Pablo Picasso
L’Antifascismo come vettore dissolutivo delle strutture sociali della tarda modernità
Un contributo di Marco Chiaravalle
Prima Parte
“.. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”
Così termina un film del 1995 – “L’Odio”- del regista francese Mathieu Kassovitz, incentrato sulla realtà violenta e di-sintegrata delle periferie parigine e francesi in generale: le famose Banlieus.
Vite spezzate di giovani e giovanissimi, eternamente oscillanti tra rivolta – ma non rivoluzione, in assenza di coscienza di classe – e repressione, intrappolati in un meccanismo pendolare che non ammette repliche poiché parte integrante ormai del Sistema del Capitale nella sua fase terminale.
Da un lato la stagnazione degradante della periferia improduttiva, ridotta a contenitore zoologico, affatto culturale, un immenso serbatoio di manodopera servile confinata e variamente sfruttata, dall’altro una classe generale che, ri-flettendosi in questo ormai abissale divario sociale pensa se stessa in termini di assoluta – ancorché presunta – onnipotenza.
Si direbbe una profetica realizzazione foucaultiana, ove però la prassi biopolitica non solo conferma, ma supera di gran lunga la teorizzazione elaborata negli anni settanta.
Quello che Foucault non aveva colto, tutto concentrato come altri sulla deriva tecnocratica della società e sui suoi possibili esiti autoritari, tradotti nell’immaginario intellettuale gauchista dallo spauracchio del gollismo vecchio e nuovo, è che lo schiacciamento finale dell’agire politico – ovvero dell’agire umano – sull’agire economico da parte del Sistema del Capitale sarebbe avvenuto per via di un vettore che, molti a torto negli anni ottanta consideravano oramai una figura del panorama politico puramente retorica, nonché ampiamente abusata: l’Antifascismo.
Per il filosofo Giovanni Gentile il fascismo e l’antifascismo erano figli spirituali del proprio tempo, affermazione che sottintendeva la possibilità di identificare un preciso limite cronologico per entrambi i fenomeni; essi avrebbero cessato di esistere simultaneamente al mutare repentino e violento dello zeitgeist, lo spirito del tempo.
Il filosofo di Castelvetrano però aveva dalla sua, di muoversi ancora in un contesto culturale nel quale segno e significato riferivano e rimandavano coerentemente l’uno all’altro. In una società nella quale il segno e il significato divergono apertamente in ogni ambito della vita umana, anche fascismo e antifascismo subiscono la medesima sorte: vengono enucleati rispetto alla loro esperienza storica e utilizzati come “ersatz” – simulacri – di narrazioni sistemiche oscillatorie nelle quali l’uno è la somma di tutto ciò che l’altro non è, da un punto di vista est-etico e fenomenologico o, più semplicemente, del come essi, i fenomeni, emergono e si realizzano concretamente nell’immaginario collettivo sociale.
Entrambi i termini e tutto il loro mondo relazionale, vengono rielaborati in una forma onirica, una fantasmagoria, nel senso letterale della “proiezione” di immagini deformate nel volume e nelle dimensioni, giochi di ombre, messe in scena attraverso il dispositivo della lanterna magica: ieri semplice mezzo tecnico, oggi, per estensione il totale e totalizzante, sistema integrato di comunicazione globale.
Dal punto di vista di un osservatore esterno, entrambi i fenomeni si percepiscono quindi come immagini caricaturali, ma nel caso del fascismo, strumentalmente utilizzato dal Sistema del Capitale nel dopoguerra a fini anticomunisti e poi liquidato di fatto a metà anni settanta, resta sullo sfondo una sinossi composta da figure di maniera, per le quali ci si aspetta che abbiano un profilo sempre esecrabile, senza appello, in modo che si dia l’impressione “a priori” di una natura crassa e meschina della motivazioni e sia sempre possibile attivare un processo di stigmatizzazione, ovvero di riconoscibilità attraverso un marchio – o ancora meglio una macchia – specifico.
