La nuova generazione di fannulloni pericolosi: seminare paura è diventato un passatempo
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel fenomeno dei continui allarmi bomba che stanno interessando il trasporto aereo in Europa. Non soltanto per il disagio che provocano ai passeggeri, agli equipaggi e a chi lavora negli aeroporti, ma soprattutto per il
messaggio che sembrano voler trasmettere: basta un messaggio, una segnalazione, una minaccia lanciata attraverso i social o altri canali digitali per mettere in agitazione migliaia di persone, rallentare collegamenti, bloccare attività e trasformare una normale giornata di viaggio in un concentrato di ansia e incertezza.
Naturalmente, ogni segnalazione deve essere presa sul serio. La sicurezza dei passeggeri non ammette superficialità e nessuno può permettersi di sottovalutare una possibile minaccia. Ma proprio per questo è necessario distinguere tra il doveroso lavoro delle autorità e il gioco perverso di chi potrebbe aver trovato nel seminare il panico una nuova forma di protagonismo. Si è portati, quasi automaticamente, a cercare dietro queste vicende la mano di qualche grande regia internazionale. La Russia, la guerra ibrida, i servizi segreti, le tensioni geopolitiche: sono tutte ipotesi che possono essere legittimamente approfondite dagli investigatori, quando esistono elementi concreti.
Ma sarebbe un errore attribuire automaticamente a uno Stato, a un governo o a un’organizzazione straniera responsabilità che devono ancora essere dimostrate. Non è affatto da escludere, infatti, che dietro alcune di queste iniziative possano esserci semplicemente individui isolati, gruppi improvvisati o personaggi che non rispondono ad alcun interesse politico o militare. Persone che hanno scoperto quanto possa essere facile, nell’epoca della comunicazione digitale, attirare l’attenzione, provocare reazioni e condizionare la vita degli altri con pochi gesti. Ed è forse proprio questo l’aspetto più desolante. Una nuova generazione di fannulloni pericolosi, individui che, invece di utilizzare le proprie competenze e le possibilità offerte dalla tecnologia per costruire qualcosa di utile, le impiegano per creare problemi, alimentare tensioni e divertirsi alle spalle di migliaia di persone.
Non cercano necessariamente denaro, potere o vantaggi politici. A volte cercano soltanto visibilità, adrenalina, il gusto infantile di sentirsi importanti perché, per qualche ora, sono riusciti a far parlare di sé. Il loro passatempo diventa l’ansia degli altri. Il loro divertimento è il disagio collettivo. La loro presunta bravura consiste nel dimostrare di poter disturbare il funzionamento di un sistema complesso, senza assumersi minimamente la responsabilità delle conseguenze. Ma dietro ogni allarme ci sono persone vere: famiglie in attesa, bambini, anziani, lavoratori, passeggeri che rischiano di perdere coincidenze, appuntamenti, vacanze o impegni importanti. Ci sono compagnie aeree costrette a riorganizzare voli, aeroporti chiamati ad attivare procedure di emergenza e forze dell’ordine impegnate a verificare ogni singola segnalazione.
E tutto questo ha un costo. Economico, organizzativo e soprattutto umano. C’è poi un altro elemento da non sottovalutare: la propaganda della paura. Anche senza una vera organizzazione alle spalle e senza un progetto politico riconoscibile, chi diffonde deliberatamente falsi allarmi ottiene un risultato: alimenta la percezione di insicurezza, amplifica il senso di vulnerabilità e contribuisce a creare un clima nel quale ogni viaggio, ogni aeroporto e ogni spostamento sembrano potenzialmente esposti a un pericolo. È una forma di allarmismo che, anche quando nasce da motivazioni banali o dal desiderio di protagonismo, produce effetti tutt’altro che banali. Non bisogna regalare a questi personaggi ciò che probabilmente cercano: visibilità, notorietà e la soddisfazione di vedere le proprie provocazioni amplificate da giornali, televisioni e social network.
Occorre invece che le autorità indaghino con determinazione, individuino i responsabili e applichino le conseguenze previste dalla legge. Perché la libertà di comunicare non può trasformarsi nella libertà di terrorizzare gli altri. E la rete non può diventare un territorio senza regole nel quale chiunque, per noia o per vanità, si senta autorizzato a bloccare la vita di migliaia di persone. Forse non siamo sempre davanti a sofisticate strategie geopolitiche. Forse, qualche volta, dietro tanto rumore ci sono soltanto persone immature, irresponsabili e pericolosamente annoiate, convinte che il mondo sia il loro giocattolo. Ma è proprio questo che dovrebbe preoccuparci: quando l’irresponsabilità incontra la tecnologia, anche il più banale dei passatempi può trasformarsi in un problema di sicurezza collettiva. E allora, davanti all’ennesimo allarme, la domanda non dovrebbe essere soltanto: «C’è una bomba?».
Dovremmo anche chiederci: chi sta giocando con la paura delle persone? E soprattutto, fino a quando permetteremo a questi irresponsabili di farlo? Perché la paura non è un gioco. E chi la semina deliberatamente non è un burlone: è un deficiente che si diverte a creare panico e problemi per tutti.
Alberto Scafella
