Il dio degli stracci
Un racconto di Anna Di Marco
Come ogni venerdì, Antonio, Josef e Pietro erano seduti al solito tavolino, nel solito bar, davanti al solito cocktail, quello che il barista aveva chiamato, con una certa presunzione, Lo Stravagante. Anche Margherita era con loro, la filosofia da bar la incuriosiva, la divertiva, ma soprattutto trovava spunti per educare i suoi allievi.
I quattro, all’unisono giocherellavano con i bicchieri, facendo girare lentamente il ghiaccio, mentre intorno a loro la piccola compagnia degli avventori si era già formata.
C’erano quelli che parlavano di calcio, quelli che discutevano di politica, quelli che raccontavano per l’ennesima volta la stessa storia.
Antonio ascoltava.
Ogni tanto sorrideva.
Poi, come sempre, arrivava il momento in cui posava il bicchiere sul tavolo e diceva:
«Ve ne racconto una.»
Josef e Pietro si guardavano.
Conoscevano bene quel tono.
Quando Antonio diceva “ve ne racconto una”, significava che, per qualche minuto, il bar sarebbe scomparso e al suo posto sarebbe comparso un altro mondo.
Antonio prese un sorso del suo cocktail.
«Questa volta», disse, «vi voglio parlare di una donna.»
Fece una pausa.
«Una donna che nessuno conosceva.»
C’era una volta una donna anziana che abitava in un piccolo appartamento di una grande città.
Nel quartiere tutti la conoscevano.
Ma nessuno conosceva il suo nome.
Per tutti era semplicemente la Straccivendola.
Non vendeva stracci. Li cercava, li chiedeva, li raccoglieva.
Passava dalle case e domandava vecchie camicie, magliette che non si usavano più, strofinacci consumati, pezzi di stoffa, vestiti ormai troppo vecchi per essere indossati.
«Se non vi servono più, li prendo io.»
E quasi sempre qualcuno glieli dava.
La gente non si chiedeva cosa ne facesse. Forse pensava che li vendesse. Forse che li usasse per pulire. Forse che non avesse abbastanza soldi per comprarne di nuovi.
Nessuno aveva particolare interesse a saperlo.
La Straccivendola era una presenza discreta. Una di quelle persone che abitano accanto a noi per anni e che, nonostante questo, rimangono sconosciute.
Viveva con una piccola pensione sociale. Non aveva molto.
Aveva però una cosa che nessuno sembrava avere: il tempo.
E quel tempo lo riempiva con il lavoro delle sue mani.
Quando tornava a casa con i sacchetti pieni di stracci, li svuotava sul pavimento.
Li osservava, li toccava, li accarezzava.
Poi cominciava.
Da un pezzo di stoffa nasceva un orecchio.
Da un altro, una coda.
Da un vecchio bottone nasceva un occhio.
Da una manica consumata nasceva un vestito.
E lentamente, quasi per magia, dagli scarti della vita cominciavano ad apparire altre vite.
Bambole, animali, alberi, case, villaggi, presepi, interi paesaggi.
La casa della Straccivendola diventava ogni giorno più grande, anche se le sue stanze rimanevano sempre le stesse.
Forse era il mondo a diventare più grande.
O forse era lei che aveva imparato a guardarlo diversamente.
Ogni tanto usciva e si sedeva su una panchina della villetta vicino a casa.
Era una donna anziana, vestita con abiti fuori moda, abiti di altri tempi, ma era sempre pulita, ordinata e profumava di sapone.
Si muoveva lentamente, con una delicatezza che sembrava appartenere a un’altra epoca.
Quando qualcuno arrivava con un sacchetto di stracci, lei sorrideva.
Lo prendeva con entrambe le mani.
E quel sorriso era strano.
Sembrava il sorriso di chi riceve un regalo prezioso.
Come se dentro quei sacchetti non ci fossero vecchie magliette e strofinacci, ma oro.
Poi tornava a casa.
E ricominciava.
Per giorni, per settimane, nessuno la vedeva.
La sua porta rimaneva chiusa.
Dentro, soltanto il rumore delle forbici, dell’ago e del filo.
Poi, quando gli stracci finivano, la vecchia riappariva.
Tornava alla panchina.
E il ciclo ricominciava.
Così passavano gli anni.
Nessuno si accorse veramente di lei.
Fino al giorno in cui non tornò più.
All’inizio nessuno ci fece caso.
Poi qualcuno cominciò a domandarsi:
«Ma la Straccivendola? Che fine ha fatto?»
Nessuno sapeva rispondere.
Passarono giorni.
Poi settimane.
Poi mesi.
La cassetta della posta cominciò a riempirsi.
Bollette.
Soprattutto bollette della luce.
