Riflessioni su un aggettivo abusato
Chiedo scusa ai lettori se parto da un episodio personale, ma talvolta gli episodi personali possono aprirsi su tematiche ben più ampie.
Un caro amico, proveniente da un contesto politico diverso dal mio, ma sempre acuto e autorevole nei suoi giudizi, mi ha definito un “liberale sbagliato”, espressione tutt’altro che irrispettosa od offensiva, e che merita sicuramente qualche approfondimento per giustificare una diversità di cui si può anche andare orgogliosi.
È vero: vengo dal grande mondo antico del liberalismo classico, nella sua declinazione subalpina dei Cavour, dei Giolitti, degli Einaudi, dei Soleri e nella più recente versione cuneese dei Costa e dei Fassino; un’eredità ideale rispettosa dei canoni classici del liberalismo-liberismo come delineati dalla tradizione che inizia con Locke e Adam Smith e, attraverso molte altre elaborazioni, giunge sino a Von Hayek e Milton Friedman. Un liberalismo-liberismo puro e ben radicato nella cultura politica ed economica occidentale fino a diventarne la colonna portante, e oggi apparentemente assunto come riferimento da tutti coloro che affrontano un confronto o un intervento nel dibattito politico, anche da chi – sino a pochi anni fa – vedeva in questa dottrina il demone culturale e materiale da combattere e abbattere.
Ma la domanda che oggi va posta senza nostalgie e passatismi è questa: quale liberalismo-liberismo è proponibile in una società così diversa da quella in cui vissero i padri di quella grande e nobile tradizione?
Intanto dividiamo il concetto, come sa chiunque affronti questo discorso: liberalismo come visione culturale e politica, e liberismo come visione economica.
Sotto il profilo culturale e politico, come interpretare e giudicare una società in cui il potere ha cambiato natura e atteggiamenti nel governarla? Tutti noi sappiamo che il liberalismo classico nasce come metodologia di contenimento del potere statale a favore di quella che possiamo definire “società civile”. Di qui una grande quantità di derivati storici: habeas corpus, stato di diritto, separazione dei poteri, costituzionalismo, diritti umani e universali, indipendenza della magistratura, libertà civili ed economiche e molto altro ancora.
Ma oggi tutto questo è sufficiente?
Come si diceva, il potere ha cambiato natura. Non è più solamente rappresentato dal Leviatano statale di Hobbes, la cui arroganza è stata, negli ultimi tre-quattro secoli, contenuta dagli strumenti di controllo elaborati e imposti, appunto, dal liberalismo e dall’avanzata della democrazia. Oggi il potere risiede altrove: nel capitalismo della sorveglianza, per usare la definizione della Zuboff, che tutto sa e tutto vede, e sempre di più vuol sapere e vedere del cittadino tramite la digitalizzazione della sua vita (si pensi all’incombente realizzazione dell’euro digitale che dirà tutto di noi a chi lo gestirà); ma risiede anche in un’informazione e una comunicazione strumentalizzate e deformate per imporre il pensiero unico (gli esempi della narrazione ambientalista, della propaganda covidaria, del manicheismo nella rappresentazione della guerra russo-ucraina sono molto recenti); e ancora risiede in un elitismo sempre più ristretto in cui la stragrande maggioranza delle decisioni pubbliche viene sottratta al circuito democratico e sequestrata dai grandi poteri sovranazionali (la nascita dell’Unione europea ne è un esempio lampante). Il fatto che un solo uomo, di nome Larry Fink, sia contemporaneamente presidente del più grande agglomerato finanziario mondiale -BlackRock- e del più importante think tank internazionale, il World Economic Forum, non fa riflettere?
E’ inevitabile che il liberalismo classico debba adeguare la sua analisi a queste nuove incombenti realtà e formulare altre soluzioni.
Anche sotto il profilo economico la visione liberale-liberista deve adeguarsi ad un mondo nuovo che ha archiviato lo scenario dei secoli scorsi. Il cosiddetto neo-liberismo, che la narrazione corrente fa emergere nei primi anni Ottanta del secolo scorso con personaggi come Reagan e Thatcher, è semplicemente un’estremizzazione del liberismo classico applicata alla totalità dei soggetti produttivi, ma soprattutto a quelli più grandi, monopolisti od oligopolisti, che già detengono un immenso e consolidato potere nei mercati nazionali e sovranazionali. Il vecchio liberismo di un Einaudi, ad esempio, appare quasi patetico nella sua semplicità e nella sua limpida fiducia nello spontaneo armonizzarsi delle tante iniziative economiche, ma anche nella sua sincera avversione verso ogni forma di restrizione e monopolizzazione del mercato, soprattutto da parte dello stato.
In un mondo dove il potere finanziario sembra concentrato nelle big three (BlackRock, Vanguard, State Street) che tramite le loro partecipazioni diversificate in tutti i settori economici sono diventate il vero e potentissimo super-governo dell’economia mondiale – e non solo dell’economia – la loro capacità di governo globale appare ormai in tutta la sua pericolosità ( si veda il recente autopubblicato Padroni nell’ombra di Tiziana Alterio, 2025, o anche i saggi di Alessandro Volpi o quelli -più datati ma ancora interessanti- di Giorgio Galli e Giulio Caligiuri).
La vecchia visione liberista, temperata dai presupposti politici e filosofici del liberalismo classico, aveva sì come fondamento la libertà d’impresa e di concorrenza fra soggetti economici, ma affiancava a queste libertà una solida avversione verso tutto ciò che in qualche modo limitava o sopprimeva quelle libertà, come l’interventismo statale ma anche -e soprattutto- come la presenza dei grandi monopoli e oligopoli privati,
Oggi che il neoliberismo, l’ordoliberismo e il mercatismo dilaganti hanno stravolto i rapporti economici e ripristinato il primato dei grandi gruppi, ci chiediamo se quell’antico liberismo sia superato o possa efficacemente, ancora oggi, essere un’arma efficace da contrapporre alla sfrenata predominanza di quei grandi poteri nazionali e sovranazionali; poteri che, pur esaltati da quelle teorie, contraddicono in concreto il principio della libertà d’impresa e della concorrenza, spesso con comportamenti e strumenti ricattatori e oltre il limite della legalità, come a suo tempo evidenziato da Galli e Caligiuri e, più recentemente, da Marcello Foa nel suo La società del ricatto, recensito su queste pagine nel novembre scorso.
Quello che ci stupisce è che oggi quasi tutti si definiscono liberali. Ma a quale liberalismo si riferiscono? A quello antico e saggio ma ormai inadeguato per interpretare il mondo di oggi? All’iper-liberalismo anglosassone che idolatra ogni nuovo diritto, anche se insignificante, futile e semplicemente modaiolo? Al neoliberismo che deregolamenta tutto e scioglie le briglie all’economia di rapina e prevaricazione?
Oppure a un liberalismo nuovo, saldamente fondato sui vecchi e intramontabili principi settecenteschi, ottocenteschi e, in parte, novecenteschi, ma rivisti e adattati a una società che ha un estremo bisogno di difese contro l’irrazionalità e il pensiero unico, contro il sequestro della democrazia, contro l’oligarchia in politica e i monopoli in economia, contro la schedatura pervasiva degli esseri umani tramite crescenti follie digitali, contro una informazione sempre più controllata e indirizzata dai poteri forti, contro il declino del diritto internazionale ferito ogni giorno dalla logica della forza e della sopraffazione?
La risposta è ovvia, anche a rischio di sembrare un liberale “sbagliato”.
