Roma - Palazzo Venezia 10 giugno 1940 - Benito Mussolini annuncia l'entrata in guerra
Considerazioni di uno studioso
Il periodo storico relativo alla dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna da parte di Mussolini (10 giugno 1940) e alla conseguente disastrosa campagna militare è stato ampiamente studiato, trovando una condivisione quasi unanime, da parte degli storici più autorevoli.
Tuttavia, come la letteratura in merito documenta, gli approfondimenti relativi alle problematiche economico-finanziarie e industrial-militari di quel contesto storico sono sempre state riservate a pubblicazioni specifiche, sostanzialmente riservate a lettori interessati a queste tematiche.
Ora ci giunge un articolo che ha il merito di sintetizzare efficacemente questi aspetti che, oltre ad attenersi al rigore documentale, offre una lettura scorrevole e divulgativa per il grande pubblico.
Per il suo interessante contributo, che pubblichiamo integralmente, ringraziamo l’Autore dr. Daniele Carozzi – giornalista freelance e scrittore, Vice Presidente Nazionale dell’Associazione Bersaglieri (ANB) dall’ottobre 2017 al settembre 2021.
Buona lettura (m. b.)
10 giugno 1940: l’Italia invade la Francia
L’esordio italiano della Seconda guerra mondiale fu l’invasione della Francia. E già lì avremmo dovuto capire che quella guerra era persa prima ancora di cominciare. In quei giorni emersero i problemi atavici delle Forze Armate italiane: scarsità di mezzi, rigido attacco frontale modello Cadorna, superficialità, mancanza di collegamenti con l’intelligence, equipaggiamento inadeguato.
A parlare di questo irriconoscente evento, che i francesi ancor oggi definiscono “la pugnalata alla schiena” visto che anche grazie ai cugini d’Oltralpe riuscimmo a mettere insieme l’Italia, è l’alpino e docente di Storia Militare Giovanni Cerino Badone, nella Sede dell’Associazione Alpini di Milano.
L’Italia se l’era tutto sommato cavata abbastanza bene nei conflitti di Etiopia e Spagna, ma una guerra mondiale di moderne dimensioni e tecnologie non era assolutamente nelle nostre corde né capacità. Tanto per fare qualche esempio, la produzione italiana di carbone e acciaio, materiali assolutamente indispensabili per costruire mezzi bellici quali carri armati e cannoni, ma non solo, era assolutamente scarsa.
Producevamo un terzo dell’acciaio della Francia, un sesto della Gran Bretagna e un decimo della Germania. La Gran Bretagna arrivò a produrre un milione di tonnellate di acciaio nel 1861, ma quel quantitativo l’Italia lo raggiunse un secolo dopo. Altro paragone: la Francia disponeva di 2 milioni e 400mila veicoli civili, l’Italia di 300mila. Pativamo anche di un quarto della popolazione analfabeta, di carenza di laureati in ingegneria e di un 25% dei giovani militarmente inadeguati per carenza fisica.
Nonostante ciò, si volle dichiarare guerra alla Francia confidando nella vittoria della Germania per sederci con lei al tavolo dei vincitori.
Cavour, nel 1854, con Francia e Inghilterra, ci riuscì, ma non sarà così per il Duce. Fra le complicazioni di quella che verrà detta “La battaglia delle alpi”, la nostra riduzione di reggimenti e battaglioni in operatività “binaria” e la mancanza di comunicazioni orizzontali fra Servizio Informazioni e comandi sul territorio. Come non bastasse, mancavano in modo assoluto la copertura aerea e una presenza navale atlantica, visto il naviglio in rada a Taranto.
Si era inoltre penalizzati da uno schema rigido dei reparti, che consentiva soltanto attacchi frontali. Nonostante le loro pecche, quali una linea Maginot che lasciava aperto il fronte belga dal quale penetrarono i tedeschi, sull’arco alpino, i francesi disponevano di una copertura di fuoco assolutamente superiore alla nostra, con pezzi da 75 e mortai da 81mm in dotazione alla loro Artiglieria da Fortezza.
I varchi di penetrazione erano stati individuati nel Piccolo San Bernardo, Monginevro e Colle della Maddalena, con altrettanti gruppi di manovra che dovranno fare i conti con vette di 2.500 – 3.000 mt. e un abbigliamento dei nostri militari assolutamente inadeguato.
L’ordine era quello di mantenere una postura difensiva, ma il 21 giugno i tedeschi arrivarono nei pressi di Lione e il 25 a Grenoble. E noi? Rischiammo di fare figuracce, così da Roma partì l’ordine di penetrare a fondo con le divisioni Sforzesca, Legnano e Assietta.
Eravamo confortati dalla presenza del nostro Forte Chaberton a 3.100 mt nelle Alpi Cozie, con otto torrette dotate di pezzi da 149-35, che definivamo “la fortezza più alta del mondo”.