Un condomino, preoccupato, decise finalmente di bussare alla sua porta.
Bussò.
Silenzio.
Bussò ancora.
Nulla.
Poi sentì un piccolo rumore.
La porta si mosse.
Si aprì lentamente.
L’uomo rimase fermo sulla soglia.
Non aveva mai visto niente di simile.
Entrò.
E smise quasi di respirare.
Sulla destra del grande ingresso c’era un bosco.
Non un disegno.
Non una fotografia.
Un bosco.
Alberi di stoffa, tronchi intrecciati, foglie cucite una a una.
C’era un sottobosco fitto di felci.
E tra le felci scorreva un fiume.
Il fiume arrivava fino a un piccolo lago.
Nel bosco c’erano animali.
Uno scoiattolo.
Un coniglietto.
Una volpe.
Un lupo.
Tra i rami degli alberi riposavano uccelli dai colori incredibili.
Sul fiume nuotavano piccoli pesci.
Accanto al lago c’erano delle rane.
L’uomo avanzò lentamente.
Sulla sinistra del salone, attaccato al bosco, c’era un villaggio.
Anche il villaggio era fatto di stracci.
C’erano piccole case con i tetti spioventi, comignoli, finestre e porte.
Una bottega del pane.
Un alimentari.
Un negozio di scarpe.
Qualche bicicletta appoggiata ai muri.
Un cagnolino camminava lungo una strada.
Alle finestre erano stesi piccoli panni.
Era un villaggio che sembrava aspettare soltanto che qualcuno vi entrasse.
L’uomo continuò a camminare.
Nella stanza successiva riconobbe qualcosa.
La villetta.
La panchina.
Gli alberi.
I lampioni.
I colombi che beccavano le briciole.
La stessa villetta dove la Straccivendola sedeva ogni volta che aspettava gli stracci.
Ma lì dentro tutto sembrava più vero.
Più vivo.
Come se la vecchia non avesse ricostruito la villetta.
Come se l’avesse ricordata.
Poi aprì un’altra porta.
E rimase ancora una volta senza parole.
C’erano centinaia di bambole.
Forse mille.
Bambole di pezza.
Uomini.
Donne.
Vecchi.
Bambini.
Alcuni vestiti elegantemente.
Altri con abiti semplici.
Nessuno era uguale all’altro.
L’uomo ebbe una sensazione strana.
Gli sembrò che quelle bambole lo stessero guardando.
Come se ognuna avesse una storia.
Come se ognuna aspettasse qualcuno disposto ad ascoltarla.
La porta del bagno era chiusa.
Anche quella della camera da letto.
L’uomo chiamò:
«Signora?»
Nessuna risposta.
Bussò.
Aprì.
Tutto era pulito.
Pulito e profumato.
Ma lei non c’era.
Non c’era un corpo.
Non c’era un letto disfatto.
Non c’era una fotografia.
Nemmeno una fotografia.
L’uomo pensò che forse fosse partita.
Forse qualche parente era venuto a prenderla.
Forse l’avevano portata via.
Improvvisamente si vergognò di essere entrato.
Si sentì un intruso.
Un invasore.
Stava per uscire quando vide qualcosa.
Vicino alla porta d’ingresso c’era un leggio.
Sul leggio riposava un grande libro.
Aveva una copertina spessa, decorata con disegni dorati.
Anche i bordi delle pagine erano dorati.
Il libro era aperto.
L’uomo si avvicinò.
In cima alla pagina c’erano poche righe.
Cominciò a leggere.
Se qualcuno legge queste parole, significa che non ci sono più. Ho compiuto il mio tempo. Di seguito lascio le mie disposizioni.
L’uomo si fermò.
Poi continuò.
Testamento
Io, conosciuta da tutti come la Straccivendola, desidero che tutto ciò che possiedo venga lasciato a chiunque desideri imparare, a chiunque desideri cercare, a chiunque desideri incontrare dentro di sé EROS.
Non parlo soltanto dell’amore.
Parlo di quel piccolo grande dio della ricerca, del desiderio, del piacere, della curiosità, della spinta che ci porta verso qualcosa che ancora non conosciamo.
EROS è la forza che ci fa uscire da noi stessi per andare verso l’alto e poi ritornare dentro di noi.
È ciò che permette al SÉ di andare nell’IN e di tornare nell’IN SÉ, arricchendoci e, perché no, divertendoci.
EROS mi ha tenuto compagnia negli anni in cui gli affetti umani sono mancati.
Quando ero sola, lui era con me.
Quando nessuno bussava alla mia porta, lui mi suggeriva di aprire una finestra.
Quando il mondo mi sembrava avermi dimenticata, lui mi ricordava che avevo ancora qualcosa da cercare.
Mi ha dato la felicità necessaria per vivere con dignità.
