Nel cuore della Roma rinascimentale, alla fine del XV secolo, la famiglia Borgia dominava la scena politica ed ecclesiastica europea. Erano potenti, temuti, circondati da alleanze instabili e da un’aura di sospetto. Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, sedeva sul trono pontificio; i suoi figli Juan e Cesare si muovevano tra cariche militari e ambizioni politiche; Vannozza Cattanei, la madre, orbitava attorno alla corte papale con discrezione e influenza.
È in questo scenario che, il 14 giugno 1497, nella villa dei Borgia non lontana dalle Terme di Diocleziano, si tenne una piccola festa familiare. Vi parteciparono Juan, Cesare, il cardinale Juan Borgia-Lanzo, cugino dei due fratelli, Vannozza e alcuni amici fidati. La serata fu piacevole, il banchetto ricco ma non eccessivo, il vino moderato. A mezzanotte ognuno fece ritorno alla propria dimora; Juan e Cesare montarono a cavallo e si diressero verso il palazzo di Alessandro VI, dove risiedeva Ascanio Sforza.
Davanti alla villa i due si separarono. Juan rimase con un servitore e con un uomo mascherato — i travestimenti erano tutt’altro che insoliti nella Roma del tempo — che da settimane veniva visto al suo fianco. Juan aveva detto di avere un appuntamento con Madonna Damiata, forse una cortigiana, e nessuno si allarmò nel non vederlo rientrare subito.
Il pomeriggio seguente, però, il cavallo di Juan fu ritrovato senza cavaliere: una staffa recisa da un colpo di spada. Solo più tardi si seppe che il servitore era stato rinvenuto all’alba, massacrato da numerose ferite profonde.
La notizia gettò Alessandro VI nel panico. Amava profondamente il figlio, e il ritrovamento del cavallo gli fece presagire il peggio. Partirono le ricerche, si aprì un’indagine, ma nessuno parlò dell’uomo mascherato. Né venne riferito al Vaticano che il servitore era stato trovato morto per strada.
Un certo Giorgio, commerciante di legname, raccontò di aver visto un cavallo bianco, scortato da quattro uomini a piedi, dirigersi verso il fiume e gettare un corpo adagiato di traverso sulla sella. La sua versione fu confermata il giorno successivo, quando venne ritrovato il cadavere di Juan, ancora vestito con abiti sgargianti, gioielli alle dita e al collo, la borsa del denaro alla cintura. Il medico di famiglia stabilì che era morto tra mezzanotte e l’una, vicino alla piazza della Giubecca.
Ma chi lo aveva assalito? Conosceva i suoi aggressori? Tra loro c’era l’uomo mascherato? Oppure era caduto in un agguato? Le ferite indicavano una tortura in una casa privata, e tuttavia nessuno aveva visto nulla, nonostante la piazza fosse frequentata giorno e notte. Il racconto di Giorgio, così ricco di dettagli, apparve costruito: come avrebbe potuto vedere e sentire tutto da lontano?
Quando il corpo di Juan fu portato in Vaticano, Alessandro VI sembrò perdere il senno. Urlò per ore, e solo il 19 giugno riuscì a riprendersi, annunciando al Collegio la morte del figlio e dichiarando la volontà di riformare la Chiesa. Dal suo discorso emerge una disperazione profonda. Credeva che Dio, togliendogli ciò che aveva di più caro, avesse espresso il proprio dissenso verso la sua opera — e non che Alessandro, a settantasette anni, fosse stato un modello di virtù.
Il papa si affrettò a scagionare i possibili mandanti: Guidobaldo da Montefeltro, Ascanio Sforza, il nipote Giovanni, e il figlio minore Joffre, quindicenne, fragile e inesperto, sposato alla vivace Sancia d’Aragona. Nessuno, neppure lontanamente, nominò Cesare Borgia. Quella notte Cesare si ritirò in Vaticano e nei giorni seguenti non partecipò alle indagini. Ma Cesare aveva un piano, detestava la vita ecclesiastica e voleva rinunciare alla porpora per prendere il posto del fratello Juan. Quando queste manovre emersero, i cronisti iniziarono a colmare i vuoti con sospetti e narrazioni, senza però mai riuscire a dimostrare la sua colpevolezza.
L’unica a crederlo colpevole fu Maria Enriquez, moglie innamorata di Juan. Dieci anni dopo fece realizzare un ritratto: Juan inginocchiato davanti alla Vergine, e di fronte a lui Joffre e Cesare; quest’ultimo gli porge una spada, come a dichiarare la propria sottomissione. Per Maria era una testimonianza visiva della verità che nessuno aveva voluto riconoscere.
Col tempo Alessandro VI si convinse che Cesare avrebbe potuto prendere il posto del fratello, e Joffre quello di Cesare, arrivando persino a pensare di dare la moglie di Joffre al fratello maggiore. Ma Cesare aveva altre ambizioni — e questa è un’altra storia.
