno viviamo una nuova Nakba” e “Non dimenticheremo mai il diritto al ritorno“. ( Khaled Abu Toameh, I leader palestinesi rifiutano ancora di riconoscere il diritto di Israele a esistere, 12.6.26, gatestoneinstitute.org).
Alla manifestazione scrive Abu Toameh, hanno partecipato alti funzionari palestinesi, tra cui figure di spicco della fazione al potere Fatah e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), riaffermando ancora una volta il loro impegno sulla questione dei rifugiati palestinesi e sul cosiddetto “diritto al ritorno“. Wasel Abu Yousef, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, ha asserito che dopo 78 anni, “l’occupazione [israeliana] sta cercando di minare il sacro diritto al ritorno“.
E ha aggiunto che “il diritto al ritorno” dei rifugiati rimarrà “una costante storica che non può essere persa con il passare del tempo“. Sembrerebbe una rivendicazione di natura umanitaria e simbolica, ma non è così. Quando i leader palestinesi parlano di “diritto al ritorno”, non si riferiscono al reinsediamento dei rifugiati in un futuro Stato palestinese in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza. Pretendono che a milioni di palestinesi classificati come “rifugiati”, compresi i discendenti dei rifugiati originari del 1948-1949, sia permesso di stabilirsi all’interno di Israele stesso. L’obiettivo è quello di inondare Israele di milioni di palestinesi e trasformare gli ebrei in una minoranza nel loro stesso Paese.
Naturalmente questa rivendicazione contraddice radicalmente l’idea di una “soluzione a due Stati“. In pratica, i leader palestinesi stanno di fatto affermando di volere non solo uno Stato palestinese, ma anche la distruzione demografica di Israele attraverso migrazioni di massa. Nessun governo israeliano (di sinistra, di destra o di centro) potrebbe mai acconsentire a un suicidio nazionale.
Ecco perché il “diritto al ritorno” è rimasto uno dei principali ostacoli ai negoziati di pace sin dalla firma degli Accordi di Oslo tra Israele e l’OLP nel 1993. La continua glorificazione della Nakba e l’ostinazione a rivendicare il “diritto al ritorno” dimostrano che molti palestinesi non hanno abbandonato il loro sogno di lunga data di rimpiazzare Israele, anziché vivere pacificamente al suo fianco. Definendo la creazione di Israele una “catastrofe” la leadership palestinese sta di fatto dicendo al suo popolo che l’esistenza stessa di Israele è illegittima. Questo non è il linguaggio della riconciliazione, della coesistenza o del compromesso.
È il linguaggio del rifiuto e dell’estremismo. Si immagini una situazione in cui una delle parti in conflitto celebri annualmente la nascita dello Stato dell’altra come un evento da cancellare dalla storia. Chi potrebbe davvero sostenere che una retorica di questo tipo contribuisca a creare le condizioni per la pace e il compromesso? A questo punto l’articolo si occupa del retroterra storico di questi due popoli e della narrazione che viene data e soprattutto, il motivo di una visione politica e storica che non aiuta a comprendere il motivo ad esistere di entrambi, per cui gli sforzi per raggiungere una pace duratura abbiano incontrato continui ostacoli nel corso degli anni.
Uno dei principali ostacoli al raggiungimento della pace è sempre stato il mancato impegno della leadership palestinese nel preparare la propria popolazione a un compromesso con Israele. A dirla senza mezzi termini, non c’è alcuna volontà di farlo. Mentre alcuni occidentali continuano a parlare di una “soluzione a due Stati”, i leader palestinesi continuano a promuovere una narrazione secondo la quale l’intero territorio israeliano viene presentato come “Palestina occupata”.
I libri di testo scolastici palestinesi,– scrive il giornalista – i media ufficiali, i discorsi e gli eventi pubblici non contribuiscono a preparare i palestinesi all’idea che gli ebrei posseggano una legittima identità nazionale e un diritto di autodeterminazione in Medio Oriente. Al contrario, ai palestinesi viene insegnato a considerare Israele come un’entità temporanea e priva di legittimità storica o politica. Le mappe utilizzate nei libri di testo di geografia e storia di solito omettono lo Stato di Israele.
Da anni, i governi occidentali esercitano pressioni sull’Autorità Palestinese affinché riveda i contenuti dei programmi scolastici, contrasti l’incitamento all’odio contro Israele, combatta l’antisemitismo e prepari i palestinesi alla coesistenza pacifica. Le autorità palestinesi, il più delle volte, rispondono con impegni generici a favore di riforme e moderazione. Come può una leadership che celebra la creazione di Israele come una “catastrofe” essere seriamente intenzionata a promuovere la pace? Si chiede Abu Toameh. Come può la comunità internazionale aspettarsi riforme reali mentre i leader palestinesi continuano a indottrinare il loro popolo con narrazioni incentrate sul rifiuto e sul vittimismo?
Tuttavia, secondo il giornalista sia l’amministrazione Trump che i donatori occidentali dovrebbero prestare molta attenzione ai messaggi che provengono da Ramallah. Il problema non è solo Hamas o la Jihad Islamica Palestinese, è molto più profondo e diffuso. Anche i leader dell’Autorità Palestinese, considerati “moderati”, continuano a promuovere narrazioni che non riconoscono l’esistenza di Israele e negano i diritti storici degli ebrei nella regione.
Una leadership realmente orientata alla pace dovrebbe educare la propria popolazione al compromesso, al riconoscimento reciproco, al rispetto e alla coesistenza. Dovrebbe incoraggiare i palestinesi a costruire il proprio futuro, anziché sognare di ribaltare l’esito della guerra del 1948. Al contrario, i leader palestinesi continuano a commemorare la nascita di Israele come una tragedia e a promettere che la lotta contro la sua esistenza non è finita.
Finché questa narrazione continuerà a dominare la cultura politica palestinese, la pace rimarrà irraggiungibile.