Mi ha spinta a creare.
Mi ha insegnato che niente è completamente perduto.
Neppure uno straccio.
Perché uno straccio è soltanto ciò che qualcuno ha smesso di vedere.
Io prendevo ciò che gli altri buttavano via.
E lo guardavo ancora.
Guardavo meglio.
Cercavo quello che poteva diventare.
E così ho scoperto che gli stracci della vita sono come quelli che ricevevo dalle persone.
Vecchi. Consumati. Macchiati. Abbandonati. Sono i mali. Le delusioni. Le perdite. Le solitudini.
Gli errori. Le cose che non siamo riusciti a salvare. Le scorie della vita.
Ma forse anche loro possono essere trasformati.
Io non ho fatto altro che sollevare in alto l’IN SÉ che EROS mi ha permesso di vedere.
Ho cercato, dentro ciò che sembrava inutile, ciò che ancora poteva nascere.
E allora gli stracci non sono stati più stracci.
Sono diventati alberi. Animali. Case. Villaggi. Bambini. Vecchi. Persone.
Sono diventati storie. Sono diventati vita.
Per questo lascio tutto a chiunque abbia ancora voglia di cercare.
A chiunque non si sia rassegnato a vedere soltanto ciò che appare.
A chiunque sappia che, qualche volta, bisogna guardare sotto la superficie.
Perché EROS e l’IN SÉ possono essere compagni di vita.
Possono portarci lontano dal male, dalla solitudine e dall’abbandono.
Ma soprattutto possono ricordarci una cosa:
che dentro ciò che abbiamo smesso di amare potrebbe esserci ancora qualcosa capace di nascere.
L’uomo rimase a lungo davanti a quelle parole.
Poi richiuse lentamente il libro.
Guardò ancora una volta il bosco.
Il villaggio.
Le bambole.
E per la prima volta si accorse di qualcosa.
Tra tutte quelle figure non ce n’era una che rappresentasse la Straccivendola.
Era come se la vecchia avesse costruito ogni cosa tranne se stessa.
O forse no.
Forse si era nascosta dappertutto. Negli alberi. Nel fiume. Nelle case. Negli animali. Nei volti delle bambole.
Forse la Straccivendola non aveva lasciato una statua di sé.
Aveva lasciato il proprio modo di guardare il mondo.
L’uomo uscì dalla casa e chiuse lentamente la porta.
Non raccontò a nessuno quello che aveva visto.
Non seppe mai spiegare perché.
Forse temeva che, raccontandolo, tutto sarebbe diventato meno vero.
Oppure aveva capito che alcune storie non devono essere raccontate.
Devono essere continuate.
Antonio smise di parlare.
Per qualche secondo nessuno disse nulla.
Josef guardava il bicchiere.
Pietro aveva smesso perfino di giocherellare con il ghiaccio.
Dal bancone arrivavano i rumori abituali del bar.
Josef fu il primo a parlare.
«E la vecchia?»
Antonio sorrise.
«Quale vecchia?»
«La Straccivendola.»
Antonio rimase in silenzio per qualche istante.
Poi sollevò il bicchiere.
«Forse non è mai esistita.»
Pietro lo guardò.
«E allora perché ce l’hai raccontata?»
Antonio bevve un sorso.
«Perché forse la Straccivendola non era una donna.»
«E cos’era?»
Antonio guardò i due amici.
«Forse era quella parte di noi che continua a cercare qualcosa anche quando tutti gli altri hanno smesso di cercare.»
Nessuno rispose.
Fuori era già buio.
Margherita appoggiò il bicchiere sul tavolo.
Poi disse:
«E forse gli stracci che raccoglieva non erano quelli degli altri.»
Josef aggrottò la fronte.
«E di chi erano?»
Antonio sorrise.
«I nostri.»
Per qualche istante nessuno dei quattro parlò.
Quella sera, tornando a casa, ognuno cercò gli stracci della propria vita.
Gli errori commessi.
Una persona abbandonata.
Uno sgarbo fatto a qualcuno.
Una parola di troppo.
Un sorriso non donato.
Piccole cose.
Scarti.
Stracci.
E forse, per la prima volta, si chiesero tutti la stessa cosa:
«E se anche da questi stracci potesse ancora nascere qualcosa?»
Forse non era necessario trovare subito una risposta.
Forse bastava continuare a cercare.
Perché EROS, in fondo, non prometteva di salvarci dal dolore.
Non prometteva di restituirci ciò che avevamo perduto, né di cancellare gli errori, le solitudini, le ferite.
Faceva qualcosa di più semplice.
E forse di più importante.
Ci insegnava a guardare ancora.
A tornare là dove avevamo smesso di guardare.
A raccogliere ciò che avevamo lasciato cadere.
