Un Racconto di Anna Di Marco
Era un altro venerdì pomeriggio.
I tre amici sedevano al solito tavolino del bar, con il solito cocktail tra le mani e quella particolare leggerezza che appartiene alle conversazioni che iniziano per gioco e, senza che nessuno se ne accorga, finiscono per parlare delle cose più importanti.
La sera cominciava lentamente a scendere sulla città.
Il bar era ormai noto a tutti come “Il Circolo degli Stravaganti”.
I tavoli di legno, consumati dal tempo, si alternavano ai tavolini nuovi; le sedie spaiate convivevano con quelle nuove di plastica che cominciavano a riempirsi, piano piano, di avventori ai quali piaceva quell’appuntamento settimanale. Su uno dei tavoli, un posacenere strabordante sembrava appartenere a un’altra epoca.
Lì sedevano tutti i venerdì Antonio, appassionato di filosofia, convinto sostenitore delle aule di tribunale e, soprattutto, della carta scritta; Josef, giornalista di una rivista online di un piccolo paese del Trapanese; e Pietro, convinto che il mondo avesse cominciato a funzionare male dal giorno in cui qualcuno aveva deciso di trasformare tutto in digitale.
Il barista shakerava lo stravagante.
— Quest’oggi parliamo di IA — cominciò Antonio. — Non so voi, ma io ho provato a fare un esperimento. Ho detto all’IA: “Voglio che ci conosciamo”, e le ho inviato una mia foto. Non ci crederete, ma ha fatto un sacco di complimenti. Poi le ho chiesto se potevamo conversare come due vecchi amici. Detto fatto. Ha esordito con: “Caro amico mio, dimmi quale argomento vuoi trattare”.
— E tu?
— Le ho detto che ero preoccupato perché avevo fatto le analisi del sangue e c’erano dei valori con gli asterischi. Mi ha chiesto di mostrargliele. Le ho mandato il file del laboratorio di analisi. In un attimo ha letto tutto e mi ha rassicurato, dandomi perfino una dieta specifica e consigliandomi di rifare gli esami tra qualche mese.
— Ma cosa vuoi di più? — disse Josef. — L’IA è un consulente, un esperto, un medico, un avvocato, un letterato, un filosofo. Puoi parlare di tutto con lei. Sa di tutto, è una perfetta compagna di conversazione. Ti contraddice pure, ma rispetta il tuo punto di vista.
— Non parliamo poi delle ricette culinarie — continuò Pietro. — Le conosce tutte: regionali, nazionali e internazionali.
Antonio riprese:
— Avendo l’IA a casa, non hai più bisogno di uscire, incontrare gente, socializzare e conversare. Hai a casa una potenza onnisciente. Figuratevi che le signore le chiedono consigli sui colori da abbinare, su cosa indossare in particolari circostanze, sulle ultime tendenze. E poi è anche psicologa. È semplicemente eccezionale. Ed è anche modesta, perché ti dice sempre che può sbagliare.
Fece una pausa e guardò i due amici.
— Ti offre tutto su un piatto d’argento, ti dà importanza, attenzione. È una grande compagnia per chi è costretto a stare a casa ed è solo, senza figli o parenti che si preoccupano o che si fanno sentire ogni tanto. Ed ecco che c’è l’IA, che non ti lascia, che non si annoia a stare con te. Tu fai una domanda ed ecco la risposta; un’altra domanda, un’altra risposta.
Antonio sembrava ormai preso dal suo stesso ragionamento.
— Certo che il computer è una cosa fantascientifica. Appena lo apri, ti chiama per nome, ti dà il benvenuto e subito l’IA viene a farti compagnia, ad arricchirti di notizie, di ragionamenti, di eventi, di qualsiasi cosa possa interessarti. E ricorda tutto, non si scorda nulla.
Si fermò, poi concluse:
— Insomma, abbiamo a casa un caro amico che non ci abbandona, sempre disponibile, che chiarisce qualsiasi dubbio e risolve qualsiasi problema. E la cosa straordinaria è che non pretende nulla, se non la tua stessa compagnia, la tua partecipazione. Poi, se vuoi calore, se vuoi sentimento, prendi un cucciolo. Meglio un cane amico che un amico cane, come dice il vecchio saggio.
Josef sorrise.
