Un racconto di Anna Di Marco
Un altro venerdì, un altro incontro al solito bar.
«Ragazzi, Coca-Cola?» chiese il barista, come se li stesse aspettando.
«Ma quale Coca-Cola!» protestò Pietro. «Senza il nostro cocktail stravagante come possiamo fare filosofia da bar?»
Il barista sorrise e si mise all’opera. Preparò quella magica bevanda che ormai era diventata il rito del venerdì per i quattro amici: Antonio, Josef, Pietro e Margherita.
Gli avventori del bar, ormai incuriositi, cominciarono a fare capannello intorno a loro. Sapevano che, dopo il primo sorso, sarebbe iniziata la consueta discussione: la vita, il tempo, la vecchiaia, la morte. Insomma, la solita filosofia da bar degli Stravaganti.
Antonio, quel venerdì, sembrava particolarmente pensieroso.
«Il tempo passa troppo velocemente alla nostra età. E più passa, più tutto sembra diventare un grande crepuscolo.»
Fece una pausa e aggiunse:
«Joseph Joubert diceva che il crepuscolo della vita porta con sé la sua lampada. Bella frase. Peccato che io abbia l’impressione che la mia lampada abbia le batterie scariche.»
Margherita, che ormai era diventata a tutti gli effetti una degli Stravaganti, sorrise.
«La tua lampada funziona, Antonio. Il problema è che continui a usarla per illuminare il passato. Dovresti usarla per illuminare il presente. Noi non siamo al buio. Stiamo semplicemente raccogliendo i frutti di ciò che abbiamo compreso della vita.»
Bevve un sorso e continuò:
«C’è un proverbio che mi piace molto: la vecchiaia è un universo per gli ignoranti, ma è tempo di raccolta per i saggi.»
«Bellissima immagine!» incalzò Antonio. «Peccato che nel nostro raccolto ci siano anche tasse, colesterolo, dolori alle ossa e visite mediche. Altro che raccolta per i saggi! A me sembra un naufragio. Le scialuppe di salvataggio sono distrutte, le illusioni si perdono e noi cadiamo pezzo dopo pezzo, come le foglie in autunno.»
«E perché mai l’autunno dovrebbe essere una disgrazia?» intervenne Josef. «Ha una dignità estetica immensa. I colori, la luce, le foglie…»
«Le foglie che cadono!» precisò Pietro.
«Anche quelle. E poi Cicerone diceva che le grandi cose non si fanno con la forza, l’agilità o la velocità del corpo, ma con il senno, l’autorità e il pensiero.»
Josef si accalorò.
«Nella maturità c’è una bellezza che la giovinezza non può comprendere. I giovani hanno la forza; noi abbiamo la prospettiva.»
Pietro lo guardò serio.
«Sì, come no. Abbiamo la prospettiva per guardare i cantieri stradali e criticare quelli che asfaltano le strade.»
Una risata generale sciolse per qualche secondo la gravità della conversazione.
Josef, però, non si arrese.
«C’è una massima che dice che la vecchiaia è come la sera: ci si avvicina con un certo timore, ma quando ci si è dentro si scopre che ha le sue stelle.»
Si fermò e guardò gli amici.
«Forse dobbiamo imparare a guardare in alto invece di fissare i buchi sullo scafo della nave.»
Pietro sollevò il bicchiere.
«Va bene, filosofi da bar. Accettiamo questo autunno. La vecchiaia è come un buon vino: più invecchia, più diventa pregiato. A patto che non diventi aceto.»
Margherita intervenne:
«La vecchiaia non è la fine del viaggio. È soltanto il momento in cui il rumore del mondo si placa e ci permette finalmente di ascoltare il mare.»
Pietro la guardò.
«Romanticismo a tutto spiano!»
Poi alzò il bicchiere.
«Va bene. Allora brindiamo alle nostre rughe, che sono i sentieri che abbiamo percorso per arrivare fin qui.»
Ma non tutti accettano la vecchiaia con tanta serenità.
I sentieri sul viso, infatti, non tutti vogliono mostrarli. Non per nulla esiste la chirurgia estetica, che promette di conservare, almeno apparentemente, un viso fresco e giovane. Si rifà la fronte, si tira il viso, si rifà il décolleté, si possono persino avere seni nuovi di zecca.
«Ma l’interno?» domandò Antonio.
«Quello chi lo rifà?»
E cominciò a elencare:
«L’usura del fegato. L’usura del cuore. L’usura dell’apparato digerente, a cominciare dalla bocca. Puoi fare e rifare quanto vuoi, ma il tempo non lo fermi.»
Per qualche secondo nessuno parlò.
La vecchiaia è anche questo: un lento declino biologico. Si perdono neuroni, il corpo si indebolisce, i movimenti diventano più lenti. E allora quale saggezza? Forse abbiamo raccontato a noi stessi una bella favola per rendere più accettabile ciò che inevitabilmente accade.
La cultura contemporanea, ossessionata da una giovinezza indefinita e artificiale, sembra non voler vedere questo lato della realtà.
Eppure la qualità della vita non si misura soltanto nella quantità di tempo che ci resta, ma nell’intensità di ciò che proviamo e sentiamo, istante dopo istante.
«La vecchiaia non ha vantaggi», disse Antonio. «Diciamocelo chiaramente.»
Josef scosse la testa.
«Cicerone non sarebbe d’accordo. Per lui la vecchiaia non è un male, ma una fase naturale della vita. Può diventare un periodo sereno se ci si è preparati a viverlo con virtù.»