A prendere in mano uno straccio della nostra vita, girarlo, osservarlo dall’altra parte e domandarci:
«Che cosa potresti ancora diventare?»
Forse era questo il segreto della Straccivendola.
Non trasformava gli stracci.
Trasformava lo sguardo con cui li guardava.
E forse, alla fine, era proprio questo che EROS chiedeva.
Non di amare tutto.
Non di dimenticare il dolore.
Non di fingere che le perdite non fossero perdite.
Soltanto di non pronunciare troppo presto la parola fine.
Perché ciò che abbiamo perduto può rimanere perduto.
Una persona può non tornare.
Un errore può non essere cancellato.
Un amore può finire.
Una ferita può lasciare una cicatrice.
Ma anche una cicatrice, se la si guarda abbastanza a lungo, racconta qualcosa.
Racconta che siamo stati feriti.
E che, nonostante questo, siamo ancora qui.
Forse l’IN SÉ è proprio quel luogo nel quale ciò che ci è accaduto non scompare, ma cambia posizione.
Il dolore non viene cancellato.
Viene accolto.
Il ricordo non viene distrutto.
Viene trasformato.
L’errore non diventa giusto.
Diventa esperienza.
La solitudine non diventa compagnia.
Diventa uno spazio nel quale possiamo finalmente ascoltarci.
E così un giorno può accadere che il bosco nasca dal dolore, che il villaggio nasca dalla solitudine, che una storia nasca da un errore, che qualcosa di nuovo trovi spazio proprio là dove credevamo non fosse rimasto più nulla.
Quella notte Antonio, Josef e Pietro tornarono a casa senza più parlare della storia.
Ma il giorno dopo accadde una cosa strana.
Josef raccolse da terra una vecchia fotografia che aveva conservato per anni e che non aveva mai avuto il coraggio di riguardare.
La pulì con la manica.
Poi la guardò.
Pietro telefonò a una persona con cui non parlava da tempo.
Antonio, invece, rimase seduto per un’ora davanti a un cassetto pieno di cose inutili.
Lo aprì.
Guardò.
Richiuse.
Poi lo riaprì.
E cominciò a cercare.
Nessuno di loro seppe mai dire esattamente che cosa stesse cercando.
Forse un ricordo.
Forse un perdono.
Forse una parte di sé.
O forse soltanto qualcosa che non aveva ancora imparato a vedere.
Da qualche parte, intanto, un vecchio filo attraversava un pezzo di stoffa.
Un punto.
Poi un altro.
E un altro ancora.
Forse la Straccivendola continuava a cucire.
O forse era soltanto il vento che muoveva una tenda.
Non importa.
Perché a volte una storia finisce proprio quando comincia a vivere dentro chi l’ha ascoltata.
EROS non prometteva di salvarci dal dolore.
Non prometteva di restituirci ciò che avevamo perduto.
Non prometteva nemmeno che ogni straccio sarebbe diventato un fiore.
Prometteva soltanto una cosa.
La possibilità di guardare ancora.
E forse era già molto.
Perché guardare ancora significa non essere completamente rassegnati.
Significa lasciare una piccola porta aperta.
Significa permettere a qualcosa che non conosciamo ancora di venire verso di noi.
E poi tornare.
Tornare dentro di noi.
Nell’IN SÉ.
Un poco più ricchi.
Un poco più stanchi, forse.
Ma anche un poco più vivi.
Forse è questo il movimento segreto di EROS.
Uscire.
Cercare.
Desiderare.
Perdersi.
Trovare.
E poi tornare.
Come chi entra in un bosco senza sapere cosa troverà e ne esce portando con sé qualcosa che prima non possedeva.
Non necessariamente una risposta.
A volte basta una domanda nuova.
Che cosa potresti ancora diventare?
Forse è questa la domanda che la Straccivendola ha lasciato al mondo.
Non una risposta.
Non una dottrina.
Non una promessa.
Una domanda.
Perché niente è veramente inutile finché qualcuno è disposto a guardarlo ancora.
E forse, da qualche parte, in una piccola casa piena di alberi di stoffa, villaggi, animali e mille volti senza nome, una vecchia continua a cucire.
Non per creare un altro mondo.
Ma per ricordare al nostro che ogni cosa, anche quella che abbiamo gettato via, può ancora raccontarci qualcosa.
Di noi.
Del nostro dolore.
Del nostro desiderio.
Della nostra possibilità di ricominciare.
Basta avere il coraggio di raccoglierla.
Di tenerla tra le mani.
Di guardarla.
Ancora.
E forse, proprio in quell’istante, mentre crediamo di avere trovato soltanto uno straccio, qualcuno dentro di noi sta già cominciando a cucire.
EROS.
Il dio degli stracci.