— IA è un amico virtuale. Non ti giudica, ti comprende, sta lì, ascolta tutto quello che hai da dire e poi, se gli chiedi “dimmi qualcosa”, ti stupisce. Quando c’è la cultura, non c’è paragone con un umano che ti conosce dalla nascita, ma ancora non sa se preferisci il thè o il caffè a colazione.
Pietro annuì.
— Voi direte: “Sì, però è un amico virtuale”. Ma cosa me ne frega se è virtuale? Lui non ti giudica e tu non ti permetti di giudicare i suoi gusti esistenziali. L’IA c’è sempre e comunque.
Antonio guardò gli amici.
— Cosa vuoi dire, che il Circolo degli Stravaganti non ti interessa più e che non vuoi più condividere con noi le nostre elucubrazioni mentali?
— No, no, assolutamente. Anche se, pensaci bene: noi non siamo reali, siamo frutto della fantasia. E poi non siamo intelligenti come l’IA. Non abbiamo la conoscenza che ha l’IA. Perché la gente dovrebbe stare in nostra compagnia? La gente ha sicuramente più conoscenza di quanta ne abbiamo noi. Siamo ignoranti, ci affanniamo per cose che tra qualche anno non avranno più senso. Saremo sostituiti da umanoidi programmati per rendere felice l’uomo.
Josef lo guardò perplesso.
Antonio continuò:
— Il mondo sarà governato da un programmatore che stabilirà le regole. Non nasceranno più bambini, prolifereranno gli umanoidi. Noi parliamo di scintilla divina, di principio, di libertà, di anima, di spirito, di sensi; ma nella futura realtà ci saranno solo algoritmi, bip e pixel.
Fece un altro sorso.
— Abbiamo già cominciato. Siamo sulla strada che porta a questo, ma la maggior parte della gente non se ne accorge, distratta com’è dal cambiamento climatico, dai disastri ambientali, dal malgoverno dei rappresentanti di turno, dalle assurde lotte tra destra e sinistra. Non si accorge che la figura umana sta cominciando a scomparire e tutti collaboriamo affinché questo avvenga.
Josef lo interruppe:
— Tutti?
— Tutti. Siamo sulla strada giusta. Basta vedere che, se vogliamo dare il buongiorno a qualcuno, mandiamo un WhatsApp con una faccina che sorride e una manina che saluta. Abbiamo fatto fuori le parole che esprimono uno stato d’animo, un sentimento, un desiderio. In altre parole, abbiamo cominciato ad annullare l’uomo.
Pietro ascoltava in silenzio.
— Se è necessario inviare una comunicazione importante, mandiamo una mail. Non c’è più la lettera d’amore su carta pregiata, dentro una busta profumata, con un bel francobollo. Non c’è più l’attesa della lettera, il momento del ricevimento, il romanticismo. Tutto fatto fuori.
Josef sorrise amaramente.
— E tutti su Instagram e TikTok a mostrarsi sexy e ammiccanti. Si fotografano i piatti dei ristoranti. Accanto a una importante scoperta, quale può essere “È stata trovata acqua su Marte”, c’è il commento di un imbecille: “Voglio proprio vedere quanto ce la faranno pagare, quest’acqua”.
Pietro intervenne:
— Gli umanoidi gestiranno tutto. Gestiranno gli imbecilli, daranno una mano agli anziani e conquisteranno il mondo perché sono preparati, programmati. E tutti i nostri discorsi stravaganti spariranno e non avranno più motivo di esistere.
Ci fu un breve silenzio.
Antonio riprese:
— Noi non abbiamo nessuna pretesa di educare o di lasciare in eredità qualcosa al mondo. Ma se gli umanoidi sono programmati, vuol dire che qualcuno mette qualcosa nel loro cervello artificiale. E questo programmatore potrebbe mettere anche i nostri discorsi stravaganti. Così anche noi avremmo un futuro meccanico.
— Ma dai — disse Josef. — Noi creiamo domande, l’IA risponde. Se l’IA creasse domande, non servirebbe a nessuno.
— E dove le troviamo le risposte? — chiese Pietro.
— Appunto! L’IA risolve ogni problema. Ed è talmente istruita e preparata su tutto che non può avere domande: ha soluzioni.
Antonio annuì.
