Dell’antifascismo chiliastico ho parlato diffusamente in uno dei miei primi articoli che non a caso si intitolava “Pars Destruens”, nel quale svisceravo i reali fondamenti alla base di questo movimento che sono in realtà totalmente svincolati dalla lotta contro il suo defunto opposto storico. Essendo un fenomeno assoluto, sciolto dalle contingenze – ma profondamente immerso in esse a livello strategico – si ritrova a essere il braccio armato del mitoidealismo radicale, allontanandosi sempre di più dall’aspetto politico, per somigliare a una “eresia” – la ricerca di un alterverso possibile qui e ora – cripto religiosa, con una prassi riconducibile a un unico orizzonte ideologico, quello del nichilismo armato, al modo della necaevscina, il catechismo anarco-rivoluzionario del russo Gennadj Necaev, un terrorista per l’appunto, condannato al carcere a vita e morto nella fortezza sanpietroburghese di Pietro e Paolo, esattamente nella parte più profonda e oscura di essa: il rivellino di Alessio. Veri e propri zeloti del catechismo rivoluzionario, gli antifascisti chiuliastici si prefiggono la distruzione dell’esistente senza preoccuparsi di edificare nulla, qualsiasi organizzazione della polis con le sue strutture convenzionali è il nemico, qualsiasi identità è il nemico, qualsiasi religione è il nemico, tutto ciò che limita le scelte dell’individuo – pensato come assoluto – è il nemico. Le considerazioni di merito rispetto alla strategia rivoluzionaria fanno parte delle situazioni contingenti, sfruttamento del lavoro, immigrazione, lotta per il controllo delle regole del linguaggio generale, anti imperialismo e terzomondismo come strategia di lotta internazionale, infiltrazione dei movimenti pacifisti per piegarli, attraverso le parole d’ordine della scolastica antifascista, ai propri obiettivi politici, occupazione degli spazi di studio e formazione.
In questa ottica le manifestazioni di questi giorni sul tema della Palestina, sono apparse fin da subito strumentali, una strumentalizzazione che si è palesata su livelli molteplici.
I sindacati ne hanno approfittato per tentare di dimostrare che non sono quei cadaveri ambulanti in putrefazione che gli italiani si trovano davanti ogni volta che ci sono problemi di rinnovo dei contratti o licenziamenti improvvisi per cessata attività industriale; uno sciopero politico scaccia via i brutti pensieri e non ti impegna più di tanto, un po’ come il buon caro Vietnam negli anni d’oro, sembra quasi di sentirli: “eh ce ne fossero oggi di battaglie come quella”, poi si sa, la politica industriale ed economica è roba che non gli compete più da un bel pezzo; non si capisce allora che esistono a fare, forse per finanziare il baraccone di piccoli burocrati fancazzisti e corrotti che si portano dietro, per spellare via caf il loro speciale parco buoi: i pensionati.
Il PD invece non si è fatta sfuggire l’occasione di buttarla in politica interna e provare a colpire – ma è come sparare sulla croce rossa – un governo che appare colpevole di tutto, dall’assassinio di Abele allo sterminio degli indios e degli indiani d’America, passando per il colonialismo e, non può mancare, i drammi del secondo conflitto, poi giù dritti fino a Gaza. In tutto ciò, entrambi questi corpi morti, sindacato e partito, non si sono accorti della subdola manipolazione a cui sono stati sottoposti a loro volta dall’Antifascismo chiliastico, che lungi dall’essere ridotto ai giovani cretini che nei cortei sventolano la bandiera palestinese non sapendo neanche dove è la Palestina, è un movimento internazionale sempre più orientato alla guerriglia e al terrorismo, che ha ormai gettato la maschera marxista che si era messo negli anni sessanta e settanta del secolo scorso.
Il movimento antifascista è sempre stato contro Israele fin dalla sua nascita, politicamente parlando dal loro punto di vista esso non è che uno stato fantoccio del capitalismo, creato per controllare il medio oriente, il canale di Suez e spezzare l’unità araba.
In una ottica terzomondista e anti imperialista è chiaro che l’idea centrale sia l’annientamento di Israele e se nel secolo scorso ne conseguiva un atteggiamento anti-sionista, oggi detto atteggiamento, senza quelle superfetazioni da fronte popolare, diviene palesemente – non uso qui il termine antisemita perché nasce da un equivoco e se ne trascina dietro molti altri – anti-ebraico perché fondamentalmente anti identitario.
