Una notte di violenza cieca.
Sei giovani, secondo la ricostruzione degli inquirenti, e un uomo rimasto solo davanti al suo camper. È qui che, tra il 18 e il 19 luglio, Nicola Musiani sarebbe stato aggredito e colpito con una ferocia devastante.
Nel gruppo figurerebbero Ragme Oussama, 22 anni, marocchino residente a Meldola; Long Finn Conor, 19 anni, di Faenza; Abir Houssam, 21 anni, marocchino residente a Forlì; e Mahboubi Bilal, 23 anni, di Forlì. Con loro ci sarebbero altri due giovani: uno avrebbe fatto perdere le proprie tracce, mentre il sesto sarebbe un ragazzo di appena 16 anni.
Sei nomi, sei volti, una notte che si trasforma in tragedia. È questa la pista seguita dagli investigatori per ricostruire l’aggressione e stabilire il ruolo avuto da ciascuno dei componenti della presunta banda.
I quattro arrestati — Oussama Ragme (22), Conor Finn Long (19), Houssam Abir (22) e Bilal Mahboubi (23) — sono attualmente in carcere con l’accusa di omicidio volontario in concorso, aggravato dai futili motivi. Non si tratta quindi, allo stato degli atti, di una semplice contestazione per lesioni o di omicidio preterintenzionale.
Secondo la ricostruzione degli investigatori riportata dal Corriere, il ruolo materiale ipotizzato sarebbe diverso per ciascuno:
- Oussama Ragme: gli investigatori gli attribuiscono le bottigliate alla testa che avrebbero provocato le lesioni mortali.
- Conor Finn Long: avrebbe guidato la Fiat Punto e avrebbe lanciato una bicicletta contro Musiani.
- Houssam Abir: avrebbe colpito Musiani con delle pietre.
- Bilal Mahboubi: sarebbe arrivato successivamente e avrebbe partecipato all’inseguimento e al pestaggio.
Questa è la ricostruzione accusatoria, non una sentenza: durante l’udienza di convalida, tre dei quattro hanno negato le accuse e Abir si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Quanto rischiano?
Per l’omicidio volontario, l’art. 575 del codice penale prevede una pena non inferiore a 21 anni di reclusione. L’aggravante dei motivi futili può aumentare la pena.
Quindi, se i quattro fossero riconosciuti colpevoli proprio del reato contestato, il rischio carcerario è molto elevato. Non è però corretto oggi dire che prenderanno necessariamente 21, 25 o 30 anni: la pena finale dipenderà, tra l’altro, dal riconoscimento o meno dell’aggravante, dalle eventuali attenuanti, dal concorso di persone, dal rito scelto e dalla valutazione individuale della condotta di ciascuno.
In particolare, non è necessario che tutti abbiano sferrato il colpo mortale per rispondere di omicidio in concorso: se viene provato un contributo consapevole e causalmente rilevante all’azione omicida, ciascun concorrente può rispondere del delitto. Ma il giudice dovrà accertare concretamente il contributo e l’elemento soggettivo di ognuno.
E il sedicenne?
Qui la situazione è diversa. Il 16enne non è tra i quattro arrestati: il suo fascicolo è stato trasmesso alla Procura presso il Tribunale per i minorenni di Bologna. Secondo gli investigatori sarebbe stato lui a provocare il primo diverbio con Musiani, apostrofandolo come «tossico», e avrebbe poi nuovamente interagito con la vittima prima dell’arrivo degli altri.
Se però venisse accusato e riconosciuto responsabile di omicidio volontario, il fatto che avesse 16 anni al momento del delitto comporterebbe l’applicazione della disciplina penale minorile, con una significativa riduzione della pena rispetto a un adulto e un sistema sanzionatorio specifico.
E il quinto maggiorenne?
Gli investigatori stanno ancora cercando un quinto maggiorenne, che potrebbe avere partecipato al pestaggio. Anche qui, quindi, non c’è ancora una pena da quantificare: prima occorre stabilire chi sia, quale sia stato il suo ruolo e quale imputazione verrà eventualmente formulata.
In sintesi: oggi la posizione più grave e formalizzata riguarda i quattro maggiorenni, tutti accusati di omicidio volontario in concorso aggravato dai futili motivi. Il processo dovrà poi stabilire se l’accusa è provata e quale responsabilità individuale abbia avuto ciascuno.