Nel caso dell’antifascismo la cosa è molto più profonda e ha conseguenze molto più vaste e pericolose, infatti qui, la sinossi è direttamente collegata a una forma di culto pseudo religioso in virtù di un processo di astrazione che ha ipostatizzato il fenomeno, scollegandolo da qualsiasi forma di dialettica politica reale, cosa che gli ha permesso agevolmente di divenire esecutore violento e crudele della realizzazione leninista della morte dello Stato e del trionfo della Nuova Società, naturalmente quella che realizza la suprema emancipazione dell’uomo da tutte le forme del politico, visto come il luogo del potere per eccellenza e permette la piena autorealizzazione del sé.
Marx lo definirebbe, criticamente, in riferimento alla polemica con la sinistra hegheliana, il trionfo della sacra famiglia: un mondo ideale in cui l’uomo supera tutte le forme definite inutili: identità, cultura, Dio, stato, nazione, storia; figure che non sono viste come il portato dello sforzo umano di produrre Senso rispetto al solo “esistere” ripetitivo e ambientalmente ristretto proprio della Natura o di dover superare attraverso la capacità immaginativa e costruttiva, quello svantaggio evidente per l’uomo di non avere un ambiente fisso nel quale svilupparsi, quindi ponendosi come destino il “dominio” tecnicamente necessario di tutti gli ambienti indistintamente.
In questo l’Antifascismo, come forma pensiero assoluta, è pressoché assimilabile alle eresie medievali nelle finalità, ma non nella forma storica che in quel caso è vincolata all’universale astratto della Religione, quindi vi sono precise tipologie ideali di con-vinzioni: una caduta da un paradiso primordiale nel quale l’uomo realizza in forma elementare, ovvero senza quell’accidenti infausto chiamato Civiltà, la propria ragione di essere, cosi libero, senza costrizioni di sorta, nella pura e semplice fraternità universale.
Proprio come nelle eresie che accompagnarono con il loro triste corollario di ribellioni e morte tutto il medioevo, le similitudini in entrambi i fenomeni sono evidenti: la ricerca di un paradiso perduto, l’accusa di corruzione insita nelle opere dell’uomo e delle forme del mondo profano, il rifiuto quindi della politica che con le sue strutture sociali intrinsecamente corrotte impedisce all’uomo la piena realizzazione in terra, hic et nunc, di quel luogo altro, ideale, nel quale allevare nel vero amore una umanità pura e totalmente rinnovata.
L’eresia ignora che le “limitazioni di statuto” proprie della struttura feudale, dividono la società in ceti e corporazioni, ma garantiscono allo stesso tempo, all’interno di quegli statuti, precise ambiti di autonomia e libertà individuale.
Il mondo sognato dall’eresia è molto lontano dalla libertà di cui si ammanta, si traduce con un livellamento verso il basso totalizzante e un accentramento di potere nelle mani di figure carismatiche e manipolatrici, una fraternità universale pagata a caro prezzo: con la sottomissione.
La risposta repressiva della società medievale e la sua vittoria, dimostrano che, nonostante il fascino esercitato sugli ultimi della scala sociale, che ne ingrossavano le fila – e qui ritroviamo un altro elemento riconducibile alla situazione odierna – la violenza esercitata non riuscì a piegare la struttura sociale. Certo altri tempi, altra struttura, siamo nel regno del Sacro.
Nel nostro universale astratto, quello della modernità, nel quale regna l’economia politica inglese – anche se parliamo di un universale giunto al termine – con la sua utilità marginale, l’Antifascismo si esprime come nemesi sistemica; la posizione intellettuale gramsciana di fare dell’Antifascismo il cardine del processo rivoluzionario, in quanto vettore privilegiato di risposta a quella che viene vista come la reazione estrema del Capitale alla crisi innescata dall’emergere di nuove forze produttive, ovvero il fascismo, porta a una scissione dalla sua natura contingente e storica.
