La musica dal vivo rischia di perdere i suoi ritrovi storici, fiore all’occhiello della città
A Torino si sta delineando una situazione che stride: tre luoghi leggendari, legati alla musica dal vivo e alla socialità musicale: Il Maglio, FolkClub e Jazz Club Torino, rischiano, per ragioni diverse, di uscire dalla geografia culturale della città. Le vicende sono differenti e alcune sono tuttora in evoluzione.

Il Maglio ha annunciato la chiusura dopo 17 anni; per il Jazz Club Torino esiste una questione legata alla concessione di piazzale Valdo Fusi, mentre per il FolkClub si parla chiaramente di chiusura. (Corriere Torino)
Il segnale è talmente serio da pretendere una domanda: che cosa è di una città che perde i luoghi nei quali la musica non è soltanto spettacolo, ma arte espressiva, divulgazione, aggregazione, laboratorio di formazione e senso di comunità?
Il caso del Maglio Rock House, sito nel cortile del Maglio di Borgo Dora, è quello più sintomatico. Dopo quasi 17 anni di attività, la gestione ha annunciato la chiusura, indicando, tra le ragioni, l’aumento dei costi, la burocrazia, le difficoltà economiche e il mancato rinnovo dell’affitto.
Sul palco del Maglio, sono passati gruppi rock, metal, band cover e artisti emergenti di ottimo spessore, raccogliendo folle di fan. Alcuni di loro, hanno fatto della musica una professione. (Corriere Torino)
Il FolkClub, racconta una storia più particolare. Dal 1998 ha costruito a Torino un luogo riconosciuto dagli artisti e dagli appassionati come uno spazio dedicato alla musica live di qualità, capace di ospitare musicisti italiani e internazionali. Una recente notizia parla esplicitamente della sua chiusura e delle difficoltà legate al sostegno pubblico. (FolkClub)
Per il Jazz Club Torino, invece, il Comune ha contestato la prosecuzione della concessione dello spazio di piazzale Valdo Fusi e la questione ha prodotto una controversia amministrativa. Nel dicembre 2025 il TAR aveva sospeso la revoca, consentendo temporaneamente la prosecuzione dell’attività. (Corriere Torino)
Tre musiche diverse, dunque, non una sola. Ma proprio per questo sarebbe sbagliato considerarle semplicemente come tre problemi di gestione, affitto o concessione.
Torino possiede una tradizione musicale di vecchia data. Il jazz poi, ha una storia che risale agli anni Trenta. Nel dopoguerra i piccoli club diventarono luoghi di musica e aggregazione, mentre negli anni Sessanta Torino è stata uno dei luoghi più importanti della crescita di musicisti come Enrico Rava e Gato Barbieri.
La città continua giustamente a investire nei grandi appuntamenti, nei festival e nei concerti. Il Torino Jazz Festival, per esempio, continua a portare la musica nei teatri, nelle piazze e nei locali cittadini. (Città di Torino)
Ma una città musicale non vive soltanto dei grandi eventi. La sua linfa vitale si forma dei piccoli palchi e nelle mitiche birrerie. Altri luoghi nascosti, covi di blues & funky di qualità al costo di una birra scura.
Luoghi in cui ci si può esibire per la prima volta. È lì che persone di diverse età possono sedersi attorno allo stesso tavolo della passione senza avere altro in comune che quella canzone, un assolo di chitarra, pianoforte o batteria.

Per questo la scomparsa di questi luoghi non colpisce solo i loro gestori e i loro frequentatori, ma la politica culturale della città. È una luce che si spegne.
Non significa per forza chiedere che il Comune salvi ogni attività privata, né ignorare i problemi economici, contrattuali o amministrativi che possono esserci dietro ogni singola vicenda.
Significa porsi una domanda semplice e scomoda: quanto vale culturalmente un luogo nel quale una città esprime musica per tutti anche se non è un grande evento?
Se Torino vuole continuare ritenersi una città della cultura, non può esimersi di cominciare anche da qui. Infatti, quando chiude un grande teatro l’evento è scomodo e fa notizia. Invece, la chiusura di un locale più modesto sembra cosa minore. Non è così. Luoghi piccoli ma di frequenza artistica, raccolgono un sacco di persone, la meglio cittadinanza che non aspettava altro: un altro concerto!
Troppo spesso si chiude una piccola, preziosa parte dell’anima di una città.

Occorre porvi rimedio, se c’è volontà. Questo è un messaggio subliminale, diretto all’assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, che gestisce le politiche culturali, i musei, le biblioteche e le manifestazioni cittadine. Speriamo in sintonia musicale. C’è qualcosa di molto triste in un locale artistico che chiude. È la fine di una bellissima storia.
Carlo Mariano Sartoris
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Siamo di fronte alla solita realtà. Noi italiani pare che non abbiamo le capacità di valorizzare quello che di buono abbiamo fatto nel passato e ciò che di meraviglioso ci ha dato la natura. Siamo il Paese con una storia millenaria come pochi, musica,arte ai massimi livelli. Geograficamente avremmo da vivere di rendita se fossimo stati capaci di far fiorire il turismo, nella alimentazione abbiamo il meglio del mondo. Eppure non siamo mai stati capaci di crederci. Una sconfitta totale per un popolo che dopo l’impero Romano e il medioevo e’ diventato il nulla. Peccato