Il suo ricordo nel libro del ristoratore Gino Risso, Viale Bianco Corrado. Racconto di Gino e Luisin
Nel clima di guerra del biennio 1943 – 45, un fatto storico e un libro ci conducono sul territorio di Costigliole d’Asti. Il 1° ottobre 1943, il giovane Corrado Bianco (o Bianco Corrado, come è chiamato dai più) compie la sua scelta di vita: si arruola come partigiano nella IX Divisione Garibaldi. La scheda compilata dall’Istoreto non evidenzia meriti particolari e nessuna onorificenza. Per quale motivo il Comune di Costigliole gli ha dedicato la sua strada più importante?
Il merito di aver raccontato questa storia va a Gino Risso, ristoratore per decenni al Ristorante Roma, nel quale oggi continua a dare il suo quotidiano contributo, pur avendo passato formalmente la mano ai suoi giovani eredi. Il suo lavoro di ricerca storica e testimonianze dal territorio si intitola Viale Bianco Corrado. Racconto di Gino e Luisin, Editrice Impressioni Grafiche, 2019.
Chi era, dunque, Corrado Bianco? Un giovane come tanti, dopo l’armistizio del 8 settembre 1943 non ha esitazioni, nello scegliere da quale parte stare.
Grazie a un rapporto di profonda e sincera amicizia, è il papà del partigiano caduto, “Luisin”, a raccontare man mano a Gino Risso i particolari della vita del figlio. Un giorno, lo prende per mano e gli dice: «Vieni con me, voglio che tu capisca chi era Corrado.»
Mamma “Gundina” regala al giovane Gino uno dei tanti libri letti da Corrado, conservati in una grande libreria: è come un passaggio di testimone, un accomunare i due giovani nei libri, quasi un destino segnato per Gino, a fare qualcosa che mai avrebbe pensato: scrivere un libro alla memoria di un partigiano!
Nel 1943 Costigliole è un paese agricolo, così ce lo descrive Gino Risso in un passaggio significativo: «Nella curva davanti a casa, proprio davanti all’emporio dei Ferrato,un piccolo salto della strada faceva cadere qualche acino. Si formava sull’asfalto uno strato viola sempre più spesso, con un odore forte che durava fino ai Santi.»
Costigliole porta un germe tutto suo di libertà e orgoglio, il primo caduto della resistenza in Provincia di Asti è un costigliolese, Celso Cavagnino, deceduto in conseguenza di un combattimento con militi della Repubblica Sociale a Loazzolo. Le incursioni fasciste sul territorio erano frequenti, tutti temeva rastrellamenti e rappresaglie, che avrebbero colpiti civili e innocenti. Un episodio è rimasto impresso nella mente di molti compaesani: una squadra fascista entra nel bar del paese e chiede notizie sui ribelli, vogliono sapere dove siano nascosti.
«Da noi non sono passati», risponde l’oste, Vigin, già rassegnato al peggio. Uno dei militi, che indossa un saio da frate, inciampa e prorompe in una fragorosa bestemmia. Il personaggio è Fulvio Vitali.
«In una domenica di ottobre 1943, un fatto scuote il paese: «un gruppo di fascisti picchiò a sangue nella via centrale, nel solito bar, il medico e il notaio del paese, diffondendo il panico con i manganelli. Un primo gruppo si convinse allora a impugnare le armi contro il fascismo, due nomi in particolare spiccano tra i primi “ribelli”: Attilio Prunotto, detto Attila, e Corrado Bianco, detto Barbarossa. (…) In poco tempo questo nucleo aumentò di molto il suo numero e all’inizio collaborò con quello di Alessandro Scotti, il fondatore del Partito dei contadini. La loro prima grande azione fu disarmare i repubblichini di Villa Diena (…).»
Attilio Prunotto racconta gli inizi della Resistenza a Costigliole e il ruolo giocato da Corrado.
«Corrado è stato in quegli anni duri un grande amico e un bravo partigiano. I genitori gestivano un negozio di alimentari alle porte del paese. Figlio unico, si era diplomato in ragioneria e poi, come tanti di noi, era partito per il fronte. La disfatta dell’8 settembre 1943 ci vole entrambi ricercati dai nazifascisti. In un incontro in paese decidemmo di organizzare un’assemblea tra noi giovani per decidere se formare un comitato di liberazione qui a Costigliole da affiancare a quello di Rocca e Balbo nel canellese. Ci trovammo la prima volta proprio a casa di Corrado, eravamo ancora pochi, il papà organizzò l’incontro nel laboratorio dove lavorava le carni di maiale.» (Gino Risso, op. cit., p. 65 – 68).
In un documento “memoriale”, riportato da Gino Risso nel suo libro, sia in originale che in trascrizione, è ancora Attilio Prunotto a ricordare la fine di Corrado, che risale al dicembre 1944.
