Antonio Fontanesi, Piazza Carlo Felice con lo scalo della Ferrovia per Genova, 1870 circa. Acquerello su carta
Artista e innovatore, maestro avversato alla Accademia Albertina, qualche mistero aleggia sulla ubicazione degli ateliers. Muore nel palazzo che oggi è il Museo Accorsi – Ometto
Tra i tanti personaggi che, nel corso dei secoli, hanno vissuto nel seicentesco palazzo di via Po 55 a Torino, dove oggi ha sede il Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, c’è stato anche colui che con la sua pittura, semplice e deflagrante, riesce a catturarsi le simpatie della cultura moderna di metà Ottocento: Antonio Fontanesi.
L’artista giunge a Torino agli inizi del 1869, in seguito alla nomina a professore di pittura di paesaggio, una cattedra creata apposta per lui. Sappiamo, dal suo biografo e allievo Marco Calderini, che Fontanesi prende casa a Trofarello, per trasferirsi poi a Torino in una data ancor oggi imprecisata. Dopo la parentesi giapponese, nel 1878 va ad abitare in via Vanchiglia 12. L’anno dopo, il 1° ottobre 1879, si trasferisce in un piccolo appartamento al quarto piano del palazzo di via Po 55. Un edificio che ha un passato glorioso, non meno del presente che lo vede protagonista della cultura tornese, ma questa è un’altra storia… Oltre il portone di ingresso al palazzo è murata una lapide a ricordo, in suo onore.
« Una sistemazione molto semplice e non certo tra le più comode come tra poco vedremo, ma che Fontanesi dovette scegliere, per motivi assolutamente a noi non chiari, forse perché comoda per raggiungere sia l’Accademia, dove di fatto insegnava, che i prati di Vanchiglia, ove, specie dopo il ritorno dal Giappone, nel 1878, era solito mandare gli allievi a esercitarsi all’aria aperta, ossia dal vero, raggiungendoli, come racconta ancora il Calderini, nelle tarde ore delle giornata, per commentarne insieme i progressi ma soprattutto i soggetti. Un tetto, delle mura, quelle di via Po 55, dove oggi noi sappiamo Fontanesi avrebbe vissuto gli ultimi tre anni della sua avventurosa vita terrena, conclusasi nel dolore, all’una e mezza di mattina, il 17 aprile 1882. »
Così scrive Luca Mana, attuale Direttore del Museo Accorsi – Ometto, in un testo del 2013 (Antonio Fontanesi e il palazzo di via Po 55. L’epilogo di una vita avventurosa) collegato alla mostra “Omaggio a Fontanesi”, allestita dall’allora Museo Accorsi.

Chi era, dunque, Antonio Fontanesi? Ripercorriamo in breve la sua movimentata esistenza, il suo essere stato un maestro di pittura e un precursore dell’arte e, non ultimo, il suo complesso rapporto con Torino e con il mondo accademico.
Nasce a Reggio Emilia il 23 febbraio 1818, penultimo dei sette figli di Giuseppe, custode e vivandiere della caserma di San Marco, e di Maddalena Gabbi. Dopo gli studi e le prime prove e affermazioni in pittura, nell’autunno 1847 lascia Reggio Emilia; nel mese di ottobre è per la prima volta a Torino dove, intenzionato ad arruolarsi nell’esercito sardo, trascorre alcuni mesi.
Nella primavera del 1852 esordisce alla Promotrice di Torino con una Veduta della vallata della Magra.
Nel 1855 il Marchese Ferdinando Arborio di Breme, nominato direttore dell’Accademia Albertina di Belle Arti e futuro mecenate di Fontanesi, riforma gli insegnamenti, estromettendo gli insegnanti legati al vecchio gusto neoclassico, come gli scultori Giuseppe Gaggini e Giuseppe Bogliani, in favore di più aggiornati maestri, come Vincenzo Vela.
Nel 1857 Fontanesi è due volte a Torino, di passaggio. A marzo 1859 vi fa ritorno, determinato a prendere parte attiva alla seconda guerra di Indipendenza nell’esercito. Nelle primissime ore della mattina del 4 aprile è ricevuto da Cavour, che lo invita a servire la patria “con i suoi pennelli”. Fontanesi insiste nei propri propositi e il 17 giugno è sottotenente nel 21.mo Reggimento di Fanteria al comando di D’Azeglio. Il 22 dello stesso mese parte per Bologna con il proprio contingente, senza prender parte ad azioni di guerra. Deluso, rientra a Torino a metà agosto e il 1° settembre è posto in aspettativa per lo scioglimento del corpo di appartenenza.
Nel 1859 espone alla Promotrice di Torino Il prato. Nel 1862 offre al proprio sostenitore e mecenate, il già citato Marchese di Breme, l’incisione con il proprio autoritratto e la dedica “Primi saggi di acquaforte dedicati al mio Nobile Collega e Ill.mo Marchese di Breme”. Partecipa, inoltre, alla XXI Promotrice di Torino con Il crepuscolo e i fusains La sorgente, Dopo la pioggia e Il piccolo stagno, il paesaggio La quiete, acquistato a Firenze l’anno precedente dal Ministero della Pubblica Istruzione (donato nel 1863 al Museo Civico torinese), Strada dei campi e la tela Un mattino d’ottobre, acquistata dall’amico pittore Cristiano Banti.