La speranza durò poco. Il 21 giugno il forte venne bombardato dalle artiglierie della “Armée des Alpes” e perse 6 delle 8 torrette. La corazza delle casematte era costituita da acciaio spesso 5 centimetri, e ritenuta indistruttibile quando fu allestita nei primi anni del Novecento. Ma quarant’anni dopo la realtà era ben diversa.
Il Capitano degli alpini Giuseppe Lamberti, figura storica legata all’A.N.A. e istruttore della Scuola di Alpinismo, si trovava sul passo del Piccolo San Bernardo quando gli venne comandato di attaccare, ma aveva atleti e scalatori, non soldati preparati o sufficientemente armati per una azione di guerra aperta.

Altra testimonianza esibita da Cerino Badone è quella dell’allora tenente dei bersaglieri La Catena, che guidava una compagnia motociclisti. «La strada è stata sgomberata dalla neve e potete procedere perché non risulta alcuna offensiva francese nella zona. Al massimo potrebbe esserci qualche partigiano pronto a sparare», comunicarono dal comando.
In realtà c’era un metro di neve, i bersaglieri dovettero abbandonare le moto, procedere a piedi e oltretutto sotto una gragnuola di fuoco dell’esercito regolare francese. Quattordici bersaglieri risultarono feriti e successivamente quattro di essi morirono.
Dal 23 giugno, all’occupazione di Mentone, le cose cominciano a funzionare meglio e con improvvisazioni tattiche della Brigata Taurinense il 25 si raggiunse il fondo valle del fiume Isére. Da parte sua, la Colonna alpina di Boccalatte unita a un battaglione di CCNN, penetrò in territorio francese attraverso un’ardua discesa dal ghiacciaio del Rocciamelone e dalla valle del Ribon, senza incontrare resistenza alcuna.
Questa mancanza di visione strategica e di leggerezze costò all’Italia 642 morti e 2.631 feriti con un elevato numero di congelati per vestiario insufficiente. I francesi ebbero 20 morti, 84 feriti e 155 prigionieri.
Daniele Carozzi
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Per avere un’idea di quella che era l’animo degli alpini che attaccarono la Francia il 21 giugno del 1940 sul fronte del Piccolo San Bernardo bisogna leggere il libro di Curzio Malaparte “IL SOLE È CIECO” nelle pagine della “DICHIARAZIONE NECESSARIA”, in particolare l’ultimo capoverso della pagina 7 e le pagine 8 e 9. Il libro, pubblicato nel 1947, è rintracciabile su eBay e su Feltrinelli.
Riguardo invece al fronte sul Moncenisio si consiglia l’articolo “DIARIO DI UN SERGENTE DELLA FANTERIA CARRISTA” di Pier Giorgio Corino. L’articolo si può scaricare aprendo http://www.fortebreamafam.it , cliccando su “I QUADERNI DEL FORTE” e selezionandolo dall’elenco dei vari articoli.
Con l’occasione voglio anche precisare che quello dello Chaberton non è un forte ma è una batteria. Progettato ed iniziato a costruire a fine Ottocento a metà degli anni venti del Novecento lo Stato Maggiore si era reso conto che era tecnicamente superato; come conseguenza si progetto una batteria in caverna su due piani dotata dotata di dieci casematte in calcestruzzo per cannoni da 149/35. Iniziò lo scavo a quota 3.099 di una galleria a ferro di cavallo, la galleria dell’ordine superiore, dalla quale avrebbero dovuto partire le cinque gallerie di accesso alle casematte. Il cantiere venne ben presto abbandonato, se ne ignora il motivo.
Cosi nel giugno del ’40 entrammo in guerra con un batteria di fine ottocento, sapendo che ormai era nel mirino dei francesi che da anni avevano pronte le coordinate di tiro sullo Chaberton (le torrette sporgevano di ben 2 metri sulla linea di cresta) ed aspettavano solo l’occasione di aprire il fuoco con quattro mortai Schneider da 280 mm divisi in due sezioni. Ricordiamo che lo Chaberton, dopo la distruzione delle prime sei torri, continuò a sparare all’impazzata su tutti i forti francesi perché non si capiva da dove arrivassero i colpi. I francesi continuarono a sparare sullo Chaberton il 22,23 e 24 giugno ma non riuscirono più a centrarlo. Memorabile è la relazione del sottotenente Miguet comandante della batteria mortai: “malgré les éclatements de plein fuet et dans des condizions certainement très dure, le Chaberton tire toujours”.
Questa mia non vuole essere un commento al l’interessante articolo che ho letto con attenzione ma una semplice testimonianza e ricordo di mio padre allora giovane uomo sul fronte francese al Moncenisio nell’artiglieria alpina in qualità’ di caporale maggiore e telegrafista nel gruppo del Capitano Ghia. Sfuggito da una rappresaglia fu partigiano combattente ferito in val di Lanzo a Lemie. E se non fosse stato per l’aiuto di una suora salesiana di nome Erminia, lui non avrebbe potuto vivere fino al 2006. Grazie