Pablo Picasso
Un contributo di Marco Chiaravalle
Seconda Parte
Un problema che politicamente parlando, poteva trovare soluzione solo attraverso un urto violento, cosa che avvenne nel campo socialista, con le grandi purghe del periodo 1948-1952, in cui l’elemento antifascista e l’area vasta – e socialmente mista – da esso rappresentata, subiscono una violentissima epurazione che guarda caso, colpisce proprio quei settori trasversali su cui si fonda la nuova soggettività antifascista: il cosmopolitismo, ed ecco servita la campagna contro gli apolidi, il deviazionismo piccolo borghese, e magicamente vengono eliminati i compagni di strada, perché no, anche un certo giudaismo accomunato allo sradicamento apolide, contro il femminismo come ideologia retriva proveniente da ambienti anglosassoni, che mina l’unita base della società socialista, l’unica in cui la donna può realizzarsi in modo progressivo attraverso il lavoro e ancora una campagna feroce contro le tendenze “irregolari” sessuali viste come vizi decadenti della società capitalista capaci di inquinare la morale proletaria e via reprimendo.
Lo stalinismo passerà, ma il sistema socialista non dimenticherà mai lo scontro feroce con l’Antifascismo, non è un caso che successivamente, sarà accusato e proprio dalla intellettualità occidentale, di essersi trasformato in un sistema fascista, dando vita a quel particolare fenomeno politico che va sotto il nome di “fascismo rosso”.
Dall’altro lato della cortina di ferro, nei paesi del blocco occidentale, i partiti comunisti mantengono un atteggiamento aperto nei confronti dell’Antifascismo militante e della nuova soggettività a esso inerente, è un atteggiamento manipolatorio che alla fine però, avvantaggia l’Antifascismo e spinge i partiti comunisti di nuovo sulla difensiva, approccio che ne decreta, o la crisi definita come per il Pcf, stante il brutale epilogo dei fatti del maggio ’68 nel quale, il Pcf si vede costretto a prendere posizione in difesa della legalità repubblicana, appoggiando la repressione gollista, o un lento e penoso declino come per il Pci, che alla fine ne risulterà completamente assorbito, dopo aver sognato di poterlo utilizzare come ideologia di riserva.
L’Antifascismo si pone negli anni ’50 e 60′ come la voce della coscienza dei partiti comunisti, percependo l’impasse politica in cui versano, una impasse inevitabile considerando gli ordini di Mosca di restare alla finestra e gestire i propri interessi economici nei paesi d’oltre cortina.
Mentre i partiti comunisti dialogano con il potere o precisamente flirtano con esso, essendo perfettamente funzionali allo schema del gioco politico inaugurato dalla guerra fredda, l’Antifascismo realizza invece, con un lavoro costante di convincimento, la soggettività gramsciana, tanto più la società si trasforma sotto la spinta della modernizzazione apportata dall’espansione industriale, tanto più si infiltra nelle contraddizioni che questo processo crea: giovani, studenti, operai scarsamente qualificati, immigrati, marginali, sottoproletari, collettivi femministi, anarchici o semplicemente ribelli alla Franti, preti post conciliari e rivoluzionari, tutti trovano posto all’interno di questo vettore, tutti uniti per generare e richiedere quella violenta palingenesi sociale mancata alla fine della guerra.
In questo senso la riduzione della dialettica politica a un sistema binario in cui al di fuori del progetto di soggettività antifascista ciò che a vario titolo resta dell’agire politico diversamente concepito è ne più ne meno che un atteggiamento reazionario e anti progressivo.
Questa visione astratta e iper polarizzante permette di considerare fascisti perfino partiti e personaggi che hanno partecipato a pieno titolo alla lotta di liberazione nazionale storica come Pacciardi e tutto il PRI, Andreotti e la Dc, i socialdemocratici classicamente socialfascisti, i liberali pre-fascisti, i socialisti un partito borghese di professori, i comunisti un partito rigidamente filo sovietico, superato dalla storia, molto meglio Mao e la rivoluzione culturale, poiché è naturale che si amino luoghi politici ove la palingenesi rivoluzionaria si palesa come quotidiano lavacro purificatore – da replicare in Italia e in tutta Europa ovviamente.
Dai fatti del luglio del 1960 in avanti, fino alla esplosione del 1968, è un susseguirsi di violenze sanguinarie, di scontri con la polizia – fascista per antonomasia – con i fascisti reali che è riuscita a tenere in vita con la propria dialettica binaria, nelle università, nelle fabbriche, nelle piazze; è una lotta di liberazione continua, una voglia di giustizia sociale armata, che altro non è che una notte di San Bartolomeo permanente, perfino contro una costituzione, altamente sociale e programmatica – come quella italiana, contro la repubblica nata dal referendum, contro le sue istituzioni parlamentari, contro lo stato amministrativo che viene negli anni sessanta e settanta colpito a morte dalla crisi economica distruttiva del 1972, prima e da questo scontro violento e corrosivo che, da un lato distrugge e impoverisce le strutture pedagogiche, sopratutto scuola e università, ambiti che non si riprenderanno mai completamente dal controllo antifascista; dall’altro, va a ingenerare reazioni pendolari violente nel panorama della destra eversiva, con la quale – su di una medesima piattaforma di cinica disillusione – condivide la voglia di annichilimento dello Stato.
