L’uccisione involontaria di un anziano mendicante e la conseguente condanna, a quasi due secoli di distanza, richiama temi ancora attuali come la legittima difesa, la paura e la responsabilità individuale
Questa storia inizia il 18 luglio 1847 nelle vicinanze di Torino, in Val San Martino, nella villeggiatura di un professionista torinese che occupa un’importante carica nell’amministrazione del Regno di Sardegna. Verso le ore 7:30 del mattino questo signore scorge uno sconosciuto che si aggira nella sua proprietà e, nel timore che voglia compiere qualche atto vandalico, gli spara un colpo con un fucile carico a pallini.
Colpito alle gambe, lo sconosciuto cade a terra. Ma quando lo sparatore si avvicina, si rende conto che si tratta soltanto di un vecchio mendicante inoffensivo. Spaventato per la gravità delle ferite provocate, chiede aiuto a un amico chirurgo, il quale presta le prime cure, senza nascondere la sua preoccupazione. La rosa di pallini ha infatti lesionato entrambe le gambe, soprattutto la destra che, tra il malleolo e il ginocchio, appare particolarmente malconcia. Si fanno anche sentire l’età avanzata del mendicante e le sue precarie condizioni di salute. Malgrado le cure prestate dal chirurgo, infatti, sulla sua gamba destra si manifesta la gangrena che ne provoca la morte nella sera del giorno successivo. Una situazione veramente spiacevole e spinosa. Che fare?
Da parte sua il chirurgo, compiacente, non riferisce il caso all’autorità giudiziaria, come è previsto dal Codice Penale[1], ma questa ne viene comunque a conoscenza e avvia un procedimento nei confronti dello sparatore.
Si tratta di un personaggio di notevole rilievo nella Torino del 1847, l’ingegner Ignazio Michela, di 54 anni, Ispettore delle R. Finanze.
I suoi precedenti non si trovano nei fascicoli giudiziari, ma negli annali scientifici e nelle sue numerose pubblicazioni di carattere tecnico.
Ignazio Michela è nato a Torino nel 1792 e, dopo la riapertura dell’Università torinese, è stato uno dei primi studenti a conseguire il titolo di architetto civile nel 1810 e di architetto idraulico nel 1816. Nel 1820 viene nominato ingegnere del Genio civile e, poco dopo, ispettore dei R. Canali presso le Finanze. Nel 1830 realizza la passerella in ferro sul canale di Caluso, nei pressi di Aglié, primo ponte sospeso metallico costruito in Italia.
Nel 1832 fa parte della Commissione idraulica, consultata dal Governo piemontese per la parte del Codice Albertino riguardante le acque.
Grazie ai suoi qualificati consigli, viene aperta la prima raffineria di zucchero a Moncalieri e una grande fabbrica di stoffe a Pont, sulle sponde dell’Orco. Ha diretto la prima raffineria di zolfo in Piemonte, dove, grazie ai suoi studi condotti nel Mezzogiorno della Francia, ha ottenuto un sensibile risparmio nella fabbricazione della polvere da sparo. Si occupa anche delle nascenti strade ferrate piemontesi, con pubblicazioni riguardanti le ferrovie di Pinerolo e di Saluzzo.
Michela è socio e professore onorario dell’Accademia Albertina di belle arti e socio dell’Accademia d’Agricoltura di Torino: è notevole il suo impegno nel settore dell’ingegneria idraulica per migliorare le colture agricole, potenziando la rete irrigua nelle aree del Piemonte orientale dove la risicoltura sta prendendo sempre maggiore sviluppo.
A Torino, nel 1840, partecipa alla Seconda Riunione degli Scienziati Italiani e l’anno seguente alla Terza, a Firenze, dove espone un suo progetto per portare l’acqua potabile a Venezia, in modo da farla zampillare da una monumentale fontana in piazza di San Marco. Il progetto doveva essere attuato, ma verrà sospeso e poi abbandonato per gli avvenimenti del 1848.
