Torino non dimentica quel che accadde il 3 giugno 2017, mentre la piazza gremita oltre misura seguiva sui maxischermi la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid
Non c’è pace per Chiara Appendino, ex sindaco di Torino e oggi parlamentare del M5S. La Cassazione ha confermato la condanna della Corte d’Assise a una pena di un anno, 5 mesi e 23 giorni.
Così la suprema Corte ha messo la parola fine al lungo iter giudiziario sui tragici fatti di Piazza San Carlo. L’ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, e l’ex capo di Gabinetto, Paolo Giordana, restano condannati a un anno, cinque mesi e 23 giorni di reclusione per disastro, omicidio e lesioni plurime, tutte colpose.
La pena era stata ricalcolata a gennaio 2025 dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino, ridotta rispetto ai 18 mesi inizialmente stabiliti, anche in considerazione delle remissioni di querela presentate da alcune delle vittime di quella drammatica serata.
Il processo si riferisce ai fatti del 3 giugno 2017, quando migliaia di persone si erano radunate in piazza per seguire su un maxischermo la finale di Champions League. Un tentativo di rapina da parte di alcuni giovani scatenò il panico tra la folla, trasformando la festa in una tragedia. Circa 1.700 persone rimasero ferite, alcune gravemente, e due donne persero la vita a causa delle lesioni riportate.
La scena è stata terrificante, con corpi che si ammassavano e urla strazianti con persone disorientate dagli effetti dei lacrimogeni e dalla confusione inevitabile che si era prodotta, Chiara Appendino non era presente, ma si stava godendo la finale di Champions League in Tribuna Vip a Madrid.
Per Torino, questa tragedia rimane viva e non solo per le vittime e i protagonisti della serata.
Il ricorso alla Cassazione mirava a un ulteriore sconto di pena. Il 17 giugno scorso, i giudici avevano disposto un appello-bis limitato al ricalcolo della condanna, sottolineando che i magistrati di secondo grado avevano prosciolto Appendino dall’accusa di lesioni per dieci feriti, senza però ridurre la pena complessiva.
Questo avrebbe violato il principio del divieto di reformatio in peius, una regola fondamentale del diritto penale: quando un imputato chiede un nuovo giudizio o un appello, la sua pena non può essere aggravata rispetto alla sentenza precedente.