Israele deve cadere e l’identità ebraica sciogliersi, come le altre in quel distorto processo di universalizzazione livellante che va sotto il nome subdolo di “umanitarizzazione”; alcuni ebrei, gli internazionali, pensano che sia un modo per raggiungere la perfezione umana, una forma particolare di tikkun olam, il che spiega la forza dell’ebraismo antisionista negli USA, dove il tasso di assimilazione è amplissimo. L’Antifascismo ritiene di poter esercitare su Israele la stessa pressione che portò allo scardinamento del Sud Africa e successivamente all’annientamento della componente Afrikaner e Boera; anche il Sud Africa – e la Rhodesia – furono attaccati in modo continuativo dalle guerriglie finanziate dal blocco sovietico e dagli antifascisti europei e americani, anche in periodi in cui le riforme interne stavano portando queste nazioni a fuoriuscire dai tristi discorsi dell’apartheid. Riforme che però non dovevano funzionare, perché l’antifascismo non mirava a un nuovo assetto politico tra le varie comunità, ma all’annientamento totale della componente occidentale presente in quei territori, che poi la Rhodesia o il Sud Africa siano finiti in mano a guerriglieri corrotti e tribali e siano divenute da medie potenze economiche e tecnologiche, degli stati falliti erosi dalla crisi economica e dalla violenza criminale o dal razzismo inverso, questo è secondario. Per Israele l’antifascismo presenta la stessa ricetta, che solitamente si riassume in almeno due posizioni: la prima è “due popoli uno stato”. Andava molto di moda negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, almeno fino a Camp David e alla realtiva proposta sui due stati; era la foglia di fico che in quegli anni serviva a legittimare il terrorismo palestinese – mi perdonerete se non uso il termine resistenza – e le continue aggressioni militari dei vicini arabi a Israele, condite dalle invettive della Lega araba contro l’esistenza dello stato ebraico, pochi ricordano il famoso “ributtiamoli a mare” di Nasser.
Dal punto di vista antifascista era una proposta sensata, perché sottendeva – ed è per questo che veniva politicamente spinta – che attraverso la crescita demografica degli arabi gli ebrei, più occidentali, si sarebbero trovati in minoranza e se avessero alzato la testa sarebbero stati sconfitti dai numeri; quindi potevano restare e relativizzarsi come comunità, oppure scegliere se emigrare di nuovo o morire combattendo per non finire come qualsiasi comunità ebraica in medio oriente, a metà strada tra l’ospite scomodo e l’ostaggio. La seconda proposta antifascista non passa comunque per Camp David, perché quella, agli occhi degli antifascisti, da un lato legittima la presenza ebraica in Palestina, dall’altro rende i palestinesi finalmente responsabili della propria autodeterminazione e li fa uscire da quella inferiorità identitaria, rilevata già dal mediatore ONU Folke Bernadotte nel 1948, che li rende ancora oggi strumenti delle politiche anti-israeliane delle nazioni e delle fazioni arabe. Alla fine quindi, si torna al piano iniziale che era – ieri come oggi – l’espulsione del popolo ebraico dalla Palestina, con o senza il loro massacro è cosa irrilevante, come lo fu a suo tempo per i rhodesiani bianchi o lo è per i boeri sudafricani oggi; con le buone o con le cattive nella mente antifascista Israele deve cessare di esistere, ecco perché durante i pesanti bombardamenti iraniani su di essa, nei social, si respirava un clima strano, quasi di entusiasmo, ed era proprio quel mondo a entusiasmarsi.
Non so se tutti quelli che cantano “Palestina libera dal fiume fino al mare” si rendano conto che stanno inneggiando allo sterminio di un popolo intero; forse in un’epoca il cui l’imbecille soggettivo la fa da padrone ovunque, non dovremmo stupirci, però resta una cosa di una gravità pesante, che segna un punto di non ritorno per l’occidente tutto, perché anticipa la sua caduta, partendo dallo sfaldamento delle norme più elementari di convivenza sociale e civile. La cosa peggiore è vedere la politica europea – gli USA fanno testo a se – assecondare l’onda nella speranza di poterla cavalcare per restare un attimo di più a occupare quel potere fine a se stesso, che non vive e non usa.
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Domani 8 Novembre la seconda e ultima parte
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