Delitto di Garlasco… della Giustizia fiasco…
La narrazione continua, che negli ultimi tempi sta occupando gli spazi sempre più ampi delle trasmissioni televisive, delle pagine dei giornali e degli scambi sulle piattaforme digitali dei social media nel web, ha trasformato il delitto di Garlasco in una storia seriale di crimine mediatico dalle continue sorprese. Genera ormai ansia diffusa con la sua domanda di giustizia, che non trova risposta. Se ci fosse già stata, però, avrebbe privato molti della morbosità che riempie il vuoto di tanta parte delle loro giornate, le quali hanno visto un incredibile aumento degli accessi internet ai siti porno, da parte di chi ha fantasticato sulle chissà quanto eccitanti intimerie, registrate dai fidanzati col loro telefonino e copiate su una pen-drive. Le avrebbe viste un fratello della vittima, che sarebbe entrato di soppiatto nella vita della ragazza e forse, una mattina, anche nella sua casa, sapendo che era sola. Qui, avrebbe tentato approcci sessuali fomentati dalle immagini di quella maledetta chiavetta usb e sarebbe stato respinto. Andrea Sempio, molto più giovane, avrebbe quindi ucciso ferocemente Chiara Poggi per odio e ora è accusato del suo omicidio. Ma come è possibile? Una condanna per questo delitto, infatti, è stata già pronunciata anni fa a carico di Alberto Stasi, il fidanzato di allora, che sta scontando in carcere da undici anni la pena prevista.
Il nostro Codice di procedura penale dispone all’art. 533 che Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio. Si chiedono quindi oggi gli accaniti fan del delitto di Garlasco se veramente Alberto Stasi, già dichiarato innocente da due procedimenti giudiziari prima di essere considerato colpevole con sentenza passata in giudicato e quindi definitiva, sia stato poi condannato perché risultato colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio. Si sta perdendo fiducia nella giustizia e nei processi dei tribunali? Si va creando fiducia nella piazza e nei processi mediatici? Sarà la televisione a decidere la verità? Certo, non potrà essere così. Intanto, però, andrà ancora avanti il carrozzone che trasporta i faziosi pro-accusa coi moderati pro-difesa, nel continuo dinamismo tossico dei social.
Continueranno gli scontri e gli incontri tra qualificati professionisti di scienze diverse con e anche contro appartenenti, spesso impacciati, degli apparati statali, tutti sollecitati da conduttori esperti di audience al contributo che possa condurre alla pistola fumante, come si dice in gergo giornalistico con espressione tracimata nelle aule giudiziarie. Una prova inconfutabile, evidente e diretta della colpevolezza, dovrebbe ridare dignità al sacrosanto principio del ragionevole dubbio, al di là del quale la condanna dovrebbe essere una e una sola, dovendosi cedere il passo, diversamente, se il dubbio persiste, alla presunzione di innocenza, sancita dall’art. 27 della nostra Costituzione.
Meglio, dunque, sarebbe un colpevole in libertà, secondo il principio garantista attribuito a Voltaire, che un innocente in galera secondo il principio giustizionalista? Questo principio riflette l’atteggiamento populista, che piace a molti, di una giustizia penale rapida, sommaria e severa, spesso basata sulla cultura del sospetto e talvolta anche sull’uso politico delle inchieste. Ma un innocente in galera è sempre per un errore giudiziario e, scriveva nel 1935 Piero Calamandrei nel suo “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”, l’errore giudiziario è qualche volta effetto inconsapevole del peccato d’orgoglio di un magistrato, che ha infilato una strada sbagliata e, con l’ostinarsi nella sua tesi, da giudice si è trasformato in parte.
Gli ultimi tempi hanno visto una media annuale di un migliaio di errori giudiziari e ingiuste detenzioni. Le immagini mediatiche di ricostruzione degli eventi di tanti casi di mala giustizia enfatizzano la curiosità morbosa in particolare per quelli di violenza e dai dettagli cruenti. Diventati spettacolo, essi stemperano il rispetto e l’empatia doverosa e non danno conto dell’immenso disagio dai risvolti umani dell’evento, che destabilizza rapporti familiari e sociali.
Il dolore privato potrebbe diventare concreto intrattenimento con precipue finalità economiche. Allora bisogna chiedersi: è accettabile deradicarlo dall’ambito imbarazzante di certe riservate intimità e con queste portarlo nella piazza delle pubbliche comparazioni goderecce?
Si vales, vàleo.
Immagine di copertina da IA
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