«Vi era grande confusione tra partigiani e popolazione. Io e una trentina di compagni eravamo alla Bastia di Costigliole e proprio Corrado Bianco è arrivato per dire che sarebbe andato da Rocca a Calosso per portare denari e importanti documenti. Arrivato a Calosso si è recato nel bar del paese, che fungeva anche da ritrovo dei partigiani, dove vi erano alcune persone, ma di Rocca nessuna traccia. Uno di quelle persone sentendo che doveva consegnare denari e documenti si è offerto di accompagnarlo a San Donato del Mango dove a suo dire c’era Rocca. Corrado ingenuamente ha accettato e sono partiti. Colui che lo accompagnava si rivelò un famigerato doppiogiochista, hanno preso strade e campi che l’uomo conosceva bene e giunti al punto da lui stabilito si fermano a distanza di pochi metri da un pozzo. Il famigerato estrae la pistola e in un batter d’occhio gli esplode un colpo alla nuca, lo depreda dei soldi, documenti, portafoglio, anello, orologio, , tutto ciò che aveva e lo butta dentro.» (Gino Risso, op. cit., p. 74).
Il tragico fatto avviene in località Crevacuore di Calosso, a recuperare il cadavere di Corrado Bianco sarà Secondo Riolfo, con l’aiuto di alcuni vicini.
«Il colpevole fuggì in Sudamerica, e l’omicidio di Corrado resta tutt’ora impunito. La morte di Corrado fu atroce. Non morì subito. Lo trovarono con le dita delle mani consumate nel cercare di aggrapparsi al muro del pozzo per risalire. La brutta stagione, il pozzo isolato non lo aiutarono, nessuno si accorse dei suoi lamenti. La sua agonia durò giorni.» (Gino Risso, op. cit., p. 75).
Sarà una ex staffetta partigiana di Santo Stefano Belbo, Nicolina Soave, racconta un particolare inedito di questa vicenda. La donna racconta che «Corrado fu ammazzato il 15 dicembre 1944 da Fulvio Vitali, detto Suss. Un losco figuro e delinquente abituale. Per alcuni mesi fintosi partigiano per poi denunciarci ai suoi complici: gli arditi della San Marco in quel periodo di stanza a Canelli.» (Gino Risso, op. cit., p. 76 – 77).
La staffetta Nicolina viene arrestata il 7 gennaio 1945, durante un rastrellamento a Santo Stefano Belbo, e tradotta nelle carceri di Canelli, insieme ad altri partigiani.
«Un mattino notammo nel cortile chiuso da un cancello un uomo e una donna di mezza età, pallidissimi, che stavano parlando concitatamente con Suss in divisa da ardito, erano a una distanza che le parole non si percepivano.» (Gino Risso, op. cit., p. 76 – 77).
Si tratta dei genitori di Corrado Bianco, in cerca di notizie del loro figlio, scomparso.
«A un certo punto vedemmo la madre fare un gesto disperato, con le mani giunte in preghiera si gettò in ginocchio ai piedi di Suss, il marito sorpreso dall’atto, con un moto d’orgoglio subito la sorresse facendola rialzare. L’immagine di quei genitori disperati, specialmente dopo aver conosciuto tutta la storia, è rimasta scolpita nella mia mente. A pensarli attaccati a un filo di speranza e che inconsciamente chiedessero aiuto addirittura all’assassino del loro figlio, ancora oggi rabbrividisco!» (Gino Risso, op. cit., p. 78).
Verso la fine del volume, Gino Risso scrive: «La figura di Corrado Bianco non deve essere dimenticata, un ragazzo colto, forse ingenuo, con grandi speranze, non deve aver dato la propria vita per niente. Bianco Corrado non è il nome di un viale alberato, è il nome di un partigiano di Costigliole d’Asti morto due volte (…)» (Gino Risso, op. cit., p. 85).
Pochi mesi dopo si combatte la battaglia del Briccossino, l’ultima azione importante dei partigiani costigliolesi: marzo 1945, teatro dello scontro sono le colline di Bastia, Bricco Lu e Briccossino, gli avamposti dei “ribelli” partigiani.
Di quella battaglia, e questa è un’altra storia, rimane la precisa testimonianza del Comandante “Attila”, Attilio Prunotto, raccolta dalla figlia Enza.
Corrado Bianco è ricordato in eterno dal viale che porta il suo nome, nel paese natio. Rimane il rammarico per la fuga e l’impunità di Fulvio Vitali, detto Suss, criminale fascista sfuggito alle maglie della nostra giustizia, che ha proseguito la sua vita, senza problemi, in un altro continente, come molti altri criminali nazisti e fascisti.
Ho incontrato Gino Risso nel suo ristorante, abbiamo parlato tra un piatto e un sorso di vino, tra fragranze e sapori delle sue terre. «Ho scritto questo libro per i costigliolesi», afferma Gino, con orgoglio, per ricordare e non dimenticare mai. Se qualcuno non l’ha capito, pazienza, l’importante era consegnare Corrado Bianco alla storia, e Gino c’è riuscito.

Grazie Ezio per questa preziosa testimonianza. Come sempre apprezzo di te la limpida scrittura e la impeccabile documentazione.
Il commento di un professore emerito è due volte lusinghiero e rende onore al territorio, ancor prima che alla penna che descrive Costigliole e la sua storia.