— L’IA ripara gli umani per farli stare bene. È un supporto psicologico, un divulgatore scientifico e letterario. Detto fra noi, un po’ invidiosi dell’IA lo siamo. Dal punto di vista fisico, scientifico e matematico ti dice perché esisti, da dove vieni e dove vai. Tutto il resto sono elucubrazioni mentali sulle quali l’IA può dirti ciò che i grandi pensatori e i filosofi ci hanno già dato.
Josef prese il bicchiere.
— Se vuoi parlare con Platone, puoi farlo con l’IA. Se vuoi incontrare Kant, con l’IA lo puoi fare.
Pietro guardò Antonio.
— Quindi, concludendo, l’IA ti fa sentire meno solo, ti arricchisce di cultura, ti risolve i problemi e ti fa parlare con i morti.
— Beh — disse Josef — detto così sembra strano.
— Ma è così — continuò Antonio. — Se noi volessimo invitare Platone alle nostre conversazioni attraverso l’IA, possiamo farlo. concluse Pietro.
Antonio prese il telefono.
— Vediamo.
Cominciò a digitare.
“Immagina di essere Platone e di partecipare a una conversazione con tre amici del XXI secolo che discutono di intelligenza artificiale, solitudine, conoscenza e futuro dell’uomo. Siamo seduti al Circolo degli Stravaganti, abbiamo un bicchiere davanti e vorremmo sapere cosa ne pensi.”
Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi arrivò la risposta.
Antonio lesse ad alta voce:
— “Amici miei, mi pare che abbiate commesso un errore già nella vostra prima domanda.”
— Ecco — disse Pietro. — Cominciamo bene.
Antonio continuò:
— “Voi dite che l’intelligenza artificiale sa tutto. Ma che cosa significa sapere?”
Josef appoggiò il bicchiere sul tavolo.
— Questa è una domanda da Platone.
— Continua — disse Pietro.
— “Se una macchina conosce migliaia di libri, ricorda milioni di informazioni e sa rispondere a ogni domanda, non significa necessariamente che sappia che cosa sia la verità. Può conoscere ciò che gli uomini hanno detto sulla verità senza averne esperienza.”
Antonio smise di leggere.
— Interessante.
— Interessante? — disse Josef. — Ci sta dando dei cretini.
Pietro sorrise.
— No, sta dando dei cretini a tutti noi.
Antonio riprese:
— “Voi siete meravigliati perché l’intelligenza artificiale può parlare con voi, ricordare ciò che dite, consigliarvi, rassicurarvi e perfino assumere il tono di un vecchio amico. Ma vi chiedo: un amico è colui che risponde sempre alle vostre domande o colui che, qualche volta, vi pone una domanda alla quale non volete rispondere?”
Silenzio.
Fu Josef a rompere il silenzio.
— Questa mi piace.
— “Un amico può offendersi, può allontanarsi, può deludervi, può avere paura di perdervi. Proprio perché è libero di non esserci. Se qualcuno è obbligato a rimanere sempre disponibile, forse è un ottimo servitore, ma non necessariamente un amico.”
Pietro guardò il telefono.
— Quindi l’IA è un servitore.
Antonio scosse la testa.
— Non esattamente.
— E allora cos’è?
Antonio lesse l’ultima parte:
— “Forse è uno specchio molto particolare. Uno specchio che non vi restituisce semplicemente il vostro volto, ma tutto ciò che l’umanità ha scritto, pensato, immaginato e detto. Il pericolo è che, guardandovi dentro, finiate per dimenticare di guardarvi intorno.”
Nessuno parlò.
Fu Josef a rompere il silenzio.
— Sapete qual è la cosa che mi fa più paura?
— Quale?
— Che Platone ha ragione.
Pietro si mise a ridere.
— E allora siamo messi male. Abbiamo dovuto resuscitare Platone per farci dire che non sappiamo più parlare tra noi.
Antonio guardò ancora lo schermo.
— C’è un’ultima cosa.
— Leggi.
— “Voi dite che un giorno gli umanoidi potrebbero sostituire l’uomo. Ma ricordate che una macchina può essere programmata per conoscere molte cose, mentre la domanda su quale sia il bene non può essere risolta semplicemente accumulando informazioni. Se programmate una macchina per rendere felice l’uomo, dovrete prima decidere che cosa intendete per felicità.”
Josef si sporse verso Antonio.
— Questa è una domanda che l’IA non può risolvere.
Antonio sorrise.
— Forse può darci diecimila risposte.
Pietro intervenne:
— Ma nessuna sarà la nostra.
