8 luglio 2026, presentazione delle ultime acquisizioni e della nuova WebApp del Museo
Così recita il comunicato stampa diffuso in occasione di questa giornata:
« La Fondazione Accorsi – Ometto, in vista dei festeggiamenti per il trentennale del Museo, che avverranno a cavallo tra il 2029 e il 2030, sta cercando di cambiare pelle: da una parte puntando sulle nuove acquisizioni; dall’altra rinnovando la propria immagine.
È da alcuni anni che la Fondazione Accorsi-Ometto sta ampliando la propria collezione permanente, con l’acquisizione di oggetti che vanno dal XV secolo a inizio Novecento. »
Inoltre, « (…) la Fondazione Accorsi-Ometto ha recentemente acquistato una Natività del 1500 circa di un pittore vercellese, forse facente parte della famiglia degli Oldoni. L’importanza di questa opera sta nel fatto che una volta tanto, grazie a una mostra, si è riusciti a individuare, in ambito antiquariale, un’opera che rischiava di essere venduta e di finire all’estero. Gli studi sulla famiglia Oldoni, intrapresi durante la mostra su Giovanni Antonio Bazzi, hanno permesso poi di identificare l’ambito territoriale in cui è stata realizzata l’opera: prima la si dava per centro Italia, adesso è stata correttamente ricollocata in Piemonte. »
Un’altra opera acquisita è il trittico con la Crocifissione e Santi, della Bottega degli Embriachi, risalente al 1390-1400, uno splendido esempio di opera tardo medievale, un periodo finora poco rappresentato nella collezione museale torinese.

Nella stessa mattinata del 8 luglio sono anche state presentate al pubblico le tazze “con le prove del colore blu” della manifattura Ginori, a Doccia, del 1740-1745, che costituiscono un esempio rarissimo degli inizi della manifattura e sono pezzi unici, inesistenti in altri musei al mondo, eccetto quelli conservati al Museo Ginori di Sesto Fiorentino; anche la tazzina traforata Ginori, dello stesso periodo, rappresenta un unicum, in quanto unico esempio conosciuto di tazzina in porcellana bianca traforata, derivante probabilmente da un prototipo viennese che a sua volta riprende un originale estremo – orientale e di Meissen. Infine, risultano curiosi anche i due vasi in vetro con coperchio che servivano per contenere i diversi campioni di terre utilizzati dalla manifattura Ginori nella produzione delle sue porcellane.
Nel momento in cui si scopre con emozione la tela della Natività al pubblico, il critico ed esperto d’arte Vittorio Natale (curatore della mostra in corso sul “Sodoma”, insieme a Luca Mana e a Serena D’Italia) inizia a dare le prime notizie, ancora fra altri dati incerti, su questa raffinata opera prodotta dalla Bottega degli Oldoni. La figura di San Giuseppe ricorda l’arte del Nord Europa, verso cui la Bottega si apre, a partire dal 1488: un fratello si sposta a Roma e uno si dirige proprio al nord, per conoscerne le rispettive arti e stili artistici, in quel Rinascimento che non è soltanto “nostro, ma in cui l’Italia si può dire abbia creato il marchio “Made in Italy” da esportare in tutto il mondo.

La nuova WebApp del Museo è stata realizzata da Reveel, una startup finlandese, utilizzata da centinaia luoghi di cultura in tutta Europa, la cui missione consiste nel fornire uno strumento di altissima qualità e specializzazione al mondo della cultura e della diffusione dell’informazione. Il Museo di Arti Decorative Accorsi – Ometto e Reveel, da tempo hanno avviato una collaborazione per offrire la migliore esperienza di visita oggi possibile, per regalare al turista e al visitatore una esperienza indimenticabile all’interno delle sale del palazzo di via Po 55. Reveel offre un percorso espositivo in 63 lingue, con informazioni cui si accede automaticamente sugli smartphone dei visitatori nella lingua prescelta. Attraverso la semplice scansione di un codice QR, e senza dover scaricare ed installare app o software, il visitatore accede immediatamente a qualunque tipo di informazione sul percorso di visita, da quelle generali ad approfondimenti dettagliati e specifici, alle tracce audio.
Ricordo che il Museo Accorsi – Ometto nasce formalmente il 2 dicembre 1999, frutto della volontà di Giulio Ometto, che intendeva creare un “museo d’impresa”, uno show room delle proprietà e degli interessi del collezionista, erede dell’immenso patrimonio di Pietro Accorsi, secondo il quale “ognuno a diritto alla propria piccola Versailles”. In questi stessi ambienti Pietro Accorsi aveva aperto la sua bottega nel 1912.
