Di Alessandro Mella
Nota dell’autore
Negli anni ‘10 di questo secolo chi scrive fu autore di molte opere ed articoli relativi alla storia dei servizi antincendi italiani. Nel 2014, per ragioni personali, egli scelse di non dedicarsi più al tema e di non produrre, progressivamente, più testi ex novo. Il molto materiale prodotto all’epoca, tuttavia, fu caro a molti lettori, i quali hanno più volte espresso il desiderio di riaverlo fruibile. Alcuni articoli datati, dunque, vengono riproposti a loro beneficio confermando che, lo scrivente, non si occupa più, con nuovi studi, dell’argomento. Limitandosi a riutilizzare quanto scritto nel passato onde evitare che quel patrimonio vada disperso (a.m.).
Il nome di Giulio Viterbi corrisponde ad una figura indimenticabile nella storia, soprattutto di Torino, ma anche nella “grande” nazionale. Io stesso avevo letto molto di lui nel passato e raccolto parecchi ricordi preziosi. Ma ebbi modo di conoscere un po’ meglio la sua triste vicenda quando, nel corso delle mie ricerche, mi imbattei per puro caso in un paio di trafiletti pubblicati in momenti diversi dal quotidiano torinese “La Stampa”.

Nato il 10 febbraio 1885, a Mantova da Eugenio di professione cambia valute e da Zelia Tedeschi, il giovane Viterbi aveva preso parte alle guerre coloniali in seno all’arma del Genio (1). Nei cui quadri rimarrà, in ruolo riserva, per moltissimi anni fino a raggiungere il grado di colonnello nel 1932:
Una dimostrazione dei pompieri all’ing. Viterbi promosso colonnello del Genio. L’ultimo bollettino militare ha annunciato la promozione dell’ing. Viterbi, capo dei civici pompieri, al grado di colonnello del Genio, arma nella quale egli ha già percorso una brillante carriera durante la guerra, assolvendo con perizia o valore a molti difficili compiti soprattutto nel periodo della prima difesa del Grappa. Ieri i pompieri hanno voluto perciò manifestare al loro comandante tutta la loro gioia per la promozione. Nel periodo del cambio fra i due turni, cioè a mezzogiorno, ha avuto luogo alla caserma corso Regina una simpatica riunione, alla quale erano presenti, oltre a tutti i pompieri in servizio ed agli ex pompieri, anche il cav. Valvassori, comandante delle guardie, con gli ispettori del corpo. L’ing. Mottura ha presentato al colonnello Viterbi, offerte da tutto il Corpo dei Militi, le spalline del nuovo grado, accompagnandole con affettuoso saluto, portato a nome di tutti gli ufficiali ed i militi del Corpo. L’ing. Viterbi ha ringraziato commosso inviando quindi un caldo saluto al Corpo delle Guardie Civiche che aveva voluto essere presente, coi suoi comandanti ed i suoi ufficiali, alla festa dei Militi del fuoco (2).
Proprio nell’arma del Genio egli aveva meritato, nel 1913, una medaglia d’argento al valore militare:
Diresse sotto il fuoco efficace del nemico lavori d’afforzamento della posizione conquistata, esempio di sereno coraggio ai dipendenti. Mergheb, 27 febbraio e 5-6 marzo 1912 (3).
Nel 1917 aveva sposato la signorina Cesarina Borelli di Pompeo che divenne madre dei due figli, Aldo e Mario (4). Laureato in ingegneria ebbe modo di entrare nel Corpo pompieri di Torino assumendone il comando nel 1923. Si dimostrò immediatamente un ufficiale competente, attivo e capace di creare un buon rapporto, basato sulla meritata stima e sullo spontaneo rispetto, con il personale del corpo. Si dimostrò anche un attento e partecipativo membro della Federazione tecnica dei pompieri d’Italia nonché una validissima penna scrivendo articoli tecnici molto apprezzati al punto di creargli un incredibile consenso tra i colleghi di molti paesi esteri. Relazioni che gli valsero la presenza di moltissimi di loro a Torino in occasione dei diversi concorsi pompieristici, primo tra tutti quello del 1928.