Anche l’anno dopo espone alla Promotrice: Il ritorno dal lavoro, Il vespro, La sorgente, Paese dal vero e il carboncino Il bagno.
Nel 1864 si ripresenta alla Promotrice: Altacomba, Ricordo della fontana delle meraviglie, Aprile, Sulle rive del lago del Bourget e Novembre. In occasione della costruzione della nuova sede, la società torinese edita un “Album speciale”, in cui figura l’acquaforte di Fontanesi La pesca.
Nel 1865 ritorna alla Promotrice con Rovine di un vecchio castello in Savoia, La sera e La fontana.
Il 29 novembre 1868 la riforma intrapresa dal Marchese di Breme alla Accademia Albertina trova il proprio compimento, con l’istituzione della nuova cattedra di “Paesaggio”: il 3 gennaio 1869 la sua titolarità della è notificata ad Antonio Fontanesi. Il Marchese di Breme, presidente dell’Accademia, muore alla fine di gennaio e, nel periodo di interregno nella carica, i contatti con il nuovo professore sono tenuti dal segretario dell’Albertina, Carlo Felice Biscarra.
Fontanesi si presenta all’istituto torinese ai primi di febbraio e il 12 Biscarra informa il Ministro della Pubblica Istruzione che il nuovo professore si è presentato all’Albertina, ottenendo un congedo di 10 giorni utili a trovare casa e sistemazione. Il 25 febbraio Biscarra convoca Fontanesi e i titolari degli altri corsi (Giani al posto dell’assente Gaetano Ferri, Andrea Gastaldi, Enrico Gamba e Odoardo Tabacchi) per “Disposizioni preliminari intorno alla Scuola di Paesaggio e relativo Regolamento”, impegno rimandato a una successiva seduta, in attesa della designazione del nuovo presidente dell’Albertina.
Al Marchese di Breme succede il Conte Marcello Panissera di Veglio: è stato luogotenente di Artiglieria, ha all’attivo la campagna di Crimea del 1855, poi ha abbandonato la divisa per coltivare la pittura di paesaggio alla scuola di Allason. Più volte espositore alla Promotrice e presidente della Società dal 1865; dopo la nomina a presidente dell’Accademia Albertina, il 18 marzo 1869 partecipa, nel nuovo ruolo, alla seduta del consiglio accademico dell’ente in cui è all’ordine del giorno la definizione del regolamento della Scuola di Paesaggio.
Panissera, di propria iniziativa, allarga la partecipazione alla discussione e invita a essa i paesisti piemontesi Angelo Beccaria ed Edoardo Perotti. Due giorni dopo, il professor Fontanesi propone uno statuto e un regolamento per la nuova Scuola, approvati dal consiglio e disattesi dal presidente che annuncia un proprio regolamento, formalizzato nella seduta del 9 aprile.
La subdola e continua ostilità di Panissera, sia al corso di Paesaggio che al titolare stesso, è documentata ancora da Calderini. Fontanesi, dal canto suo, conduce sovente gli allievi a dipingere dal vero nei prati di Vanghiglia, lungo il Sangone, a Gassino, Mirafiori, Rosta e Sant’Antonio di Ranverso.
Alla Promotrice compaiono opere dei suoi allievi, selezionate per l’esposizione da un’apposita commissione dell’Accademia Albertina. Negli anni dal 1873 al 1876 sono scelte tele di Boeris, Bologna, Bussolino, Calderini, Camerano, Camussi, Follini, Ghesio, Melchioni, Monticelli, Piumati, Raffele, Ronco, Stratta, Tesio, Volpengo, Timo, Turbiglio e Vercelli. In questo quadriennio, il totale delle opere di allievi dell’Albertina ammesse in esposizione della Promotrice ammonta a 53.
Nel suo primo settennato torinese, Fontanesi è immerso nell’impegno didattico ed è idolatrato dagli allievi; si dedica anima e corpo all’insegnamento, sia tra le mura dell’istituto che, fuori orario, dipingendo dal vero insieme agli studenti.
Alla Promotrice di Torino del 1876 espone e vende Primavera.
Nei due anni successivi si reca in Giappone, dove contrae una forma di cirrosi epatica che lo costringe al rimpatrio anticipato, nel settembre 1878; riprende la cattedra all’Albertina, come comunicato dal Ministro Coppino, il 19 dicembre 1878, al presidente dell’Accademia. A Fontanesi è offerto da allievi ed ex allievi un banchetto, a cui interviene anche il cav. Avondo; lo stesso si ripete al Circolo degli Artisti. L’entusiastica cordialità sperimentata nelle sale di Palazzo Graneri guadagna l’anziano artista al Circolo, alle cui mostre dicembrine espone per la prima volta a fine 1879 (Sole d’agosto, Autunno e Passeggiata degli antichi ripari di Torino), poi nel 1880 (Ricordo del Po a San Mauro Torinese) e un’ultima volta nel 1881 (La fontana e Ricordo del lago Maggiore).