Il Museo e la Fondazione si preparano, quindi, al trentennale di vita e lo vogliono celebrare nel migliore dei modi e, soprattutto, far vivere attraverso progetti di crescita e rigenerazione. E qui si capisce come questa realtà, davvero, non si fermi mai.
A partire dal palazzo in cui sono collocati oggi: era il complesso religioso di Sant’Antonio Abate (emanazione della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, alle porte di Torino). E questo luogo rappresentava, a sua volta, una porta di ingresso alla città, prima della costruzione della Porta di Po (1673). Gli ammalati qui venivano fermati e curati, i loro abiti e oggetti da viaggio sanificati con i mezzi dell’epoca.
Nella parte introduttiva della conferenza stampa di oggi, il Direttore Luca Mana accenna ad alcune idee.
Nel progetto del trentennale, Palazzo Accorsi può diventare la “porta culturale” di ingresso alla città, per accompagnare i turisti, attraverso via Po, alla regalità sabauda di piazza Castello. Per arrivare a ciò, bisogna rifarsi alla eredità complessiva di Pietro Accorsi, che non era soltanto un antiquario e collezionista, ma anche un raffinato arredatore, ricercato anche per questa sua caratteristica. Un altro progetto è una mostra sull’arte povera, in quanto Michelangelo Pistoletto “nasce” come artista sotto l’egida di Pietro Accorsi, dopo aver pulito e lucidato oggetti d’arte del grande collezionista. Un rinnovamento che non toglierà nulla al passato e al patrimonio posseduto.
Luca Mana ricorda anche come Gio Ponti comprendesse Torino in un dualismo fra Riccardo Gualino e Guido Gozzano: questa è, a mio avviso, la definizione che meglio spiega la nostra città a un forestiero, a chi non la conosce ancora. Un Riccardo Gualino non soltanto imprenditore e uomo d’affari, ma amante dell’arte e mecenate: dal suo teatro; all’appoggio fondamentale al “Gruppo dei Sei” di Torino; alla coraggiosa esposizione a Venezia, nel 1930, di sette Modigliani “al di qua delle Alpi”.
Il dimenticato Riccardo Gualino, di cui alcuni pezzi pregiati formano una collezione a parte all’interno della galleria Sabauda nei Musei Reali, con una frase rischiosa potrebbe essere definito il Cosimo de’ Medici della moderna Torino? Ai posteri l’ardua sentenza, dal momento che oggi nemmeno un vicolo o un giardinetto portano il suo nome. Una città che, fra il Borgo Nuovo e il Quartiere di Vanchiglia, viveva di centinaia di botteghe o “bòite” all’interno di autentici “cortili dei miracoli”, secondo un’altra definizione offerta oggi da Luca Mana, dove l’arte era forgiata e restaurata da anonimi maestri delle arti manuali di ogni tipo.
Ritorno al palazzo che oggi ci ospita, figlio di un complesso e di una chiesa che “scompaiono” gradualmente nel vero senso della parola, dopo la soppressione del 1773. Il palazzo viene acquistato da Pietro Accorsi, dopo esservi statoi in affitto, nel 1956, dall’Ordine Mauriziano che eredita i beni dell’Ordine Antoniano. E le due colonne che ancora si vedono all’esterno, che bisogna ricercare con occhio attento fra le attuali geometrie e colori esterni di via Po, erano l’ingresso al complesso di Sant’Antonio Abate, nella cui chiesa di Sant’Antonio di Po i cavalli del Duca di Savoia venivano benedetti.
Nel silenzio, i lavori di ricerca di quel che era vanno avanti. Sappiamo che la biglietteria del museo era la sacrestia della chiesa di Sant’Antonio di Po. Si sta lavorando al recupero degli “infernotti”, di recente riscoperti. E che dire del “sistema dei cortili” torinesi, che ci riporta anche a Palazzo Accorsi? I tre cortili separati che vediamo oggi, in origine erano uniti, e anche su questo si sta studiando, per comprendere l’evoluzione di un luogo all’interno dei processi di cambiamento di una città e di una capitale.
Grandi cose, quindi, si preparano per il 2029 e per il 2030; anche se non siamo a Parigi o a New York, con la pazienza, la modestia e il savoir – faire tipici torinesi, sono certo che il Museo Accorsi – Ometto saprà stupirci ancora una volta e, con un rinnovamento nel solco della tradizione, consegnarsi alla storia come un luogo di eccellenza degli scambi culturali torinesi.
Ricordo che nel cortile di palazzo Accorsi è ancora in esposizione un’opera di Riccardo Cordero “ET”, presentata il 4 dicembre scorso:
Infine, la citata mostra sul pittore vercellese Giovanni Antonio Bazzi (“Il Sodoma”) è aperta al pubblico fino al prossimo 6 settembre 2026:
Si ringrazia la Fondazione Accorsi – Ometto per i crediti fotografici concessi.
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