Si occupa del perfezionamento di strumenti per la misura della portata d’acqua in canali e condutture e inventa un nuovo tachimetro per esplorare allo stesso tempo la velocità dell’acqua di un canale a varie altezze sullo stesso piano verticale.
Ignazio Michela viene ancora oggi ricordato per la progettazione e la realizzazione dell’acquedotto pubblico di Torino. Ha iniziato i suoi studi nel 1832, per incarico della Regina Maria Cristina di Borbone Due Sicilie, vedova del Re Carlo Felice, cercando una soluzione per l’approvvigionamento dell’acqua a Torino, dove i pozzi la forniscono insalubre e inquinata. La sua dettagliata relazione ha proposto sei diversi progetti per il prelievo di acqua potabile.
Nel giugno del 1847 si è ufficialmente costituita una Società di cinquantatré facoltosi cittadini, tra cui il conte Camillo Cavour, per fornire Torino di acqua potabile e fra questi è stata eletta una Commissione per scegliere il progetto preferibile fra i sei che Michela ha presentato alla Regina[2].

Questo è il personaggio che l’autorità giudiziaria di Torino accusa di ferimento volontario del mendicante Battista Michetto, di Cumiana, e che il 25 settembre 1847 si costituisce spontaneamente alle Carceri della Cittadella di Torino.
Il chirurgo compiacente è Paolo Antonio Gibello, nato a Calabiana (oggi Callabiana, in provincia di Biella) e residente a Torino, di 54 anni, accusato di contravvenzione all’articolo 236 del Codice Penale, il quale viene «sentito fuori carcere mediante cauzione».
Nel dicembre del 1847 il Senato di Piemonte prende in esamina la causa: l’aspetto paradossale di questa vicenda, consiste nel fatto che i magistrati procedono nel palazzo della Curia Maxima[3], che è stato realizzato proprio dall’ingegner Michela!
I lavori di costruzione del palazzo destinato da Vittorio Amedeo II ai supremi magistrati si sono interrotti e il Re Carlo Felice, nel 1824, ne ha ordinato la ripresa. Dopo aver modificato i precedenti progetti di Filippo Juvarra e di Benedetto Alfieri, Ignazio Michela ha completato la parte dell’edificio prospicente l’attuale via Corte d’Appello, in modo che nel 1838 la Camera dei Conti vi ha tenuto la sua prima seduta e l’anno seguente il Senato. Ha descritto questi lavori di completamento in una sua documentata pubblicazione[4].
Con sentenza dell’11 dicembre 1847, senza interrogare i due accusati, il Senato dichiara Ignazio Michela colpevole dell’omicidio involontario di Battista Michetto e lo condanna a tre mesi di carcere a decorrere dal giorno in cui si è costituito alla Cittadella di Torino.
Dichiarano colpevole anche il chirurgo Paolo Antonio Gibello, condannato alla multa di Lire 60.
Michela dovrà indennizzare gli eredi di Battista Michetto. Entrambi sono condannati al pagamento delle spese processuali e viene confiscato il fucile sequestrato.
La rete ci fornisce qualche ulteriore indicazione sulla vita privata dell’ingegner Michela, il quale muore a Torino il 15 marzo 1867, lasciando vedova la moglie, signora Teresa Della Valle, nata a Vigone il 1° febbraio 1822, e il figlio ancora minorenne Marco Aurelio. La signora riceve una pensione che oggi diremmo di reversibilità di Lire 1.200 annue, con decreto del 26 aprile 1867[5].
La Gazzetta Piemontese del 28 marzo 1867 pubblica una lunga Necrologia a firma di A. Bassi che definisce quella di Ignazio Michela «una vita preziosissima, che per oltre a mezzo secolo fu costantemente sacra al culto del bello ed a pubblica utilità»[6].
Oggi, a 179 anni di distanza, in questa disavventura dell’ingegnere torinese, ancora ricordato per la realizzazione dell’acquedotto pubblico di Torino, possiamo notare qualche analogia con due casi di cronaca: quello dell’orefice Mario Roggero di Grinzane Cavour, condannato a 14 anni di carcere per omicidio volontario di due rapinatori il 28 aprile 2021 ed entrato in carcere nel luglio di quest’anni e quello dell’autotrasportatore Roberto Mollo di Baldissero d’Alba che ha sparato e ucciso un ladro nella notte tra il 19 e 20 settembre 2026.
