(o Papalatria) s. f. (iron.) Adorazione del papa che arriva a forme di idolatria.
Vocabolario Treccani
In queste ultime settimane ci siamo chiesti se per caso a noi laici integrali e, per alcuni versi, integralisti fosse stata revocata la cittadinanza italiana.
Dopo il diluvio comunicativo che ci hanno versato addosso, prima in occasione della morte di Papa Bergoglio, poi con lo spettacolo del Conclave, e infine con l’elezione e la consacrazione del Successore, ci è venuto il dubbio di non appartenere più alla comunità nazionale, una comunità apparentemente tutta ipnotizzata e rapita dagli eventi vaticani, tutta inghiottita da un’unica, dilagante ed esaltante retorica chiesastica.
E noi laici? In disparte, a subire stupiti e perplessi questo spettacolo scintillante e avvolgente, ma -per noi almeno- non coinvolgente. Siamo rimasti a guardare questo kolossal simil-religioso con la sensazione di essere degli esclusi, come la servitù costretta a mangiare in cucina sbirciando dalla porta socchiusa la festa in salotto, e con la crescente convinzione che il mondo mediatico tentasse a tutti i costi di imporci una narrazione a noi estranea, anche se ovviamente eravamo del tutto consapevoli, e rispettosi, del coinvolgimento dei cattolici veri e delle loro sincere emozioni.
Eravamo intimiditi -alcuni decisamente irritati- dall’appropriazione dello scenario comunicativo, dal tentativo di imporre un’immagine convenzionale dell’Italia, un’Italia tutta massicciamente, compattamente, estaticamente cattolica, tutta eccitata e presa dalle vicende papali -vita, morte, rinascita di una guida etica ma anche politica, e non sempre altamente religiosa-, vicende ridotte spesso a chiacchiericcio televisivo, pettegolezzo giornalistico, sentimentalismo narrativo, strumentalizzazione politica.
Papi trumpisti o anti-trumpisti, reazionari o progressisti, moderati o avventuristi, immigrazionisti o anti-immigrazionisti, sinodali o anti-sinodali, occidentalisti o terzo-mondisti, capitalisti o socialisti, italiani o stranieri, antagonisti o fiancheggiatori della pedofilia ecclesiastica, e così via. Una grande sagra dove la religione è ridotta a cicaleccio, e ricorda il fondo delle vecchie chiese dove, durante la messa domenicale, i bottegai parlavano di affari loro mentre il prete sollevava l’ostia consacrata.
Per chi conserva in sé un certo senso del sacro, la morte di un pontefice e l’elezione di uno nuovo non possono che essere la discesa di qualcosa di divino nella storia (magari la fiamma dello Spirito Santo), con tutto il suo potere spiritualizzante, con tutta la sua forza di salvezza per l’umanità, o almeno per quella parte di umanità che è, o si dichiara, credente. Vedere questo evento trasformato in un happening dai colori holliwoodiani, in un’occasione traboccante di mondanità, in una transazione politica (Trump che confabula con Zelensky fra le navate vaticane), in un deprimente pettegolezzo sulle trame del conclave, mette tristezza, anche in chi non è credente ma non ha mai spento in sé la fiammella di una qualche consapevolezza religiosa.
Sono cose che noi laici volevamo dire ma non abbiamo detto, anche perché timorosi di offendere i veri credenti, i quali meritano grande rispetto a differenza dei Mercanti del Tempio che hanno invaso con presunzione gli eventi che abbiamo descritto. E sempre con la reale, ma talvolta inconsapevole, paura di essere bollati come rozzi mangiapreti ottocenteschi.
Poi, su IlGiornale di lunedì 12 maggio è comparso un lucido articolo di Giovanni Orsina, raffinato storico e analista politico, in cui finalmente si è parlato di “ossessione mediatica vaticana”, e dove si è finalmente condannata la nuova simonia di chi utilizza il sacro per ottenere un qualche suo profitto; che sia economico, politico, o d’immagine non importa.
Viene in mente, perdonateci, quella parola, “papalatrìa”, che è molto antipatica ma che ben rappresenta una religione dove l’oggetto dell’aspirazione spirituale non è più il divino -qualunque significato personalistico o non personalistico gli si voglia attribuire- ma un uomo, solo un uomo che, pur con tutte le sue alte qualità, non può essere confuso con l’ineffabile realtà che ci sovrasta.
Sappiamo bene che, in quanto laici integrali e integralisti, non abbiamo titolo per giudicare le cose di Chiesa; ma da semplici osservatori esterni non possiamo che rattristarci per la trasformazione di una secolare istituzione -che in giorni remoti abbiamo anche apprezzato per la sua immensa carica sacrale- in un semplice ente morale (o moralistico), una organizzazione umanitaria qualunque e, purtroppo, anche in una forza politica che però della politica non ha la forza necessaria e spregiudicata, e dunque rischia di essere solo una retorica voce nel deserto.
E mentre Papa Leone continua a parlare di pace come il suo predecessore, alcuni uomini assai discutibili forse la stanno brutalmente realizzando. Come tutti desideriamo, anche noi poveri laici.
