Invito alla rievocazione di una vicenda che quest’anno può abbracciare un valore aggiunto di speranza e di appartenenza
Domenica 4 maggio 2025, nel piazzale della basilica che svetta a 600 m sul colle che sovrasta la città, si celebrano 76 anni dalla tragedia di Superga, l’incidente aereo che segnò la sorte dell’intera squadra del Grande Torino, a quel tempo la più forte d’Europa.
Il breve riassunto a seguire, è destinato soprattutto a quei lettori che non conoscono i risvolti di quella vicenda lontana ma ancora viva, ed è un invito per una gita il 4 maggio, magari in moto o prendendo la “dentera”, storica, ardita ferrovia a cremagliera che parte da Sassi e monta fino a Superga, dove ogni anno si rinnova un grande raduno sportivo e un tributo a quella squadra simbolo di un’Italia ferita che si stava riscattando dalla guerra.
Questo è un amarcord che vuole stimolare e poi sorprendere, per invogliare anche persone al di fuori della fede calcistica, per condividere le memorie d’un passato italico, a sua volta da tramandare.
Come si svolsero gli eventi è cosa nota e leggendaria: il decollo da Lisbona alle 9:40 del trimotore Fiat 212 che riportava a Torino la squadra Granata dopo un’amichevole giocata con il Benfica, quindi, alle 17:03, a pochi minuti dall’atterraggio, lo schianto dell’aereo contro il muraglione della basilica di Superga. Tante ipotesi, il vento trasversale, la nebbia e la visibilità, ma quasi certamente la causa fu un altimetro rotto.
Nell’impatto volarono via 18 atleti della mitica squadra: Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, Mazzola, Menti, Operto, Ossola, Rigamenti e Schubert. Tutti i giocatori del Grande Torino, tranne due, sopravvissuti poiché non erano sul volo: l’infortunato Sauro Tomà e Renato Gandolfi, che era stato sostituito dal terzo portiere.
Gli altri caduti furono i dirigenti Agnisetta, Civallieri e Bonaiuti, tre giornalisti sportivi e tre membri dello staff: l’allenatore Lievesley, il direttore tecnico Erbstein, il massaggiatore Cortina, e infine, morirono anche i quattro membri dell’equipaggio, per un totale di 31 vite immolate in un solo, tragico istante.
Quest’anno vi sono tante ragioni in più per andare a Superga e mescolarsi all’avvenimento, soprattutto per chi non c’è mai stato. Dunque, l’invito è anche alle famiglie. Il calcio è lo sport più bello del mondo, ma in questo caso è di secondaria importanza. L’adunanza del popolo Granata, ora dovrebbe diventare un momento di alleanza con un’altra grave perdita per il genere umano.
Oltre al ricordo di una grande, sfortunata squadra, potrebbe trasformarsi in un segno di unità e di speranza, così come ci ha trasmesso Papa Bergoglio, piemontese di origine, amante del calcio che conosceva bene la storia del Grande Torno, presa a paragone quando, il 28 novembre 2016, la squadra brasiliana del Chapecoense, partita da La Paz verso Medellin, per disputare in Colombia la finale della Copa Sudamericana, subì la stessa sorte in un disastro aereo dovuto a mancanza di carburante.
Opinionedi chi scrive: “se Bergoglio, gran tifoso del San Lorenzo, fosse nato a Portacomaro d’Asti, anziché «dall’altra parte del mondo», umile e popolare com’era, anche se ammirava Omar Sivori, in quanto campione argentino, così come Maradona, difficilmente avrebbe tifato Juve e non sarebbe mancato agli appuntamenti rievocativi di Superga”.
C’è bisogno di unione e “resistenza” in questo momento di “guerra mondiale a pezzi” che avanza, scatenata da pochi autocrati assetati di morte e di eterna gloria. La storia ci tramanda che sono “gli angeli “sportivi che diverranno “immortali”! Gli altri sono demoni, Bergoglio lo sapeva, nunzio di fede, di pace e di sport.
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