La vicenda di Ignazio Michela dimostra come dietro le grandi figure della storia si nascondano spesso episodi umani e contraddittori, destinati a sfuggire alle commemorazioni ufficiali. L’ingegnere che portò l’acqua potabile a Torino, che progettò ponti, edifici e opere pubbliche destinate a migliorare la vita di migliaia di persone, vide la propria esistenza segnata anche da un tragico errore di valutazione compiuto in una mattina d’estate del 1847.
La condanna inflitta dal Senato piemontese testimonia come già allora la giustizia fosse chiamata a confrontarsi con il difficile equilibrio tra tutela della proprietà privata e diritto alla vita umana.
A quasi due secoli di distanza, i casi di cronaca contemporanei ricordati dimostrano che il problema non ha perso attualità: cambiano le leggi, cambiano le sensibilità sociali, ma resta immutata la difficoltà di giudicare eventi che nascono dalla paura, dall’improvvisazione e da decisioni prese in pochi istanti. Per questo motivo la storia del mendicante Battista Michetto e dell’ingegner Ignazio Michela non è soltanto una curiosità d’archivio, ma un episodio capace ancora oggi di interrogare la coscienza collettiva e il rapporto tra giustizia, responsabilità e uso della forza.
Note
Per gli studiosi delle Ville della collina torinese, ricordiamo che nel 1863, l’8 maggio, l’ingegner Michela vende la sua villa della Valle San Martino al signor cav. Federico Carmi di Reggio Emilla per Lire 53.000. L’atto viene pubblicato e la villa è così indicata: denominata il Rubilant, composta di fabbricato civile e rustico e di siti annessi, giardini, campi, prati e boschi, di ett. 15, are 20 (Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, suppl. al n. 128, Torino, 30 maggio 1863).
Carlo Bima, L’acqua a Torino, presentazione di Salvatore Chiaudano, Sagat, Torino, 1961.
Carlo Bima, L’acqua a Torino. Cenni storici sul servizio di rifornimento idrico, Grafiche Jemma, Moncalieri, 1970.
[1] Art. 236 del Codice Penale del 1839. – I medici, i chirurghi od ogni altro uffiziale di sanità, che non notificheranno al Giudice, ed in difetto al Sindaco del luogo entro le 24 ore il venefizio, i ferimenti od altra offesa corporale qualunque, per cui abbiano prestato i soccorsi dell’arte, saranno puniti con multa estensibile a lire cento; e nei casi gravi potrà essere aggiunta la sospensione dall’esercizio della professione, ed anche la pena del carcere.
[2] Verrà scelta la Val Sangone per le sue acque chimicamente pure: a Sangano, tra il 1853 e il 1859, vengono costruite gallerie di captazione e un serbatoio, oggi chiamato “Cattedrale dell’Acqua”, e così l’acqua della Val Sangone giunge a Torino domenica 6 marzo 1859, zampillando in piazza Carlo Felice. Michela oltre a progettare, ha assistito e diretto gran parte dei lavori che hanno portato l’acqua potabile a Torino, dove può salire fino alle soffitte e ai tetti dei più alti palazzi. Documenta la sua attività con una pubblicazione “La condotta d’acqua potabile a Torino”, edita nel 1852.
[3] Il Palazzo è sito nell’attuale via Corte d’Appello al civico 16.
[4] Ignazio Michela, Descrizione e disegni del Palazzo dei Magistrati Supremi di Torino, Chirio e Mina, Torino, 1841.
[5] Elenco delle pensioni liquidate dalla Corte dei conti del Regno d’Italia a favore d’impiegati civili e militari e loro famiglie, Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia N. 246, 9 settembre 1869.
[6] A. Bassi, Necrologia, Gazzetta Piemontese, n. 48, 28 marzo 1867.