Gramsci ritiene infatti che – e qui avviene un superamento importante che spiega l’astio e la feroce critica di Stalin e Togliatti verso il filosofo sardo – l’Antifascismo possa fare da solida base per la costruzione di una nuova soggettività rivoluzionaria, nella quale il proletariato si configuri come l’elemento aggregatore di altre realtà sociali, un proletariato beninteso che non ha le forme classiche del proletariato industriale marxista, o quantomeno non avrà sempre quelle forme, ma vedrà aumentare di volta in volta il peso delle diverse componenti della società: donne, sottoproletari, residui delle ristrutturazioni capitalistiche, studenti, elementi progressivi e popolari provenienti dalla crisi della Chiesa, borghesi piccoli e medi socialmente perdenti, marginalità di vario tipo, oppressi dalle convenzioni sociali borghesi e altre categorie che si presenteranno sulla strada del cambiamento e della rivoluzione permanente.
Non è un caso che, la critica marxista alla tesi dell’antifascismo gramsciano punti a tenere fisso al centro del quadro rivoluzionario il proletariato industriale e a ribadire il ruolo guida del partito e dei suoi quadri intellettuali e una centralità almeno transitoria, della struttura statale. Lo stesso Gramsci, per dirla tutta, aveva rivalutato lo Stato – rispetto al pensiero leninista – come strumento decisivo nella costruzione della società democratica.
Il modello dello Stato democratico, recupera le caratteristiche organizzative, di indirizzo e controllo proprie della statualità, per metterle al servizio del soggetto rivoluzionario. Le democrazie popolari istituite negli stati occupati – o liberati a seconda dei punti di vista – dai sovietici svolgono precisamente questo compito, andando nella direzione già tracciata dallo stalinismo di ricomprendere nel disegno più ampio della rivoluzione mondiale la figura dello stato nazionale, dotato di propria identità culturale autonoma, capace di collaborare per la costruzione della umanità socialista: uno dei punti cardini dell’internazionalismo.
Il pensiero gramsciano, con questa doppia e oppositiva posizione, viene da subito a essere viziato da una profonda e insanabile contraddizione – filosoficamente parlando da una“aporia”- che presenta da una parte l’Antifascismo come soggettività rivoluzionaria socialmente vasta e diversificata che si prefigge in ogni periodo storico l’abbattimento dello stato in tutte le sue strutture, perché marce, oppressive, retrograde, reazionarie e dall’altra l’edificazione dello stato democratico con tutte le architetture politiche che gli sono proprie.
Fine Prima Parte

Il saggio di Marco Chiaravalle si colloca con forza e originalità nella più alta tradizione del pensiero critico europeo, toccando snodi teorici di vertiginosa complessità con una capacità analitica che rimanda a quel tipo di profondità che si potrebbe definire, con un termine di Giambattista Vico, sapienza poetica, ossia una forma di pensiero in cui logos e mythos, razionalità storica e visione simbolica, convivono e si sostengono reciprocamente. Quella di Chiaravalle è una metafisica della crisi, una diagnosi spietata ma lucida di un mondo nel quale la dialettica ha ceduto il posto alla reiterazione rituale di narrazioni vuote. Il suo antifascismo “dissolutivo” è la maschera ultima del Leviatano senza volto, dell’Impero senza centro. In un’epoca in cui tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria Marx, questa riflessione impone un ripensamento radicale non solo del passato, ma soprattutto del presente. Perché, come diceva Carl Schmitt, “il concetto di Stato presuppone il concetto di nemico”; e forse, aggiungerebbe Chiaravalle, il concetto di nemico presuppone ancora la possibilità del Politico. “Non è la caduta il problema, ma l’atterraggio”. Nell’epoca della caduta perpetua, Chiaravalle ci obbliga a porci la domanda più drammatica: atterreremo mai? E se sì, su quale suolo, in quale mondo, con quali uomini? Un saggio che andrebbe letto accanto ai Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel e La società dello spettacolo di Debord. Per pensare ancora il Politico, in un tempo che non lo pensa più.