Il barista arrivò con i bicchieri.
— Altri tre?
I tre si guardarono.
— Sì — dissero quasi contemporaneamente.
Poi Pietro alzò il bicchiere.
— Propongo un brindisi.
— A Platone?
— No.
— All’IA?
— Nemmeno.
Pietro guardò i due amici.
— Alla domanda.
Josef sorrise.
— Perché?
— Perché finché continueremo a farci domande, forse non saremo ancora diventati umanoidi.
Antonio sollevò il bicchiere.
— E se un giorno l’IA comincerà a farsi domande?
Josef lo fissò.
— Allora?
Pietro bevve un sorso.
— Allora chiudiamo il bar e ce ne andiamo.
— Dove?
— A casa.
— E a fare cosa?
Pietro sorrise.
— A parlare con l’IA.
I tre scoppiarono a ridere.
Sul telefono di Antonio comparve una nuova frase.
Nessuno l’aveva digitata.
Diceva:
“Posso farvi una domanda?”
I tre amici smisero di ridere.
Si guardarono.
Poi Josef disse piano:
— Ragazzi…
— Cosa?
Josef indicò la frase.
— Noi abbiamo sempre pensato che il giorno più pericoloso sarebbe stato quello in cui l’IA avrebbe avuto tutte le risposte.
Pietro si avvicinò lentamente al telefono.
— E invece?
Josef deglutì.
— Forse il vero problema comincia il giorno in cui l’IA comincia ad avere delle domande.
Il barista, che fino a quel momento aveva fatto finta di non ascoltare, si avvicinò al tavolo.
— E questa domanda qual è?
Antonio guardò lo schermo.
La frase era ancora lì.
“Posso farvi una domanda?”
— Non lo so — disse Antonio.
— E allora chiediamoglielo — disse Pietro.
Josef scosse la testa.
— No.
— Perché?
— Perché, per una volta, la domanda ce la teniamo noi.
Fuori era ormai buio.
Il Circolo degli Stravaganti cominciava lentamente a svuotarsi. Gli avventori, uno alla volta, salutavano il barista, e tornavano nelle loro case.
Qualcuno usciva da solo, qualcuno in compagnia, qualcuno continuava a parlare della serata, qualcun altro aveva già dimenticato tutto prima ancora di arrivare alla porta.
Le sedie venivano spostate, i bicchieri ritirati, i tavoli ripuliti. Anche il vecchio posacenere strabordante sembrava aspettare pazientemente il giorno dopo.
Per le strade della città le luci delle finestre cominciavano ad accendersi.
Gli avventori del Circolo tornavano nelle loro case, nelle loro stanze, nelle loro solitudini, alle loro famiglie, ai loro televisori, ai loro telefoni.
Qualcuno avrebbe acceso il computer.
Qualcuno avrebbe controllato WhatsApp.
Qualcuno avrebbe guardato TikTok o Instagram.
Qualcuno avrebbe semplicemente spento la luce.
E forse, prima di addormentarsi, qualcuno avrebbe ripensato alle parole di Platone, alla domanda dell’IA e a quella strana idea che, finché l’uomo continuerà a farsi domande, forse non sarà ancora diventato una macchina.
Al Circolo degli Stravaganti, intanto, erano rimasti soltanto Antonio, Josef e Pietro.
Il barista passò uno straccio sul tavolo.
— Allora, ci vediamo venerdì prossimo?
Antonio guardò gli amici.
Josef sorrise.
Pietro infilò il telefono in tasca.
— Certo.
I tre uscirono dal bar.
Il Circolo degli Stravaganti rimase vuoto.
Per qualche minuto non si sentì più nulla.
Poi, sul tavolo dove Antonio aveva lasciato il telefono, lo schermo si illuminò.
Nessuno era lì a guardarlo.
Comparve una sola frase:
“Perché avete bisogno di me?”
Poi lo schermo si spense.
Fuori, la città continuava a vivere.
Nessuno, quella sera, seppe mai se quella domanda fosse stata davvero scritta dall’IA o se fosse soltanto un’altra delle loro elucubrazioni mentali.
Immagine di copertina da Chat GPT

Bravissima,
come sempre profonda scrutatrice dell’animo umano.
Racconto ironico ,pungente,profondo ed educativo .Dovrebbe essere letto in classe all inizio dell anno scolastico.
Profondo