Non a caso fu, ad esempio, l’unico membro italiano della British fire engineers association e fu tra i pochissimi vigili del fuoco italiani a ricevere la Legione d’Onore, massima onorificenza francese. Anche l’Italia e la Real Casa di Savoia non mancarono di onorarlo con gli ordini sabaudi della Corona d’Italia e dei Santi Maurizio e Lazzaro (5). Le sue qualità umane e tecniche erano, allora, riconosciute in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti dove poteva vantare la stima e la simpatia degli ufficiali del New york fire department. Ma intanto l’Italia era cambiata nel peggiore dei modi. Dalla crisi dello stato liberale, dall’impotenza di partiti sterili e litigiosi e dalla violenta contrapposizione degli opposti estremismi era sorto un regime che in modo quanto mai ingrato, con un impressionante ipocrisia e la complicità di molta opinione pubblica, decise di compiacere i nuovi “alleati germanici” con il più vergognoso dei suoi prodotti: le leggi razziali. Moltissimi funzionari e dipendenti della pubblica amministrazione vennero allontanati, d’ufficio, dal loro incarico. Scriveva il quotidiano La Stampa il 13 settembre 1938:
Fra i 19 funzionari giudei del Ministero dell’Interno, colpiti recentemente dal noto provvedimento di sospensione, era incluso l’Ing. Viterbi, comandante il Corpo dei Vigili del Fuoco della nostra città. A norma della recente disposizione, l’Ing. Viterbi ha lasciato il 10 corrente il servizio e l’alloggio che occupava nella caserma di Corso Regina Margherita (..). (6).
Anche il comandante ing. Viterbi fu colpito dall’infame serie di provvedimenti che puniva e feriva vigliaccamente tutti gli israeliti residenti in Italia. Era una palese ed evidente ingiustizia poiché, come in centinaia di casi simili in tutto il paese, si epurava una figura validissima e notoriamente apprezzata per le sue indiscutibili virtù. E tale allontanamento diede seguito ad un chiassoso vociare che, specialmente nel dopoguerra per scopi politici ipocriti, imputò ad ufficiali innocenti la colpa di quell’evento ingiusto accusandoli di delazioni mai avvenute (7). Tra la tristezza generale egli lasciò il comando al suo vice, ing. Francesco Mottura, che assunse la guida dei pompieri torinesi per quasi un anno prima di andare ad assumere il medesimo incarico a Cuneo l’anno dopo (8).
Ma il Viterbi non si perse d’animo al punto che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 divenne un combattente attivissimo della Resistenza. Scrisse, infatti, il quotidiano La Stampa il 14 dicembre 1947:
È stato anche un valido combattente della resistenza, cui partecipò prima alla testa di un gruppo di partigiani poi al comando di una colonna alleata che contribuì alla liberazione del Piemonte (9).
Fu proprio il Governo militare alleato a riabilitarlo per primo assegnandogli temporaneamente il ruolo di Ufficiale regionale per i Servizi Antincendi dell’Allied military government. Ma Viterbi, nonostante tutto, non poté tornare alla caserma di corso Regina Margherita di Savoia per via del nuovo inquadramento che il Corpo nazionale dei vigili del fuoco aveva da qualche anno assunto. Tuttavia, l’amministrazione municipale di Torino, che aveva doverosamente ripreso al suo servizio i dipendenti ingiustamente allontanati nel 1938, gli offrì un importante incarico a testimonianza dell’indiscussa ammirazione di cui ancora godeva. Scrisse, infatti, il quotidiano La Stampa il 14 dicembre 1947:
Il colonnello Giulio Viterbi comandante dei vigili urbani. Un doveroso e simpatico atto di giustizia è stato compiuto dal Consiglio comunale nei riguardi del col. ing. Giulio Viterbi, che fu apprezzatissimo comandante dei Vigili del Fuoco torinesi. Non potendolo reintegrare in questa carica, dalla quale venne rimosso dal regime fascista, l’amministrazione municipale lo ha nominato comandante dei Vigili Urbani. Figura simpaticamente nota nella nostra città prima che lo colpissero le persecuzioni razziali, il colonnello Viterbi si guadagnò molte benemerenze, sia nelle guerre coloniali e di indipendenza dove combatté, sia nella vita civile, nelle varie branche in cui si esplicò la sua abilità di tecnico. È stato anche un valoroso combattente della resistenza, cui partecipò prima alla testa di un gruppo di partigiani, poi al comando di una colonna-alleata che contribuì alla liberazione del Piemonte (10).