A inizio primavera 1882 un aggravamento delle condizioni di salute costringono l’artista ad abbandonare l’attività didattica. Nel modesto appartamento in affitto in via Po 55, dopo breve agonia, muore nella notte del 17 aprile. Con volontà testamentaria nomina erede universale l’amico Giovanni Camerana, magistrato e poeta, nobile dilettante d’arte che si suicida il 2 luglio 1905 e trasmette le opere del maestro al Museo Civico di Torino.
Dopo la morte di Fontanesi, desta sconcerto la posizione assunta dal Panissera di Veglio, relativa al collocamento di un busto bronzeo dell’artista scomparso nell’Istituto che egli ha onorato con l’insegnamento e la presenza.
A fine aprile 1882, appena inaugurata l’annuale rassegna della Promotrice di Torino, nella quale sono esposti l’ultimo lavoro Presso il fonte, un Ritratto d’uomo e Pascolo, su iniziativa dello scultore Odoardo Tabacchi, dell’avvocato Luigi Rocca, dei pittori Pastoris e Delleani e degli ex allievi Calderini, Raffele, Pasquini, Bussolino e Follini, si costituisce un comitato per le onoranze a Fontanesi, cui l’Accademia Albertina – a parte l’adesione di Tabacchi – rimane di fatto estranea. Fra le altre onoranze postume si stabilisce di affidare al giovane scultore Leonardo Bistolfi l’esecuzione di un busto in bronzo del pittore reggiano, da inaugurarsi nel primo anniversario della morte, nell’istituto torinese in cui ha insegnato per un decennio. Dopo resistenze e tergiversazioni, il presidente Panissera accoglie l’offerta, ma propone la collocazione del busto, nella quasi inaccessibile Galleria dei Cartoni, anziché nello scalone monumentale dell’Accademia.
Il 3 maggio 1883, insieme ad altre testate, la Gazzetta Piemontese scrive, dopo aver lodato l’autore del busto: «Singolarissimo il fatto che il Fontanesi, osteggiato da vivo, lo sia così ancora dopo la morte e che un Istituto non voglia sul proprio scalone, come ne è richiesto, il busto di uno fra i benemeriti suoi professori, regalato in conseguenza di una pubblica dimostrazione di riverenza e d’affetto, e ciò per mezzo di una sottoscrizione alla quale vollero prender parte molti fra i bei nomi dell’arte, delle scienze e delle lettere e anche della politica […] Quanto alle scuse, che l’Accademia può aver avute nei suoi rifiuti […] si constata soltanto che, se in tutto ciò non esiste ostilità verso un povero morto, le apparenze proverebbero invece un po’ troppo il contrario».
Il Conte Panissera di Veglio, che ha vinto la sua battaglia contro Fontanesi, morirà a Roma il 6 aprile 1886. Egli non è ricordato per le mediocri doti di paesista, ma per la personale crociata contro Fontanesi; all’artista reggiano, invece, si dedicano ancora mostre e iniziative artistiche, storiche e culturali, per aver dato un sostanziale contributo al cambiamento dell’arte ottocentesca.
In merito allo studio di Fontanesi in via Vanchiglia 12, sarebbe utile riprendere in parallelo alcune notizie sulla famiglia dei pittori Augero di Verolengo (in particolare, Amedeo e Francesco), che avevano il loro studio in piazza Vittorio Veneto 2 e in via Vanchiglia, a un numero incerto. Vicende lontane che meriterebbero approfondimenti e nuove ricerche, che potrebbero fare luce su un possibile cenacolo di artisti in questa zona di Torino (1).
Ad Antonio Fontanesi Torino ha intitolato una via, nei pressi dei prati di Vanchiglia che frequentava con i suoi studenti, diventata famosa per un atroce delitto che vi si è consumato, al civico numero 20, noto come la vicenda del “Diabolich” torinese (2).
A questa storia hanno dedicato un libro Andrea Biscàro e Milo Julini: Diabolic Diabiolich Diabolik. Tre storie vere ispirate dal « Re del terrore », Daniela Piazza, 2020.
Nell’ingresso del palazzo dove ha vissuto i suoi ultimi tempi, una targa lo ricorda al passaggio di tutti i visitatori al Museo Accorsi – Ometto.
Si ringrazia la Fondazione Accorsi – Ometto per i crediti fotografici concessi. L’acquarello in copertina si trova nei depositi del Museo.

Note
(1) Per una prima ricognizione sulla famiglia Augero, cfr. https://civico20-news.it/cultura-e-spettacolo/la-bottega-degli-augero-a-verolengo-to/07/06/2025/
2) Per la vicenda di “Diabolich”, cfr. https://civico20-news.it/cronaca/diabolich/24/10/2025/
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