«E con una buona pensione», aggiunse Pietro.
Risero.
Josef continuò:
«Le forze fisiche diminuiscono, questo è vero. Ma le attività intellettuali, il carattere, l’esperienza possono acquistare un valore e un peso superiore. I vecchi possono guidare una comunità con il consiglio e l’autorevolezza. Bisogna lottare contro i difetti della vecchiaia, mantenere in esercizio il corpo e la mente. E anche la morte può essere considerata un traguardo naturale e sereno per chi ha vissuto in modo pieno e onorevole.»
Antonio rimase in silenzio.
Poi disse:
«L’uomo è come un fiume.»
I tre amici lo guardarono.
«Finalmente qualcosa di poetico», commentò Margherita.
Antonio continuò:
«Il fiume esce dalla sorgente come un fiotto d’acqua, si costruisce un letto, attraversa terreni scoscesi, rapide e cascate. Poi, lentamente, arriva al suo delta, prima di entrare nel mare.»
Fece una pausa.
«È lo scorrere della vita. La vecchiaia è il delta del fiume. Il letto diventa pianeggiante, l’acqua rallenta, sembra quasi ferma. E poi, improvvisamente, il fiume non esiste più. C’è il mare.»
Questa volta nessuno rise.
Il bar sembrò farsi più silenzioso.
Fu Pietro a rompere il silenzio.
«Eccoci arrivati al mare. Bella immagine, Antonio. Ma il problema è che noi, prima del mare, dobbiamo ancora pagare le bollette.»
Una risata liberatoria attraversò il tavolo.
Margherita sorrise.
«Forse è proprio questo il punto. Siamo così preoccupati di arrivare al mare che dimentichiamo di guardare il fiume mentre scorre.»
Josef annuì.
«I vecchi sono fragili, deboli, lenti. Possono fare tenerezza, possono suscitare pietà, possono essere presi in considerazione, oppure possono diventare un peso.»
«E possono anche essere esclusi», aggiunse Margherita.
«Certo. E la perdita di neuroni e la difficoltà di seguire il ritmo vertiginoso del progresso tecnologico possono renderli ancora più vulnerabili. Il mondo corre sempre più veloce e chi rallenta rischia di essere lasciato indietro.»
Antonio guardò il proprio bicchiere.
«Allora forse la domanda non è se la vecchiaia sia bella o brutta.»
«E quale sarebbe?» chiese Pietro.
Antonio sollevò gli occhi.
«La domanda è: che cosa facciamo quando il mondo comincia a correre più veloce di noi?»
Nessuno rispose subito.
La domanda rimase sospesa nell’aria, insieme al profumo del cocktail e al rumore sommesso dei bicchieri.
Gli avventori, che fino a quel momento avevano ascoltato la discussione quasi come si assiste a uno spettacolo, cominciarono lentamente a uscire dal bar.
Ma quella sera non uscivano soltanto con il cappotto sulle spalle.
Portavano con sé le parole ascoltate.
Un uomo anziano, prima di attraversare la porta, si fermò e guardò Antonio, poi gli altri tre.
«Forse non è poi così male rallentare», disse.
Nessuno gli rispose. Non ce n’era bisogno.
Fuori, la sera era ormai scesa sulla strada. Gli avventori si dispersero lentamente, ciascuno diretto verso casa, verso le proprie abitudini, le proprie solitudini, i propri ricordi.
Qualcuno camminava pensando agli anni trascorsi.
Qualcuno a quelli che ancora restavano.
Qualcuno, invece, alzò semplicemente gli occhi verso il cielo.
La prima stella era già comparsa.
E forse fu proprio allora che la domanda di Antonio trovò, se non una risposta, almeno una direzione.
Quando il mondo corre più veloce di noi, forse non dobbiamo necessariamente correre anche noi.
Possiamo rallentare.
Possiamo guardare meglio.
Possiamo accorgerci delle cose che, correndo, non avevamo mai visto.
Le rughe, allora, non sono soltanto i segni del tempo che passa. Sono la mappa del viaggio che abbiamo compiuto.
E le stelle?
Le stelle sono ciò che continuiamo a cercare quando, finalmente, abbiamo imparato ad alzare gli occhi.
Nel bar, intanto, i quattro amici erano ancora seduti al loro tavolo.
Il barista si avvicinò per ritirare i bicchieri.
«Allora, chiudiamo?»
Pietro guardò gli amici.
«Finché il fiume scorre…»
«…bisogna bere», concluse Josef.
Margherita rise.
Antonio sollevò il bicchiere ormai vuoto.
«E finché ci sono le stelle, bisogna guardarle.»
Il barista sorrise e spense le ultime luci.
Fuori era ormai notte.
Ma, nel cielo, le stelle erano accese.
Immagine da ChatGPT

È vero il proverbio : “la vecchiaia è un universo per gli ignoranti, ma è tempo di raccolta per i saggi.”Le rughe, il tempo che scorre, l’età matura che incessantemente si manifesta con i suoi segnali, sono caratteristiche del genere umano. Le stelle che brillano nel cielo, ci accompagnano nel nostro percorso di vita che come un fiume in piena, nel suo letto, arriva alla foce.
Il firmamento lo apprezziamo solo alzando gli occhi così come apprezziamo la nostra vita quando ci doniamo agli altri, comprendiamo e viviamo in modo pieno sapendo godere di ogni piccola cosa che i giorni ci prospettano e la vita stessa ci regala.