L’ing. Giulio Viterbi comandante dei vigili urbani. Il nuovo comandante dei vigili urbani, ing. Giulio Viterbi, è ben noto alla cittadinanza torinese, poiché fu per molti anni comandante del corpo dei civici pompieri, facendone un organismo sceltissimo e disciplinato. Allontanato dalla carica per motivi razziali tenne nel periodo della liberazione il comando di un gruppo di partigiani. Fatto prigioniero dai tedeschi, riuscì ad evadere e a raggiungere la capitale, da dove poi partecipò, al comando di una colonna, all’avanzata degli alleati. Al nuovo comandante dei vigili urbani la Gazzetta del popolo esprime il suo cordiale saluto (11).
Si trattò di un gesto nobilissimo che rendeva giusto onore ad un uomo ferito da un’intollerabile ingiustizia. Anche alla guida della Polizia municipale egli seppe dimostrare zelo e professionalità. Ma purtroppo visse brevemente il suo incarico poiché, improvvisamente, venne a mancare la notte tra il 28 ed il 29 dicembre 1950 (12). Giulio Viterbi se andò tra il generale dispiacere in una Torino commossa dalla scomparsa di una delle più luminose, eppur umili, figure della sua storia:
La morte improvvisa dell’ing. Giulio Viterbi. Si è spento ieri improvvisamente all’ospedale delle Molinette, dov’era stato ricoverato d’urgenza per ulcera, l’ing. Giulio Viterbi, che fu per molti anni comandante dei vigili del fuoco. L’ing. Viterbi era figura simpaticamente nota e stimata nella nostra città. Nato nel 1885 a Mantova, si era laureato al nostro Politecnico, ed entrò poi nella carriera militare, partecipò alla guerra italo-turca e alla grande guerra raggiungendo il grado di colonnello del genio. Fu comandante dei vigili municipali del fuoco dai ‘23 al ‘38, quando ne fu allontanato per ragioni razziali. Durante il periodo clandestino prese parte attiva al movimento partigiano, riuscì a trasferirsi con un aereo nell’Italia meridionale e partecipò all’avanzata con le truppe alleate (13).
Un uomo ed un comandante tanto capace da essere ancora oggi, a distanza di più di sessant’anni dalla sua morte, ricordato affettuosamente dalla città. Una città che, tuttavia, ancora non ha pensato di dedicare una via a questa sua gloriosa figura.
Alessandro Mella
Note
1) Stato civile del Comune di Mantova, Atto di Nascita 120/1885, Parte I del 10 febbraio 1885.
2) La Stampa, 66, Anno X, 5 febbraio 1932, p. 6.
3) Archivio dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Decorati al Valor Militare.
4) Stato Civile della Città di Torino, Richiesta di pubblicazione 698/1917, Ufficio II, Parte I, 23 e 30 settembre 1917. Cesarina Borelli venne a mancare, a Torino, il 31 gennaio 1967 (La Stampa, 27, Anno XCIX, 2 febbraio 1967, p. 8). Aldo Viterbi nacque il 23 ottobre 1918 (Stato Civile della Città di Torino, Atto di Nascita 2471/1918, Ufficio II, Parte I). Arrestato durante la Repubblica Sociale, portato nella caserma di via Asti, riuscì a salvarsi: “Che la polizia politica fosse abbastanza corruttibile lo depone anche Aldo Viterbi, il figlio del comandante i vigili del fuoco, che, fatto arrestare dal ten. Marconcini – suo compagno di università — riuscì a farsi liberare offrendo una bella macchina fotografica ad un agente” (Gazzetta Sera, 9, Anno I, 9-10 maggio 1946, p. 6). Venne a mancare l’11 settembre 1989 (La Stampa, 123, Anno 209,14 settembre 1989, p. 4). Mario Viterbi nacque il 23 gennaio 1922 a Torino. Si sposò e divenne un famoso avvocato civilista torinese. Morì, assai giovane, per un malore nel 1977. (Stato Civile della Città di Torino, Atto di Nascita 484/1922, Ufficio II, Parte I con annotazioni. Circa la prematura scomparsa si veda La Stampa, 195, Anno CXI, 30 agosto 1977, p. 6).