L’Antifascismo crea perfino – nel tempo – una propria classe politica, fondata sul ricatto fatto alla vecchia classe dirigente: pace sociale in cambio di posti di comando. Una classe che fa, ancora oggi, della sfiducia nello stato e nei partiti la propria visione politica e di cui gli effetti terribili si dispiegheranno nel trentennio successivo, alla fine del quale, nel 1992, non mancherà la resa dei conti con la vecchia classe dirigente.
Il giudice che annichilisce il politico avversario con la carcerazione preventiva, perché si ritiene moralmente legittimato a utilizzare il dispositivo giuridico in senso rivoluzionario, il suo collega che scarcera l’assassino o evita di prendere provvedimenti contro il criminale violento o l’immigrato che delinque, il prete che pensa di essere vicino ai poveri perché inveisce contro i borghesi e ospita clandestini in parrocchia, un politico che chiede lo scioglimento delle forze di polizia – come Melanchon in Francia per dirne uno – o gli Stati generali penitenziari di Renzi, nei quali il dibattito si riduce a trasformare le carceri in dormitori controllati da vigilantes disarmati e a mettere su terapie psicologiche di gruppo, il movimento no borders – niente confini, perché contengono la storia e l’identità di un popolo, oltre che essere simbolo di sovranità statale, ecco tutto questo è Antifascismo chiliastico, perché esso si riduce ne più ne meno, che nell’estinzione dello stato e della amministrazione della polis. Che poi il cupio dissolvi sia finanziato e supportato dal grande capitale – come nel caso del 1992 – questo per l’Antifascismo è irrilevante.
Oggi si è arricchito di nuovi elementi provenienti dalla sinistra rivoluzionaria d’oltreoceano – movimento che merita per la sua complessità un articolo a se – tutti solventi, il gender fluid, le politiche woke, il politicamente corretto, perfino lo schwa.
Tutta l’atmosfera del dibattito politico nel mondo occidentale ne è contaminata, perfino i conservatori sono spinti su posizioni antifasciste, le loro critiche non scalfiggono nulla ormai, sono come acqua calda, anche perché l’Antifascismo annichilisce ogni dibattito, che facilmente smaschererebbe la strumentalità del discorso, quindi non rimane che la prospettiva dello scontro a breve termine. Coloro che si indignano giustamente per il ritorno dell’antisemitismo nel dibattito politico, sappiano che da sempre l’Antifascimo ha combattuto Israele, si può dire dalla nascita forse.
Gli antifascisti avversano qualunque identità e quella ebraica non fa differenza, esperienza storica o meno, sono fermamente convinti, in linea con la risoluzione Onu 3379 – pazienza se è stata ritirata nel 1991 – che il “sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”, sono da sempre antisionisti e vorrebbero la fine dello stato di Israele, considerato una stato fantoccio dell’imperialismo occidentale, al massimo gli israeliani dovrebbero creare uno stato con gli arabi e poi dopo un paio di generazioni magari estinguersi.
Le cronache di questi giorni, dove a professori di origine ebraica è negato l’accesso alle università o l’espulsione dal corteo della brigata ebraica, non sono come affermano gli ipocriti della pseudo sinistra italiana e i loro giornalisti embedded, fatti poco significativi e circoscritti, no, sono elementi consustanziali all’Antifascismo: la dissoluzione degli stati, l’antiautoritatività, l’ateismo o il senso religioso strettamente relegato al sentimentalismo individuale, la trasformazione dei popoli in popolazioni e tutto il resto fanno parte della sua natura dissolvente.
Questa virulenta forma di anarchia militante e militarizzata può e deve essere fermata e destrutturata, certamente sul piano delle idee, ma in primis deve essere sconfitta sul piano militare e organizzativo in quanto la sua radicalità si esprime sotto forma di milizia internazionale, come hanno dimostrato gli assalti dell’antifascismo tedesco organizzato in Polonia, durante il dibattito in merito alla legge sull’aborto.
I miliziani armati sono entrati nel paese approfittando della libera circolazione europea e hanno attaccato e incendiato numerose chiese, senza che questo portasse l’Unione Europea a condannare quanto accadeva. Non credo che ce la caveremo con la “discorsività” alla Habermas, credo che o saremo in grado di anteporre un contro movimento fondato su di una prassi e una teoria completamente nuove, organizzato e motivato in difesa dell’agire politico, della sua autonomia e delle forme amministrative e autoritative che esso genera o questa volta, tutti, anche coloro che prenderanno questo scritto come una semplice paranoia, finiremo arsi nel grande falò della civiltà che già si profila all’orizzonte: l’ultimo grande esproprio operato dal capitale finanziario un attimo prima di di divenire collettivismo oligarchico e abolire la Storia.
Fine seconda e ultima parte