5) La nomina ad ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro compare in Bollettino Ufficiale, Ministero della Guerra, Dispensa 7, 20 gennaio 1922, p. 233.
6) La Stampa, 217, Anno LXXII, 13 settembre 1938, p. 6.
7) Sono da ritenersi del tutto infondate le dicerie infelici sul fatto che fosse stato denunziato dal suo successore per prenderne il posto. Tra l’altro questi aveva una posizione paritaria in altra città italiana.
8) Lo sfortunato ing. Mottura ebbe poi triste sorte. Nel maggio 1945 fu rapito in caserma da sedicenti partigiani che evidentemente, abusando di tale qualifica o spacciandosi per tali, approfittarono di quei drammatici momenti per regolare conti personali. L’ufficiale fu vilmente assassinato e rinvenuto cadavere qualche giorno dopo. Che dietro a questa brutta vicenda ci fossero ragioni tutt’altro che nobili lo si evince anche da uno dei pochi documenti sul tema. Ed il fatto che una fonte così di parte si esprima in questi termini pare piuttosto indicativo: I fatti di Villafranca P. dinanzi al tribunale di Pinerolo. Pinerolo, 8 dicembre. Un interessante dibattito è iniziato nell’aula del nostro tribunale. Gli (Omissis) domiciliati a Villafranca P. devono rispondere di furto aggravato «per essersi in regione Mottura di Villafranca Piemonte, in epoca imprecisata dell’anno 1945, in concorso fra loro e con altri non identificati, impossessati di mobili ed oggetti vari in danno di Francesco Mottura, sottraendoli al fine di trarne profitto, dalla di lui abitazione in cui si erano introdotti approfittando dell’assenza del proprietario». Questo è quanto afferma la sentenza di rinvio a giudizio emanata il 18 ottobre 1950 dalle Sezione istruttoria presso la Corte d’Appello di Torino. È bene precisare che in questa sezione istruttoria i (Omissis) erano interessati in quanto indirettamente convolti in un fatto di sangue, avvenuto nel Cuneese il 4 maggio 1945, in cui fu ucciso con tre colpi di pistola un ufficiale dei vigili del fuoco, ing. Francesco Mottura, proprietario della villa in Villafranca Piemonte, dalla quale i due (Omissis), sempre secondo l’accusa, avrebbero asportato i mobili. In istruttoria venivano pertanto assolti, per non aver commesso il fatto, l’ex partigiano (Omissis) quale presunto autore dell’omicidio del Mottura, e altri 5 imputati dal reato di furto aggravato, beneficiando dell’amnistia concessa ai partigiani, essendo stato riconosciuto che l’azione allora intrapresa era dettata da esigenze di guerra. I due (Omissis) non partigiani ma solo collaboratori, non poterono usufruire di tale beneficio di legge e venivano pertanto rinviati a giudizio perso il Tribunale di Pinerolo, per rispondere di furto aggravato nei confronti del fu Francesco Mottura. La parte lesa, la vedova signora Matilde Smeriglio in Mottura, non costituitasi parte civile, ha ribadito le accuse contro i due (Omissis) la cui tesi difensiva è basata sul fatto che la loro azione è stata eseguita e condotta a termine non per trarne profitto ma bensì per esigenze belliche avendo i partigiani necessità di mobilio. La Corte rinviava il dibattito al 10 gennaio prossimo per la escussione di nuovi testi. (L’Unità – Organo del Partito Comunista Italiano, 294, Anno XXVII, 9 dicembre 1950, p. 6).
9) La Stampa, 293, Anno III, 14 dicembre 1947, p. 2.
10) Ibid., 293, Anno III, 14 dicembre 1947, p. 2.
11) Nuova Gazzetta del Popolo, 293, Anno C, 14 dicembre 1947, p. 2.
12) La Nuova Stampa, 309, Anno VI, 30 dicembre 1950, p. 5.
13) Nuova Gazzetta del Popolo, 309, Anno CIII, 30 dicembre 1950, p. 4.
