L’opinione di Ginevra Cerrina Feroni
E così dopo una vita lunga, e per noi fastidiosa, sembra che l’ideologia woke ci stia abbandonando.
Naturalmente non esultiamo ancora appieno: sappiamo quanto sia difficile sradicare le cattive abitudini e le male piante culturali, soprattutto se abbarbicate in decenni di indulgenza collettiva e di sostegno mediatico; eppure, alcuni indizi qua e là ci inducono ad essere speranzosi.
Prima Alexandria Ocasio-Cortez, figura eminente dei democratici americani, che l’ha definita crazy e, a seguire, l’abiura di Giuseppe Conte su Repubblica di qualche giorno fa e poi la minima e fumosissima critica di Chiara Valerio sullo stesso quotidiano: episodi significativi a cui si accompagna -sembra- una progressiva presa di coscienza della sinistra modaiola nostrana, la quale ha compreso come quel modo di essere, di pensare, di parlare non porti voti, o addirittura ne faccia perdere, cosa che è l’unica veramente importante per chi gestisce quel mondo politico.
E si può aggiungere ancora il tragico episodio di Jason Arday, il più giovane professore nero di Cambridge, prima esibito come simbolo di inclusione e antirazzismo e poi tristemente riproposto come conclamata figura di truffatore intellettuale con il conseguente suicidio dell’interessato.
Un duro colpo per la mitologia woke, già in declino a livello globale e un caso apparentemente esemplare di protezione di minoranze sottovalutate, che però ha finito per rivelare la falsa valorizzazione di una persona da parte delle istituzioni universitarie in violazione del fondamentale principio di uguaglianza; cosa che, visto l’epilogo, ha finito per indebolire sia quel principio che si voleva proteggere sia le istituzioni stesse.
A questo aggiungiamo l’imperdonabile gaffe di Stefano Bonaccini sulla destra “che non ha studiato” e avremo un quadro ancora più preciso: una sinistra che sembra rendersi conto di non parlare più un linguaggio condiviso dalla maggioranza della gente, e soprattutto della “sua” gente. Il woke come ideologia delle classi privilegiate e la supposta superiorità culturale di una sinistra narcisista ai limiti del razzismo rappresentano (o forse rappresentavano) ormai da molto tempo il biglietto da visita di quell’ambiente, un biglietto da visita fatto di spocchia e alterigia condivise non solo da chi effettivamente possedeva una formazione culturale al di sopra della media ma anche dal popolino di sinistra con la licenza media che però viveva e si beava della sua “giustezza” morale.
Questo rendeva quel popolo in tutte le sue sottospecie -colto, acculturato, semi-colto, decisamente incolto- di un’antipatia irritante nella sua presunzione, come aveva ben visto e descritto Luca Ricolfi, uomo di sinistra ma profondamente equilibrato e intelligente, nel suo libro del 2008 Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori (Ed. Longanesi).
Un libro decisamente profittevole e divertente per chi non è di sinistra e totalmente inutile per chi invece di sinistra lo è, e quindi rocciosamente incapace di mettersi in discussione.
Ma, al di là di tutta questa narrazione, resta l’estrema pericolosità di una dottrina aggressiva e intollerante, del tutto inconsistente sotto l’aspetto culturale, ma perfettamente in grado di provocare danni irreparabili nella nostra società, aggirando e spesso abbattendo alcuni dei principi giuridici fondamentali che la sostengono.
Ne parla Ginevra Cerrina Feroni, docente di diritto costituzionale e diritto pubblico comparato nell’università di Firenze nonché vicepresidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, nel suo recente saggio Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del politicamente corretto (Rubbettino, 2026).
La giurista sostiene che “nel nuovo ordine morale si procede per epurazioni etiche, e chi non tiene la linea si trasforma in nemico, ridicolizzato, ostracizzato, le sue idee squalificate come prive di valore, anzi nocive e contaminanti”.
Il woke, secondo Cerrina Feroni, è un pericoloso e pervasivo modo di ragionare che ha trovato nella giurisprudenza “creativa” di molti giudici un efficace strumento di espansione. Abbiamo in più occasioni fatto rilevare, proprio su queste pagine, quanto pericoloso sia questo tipo di giurisprudenza che fa prevalere le convinzioni personali del giudice, molto spesso informate proprio ai principi del politicamente corretto, sul dato testuale della legge stravolgendo non solo la sua volontà ma anche il principio stesso di certezza del diritto e, spesso, altri fondamentali principi della nostra Carta fondamentale, oltre che l’idea stessa di stato costituzionale con la connessa separazione dei poteri.
Cosa che è avvenuta non solo nell’ambito dell’immigrazione ma, nota Cerrina Feroni, anche in campo familiare e in quello della genitorialità, svilendo l’idea di famiglia naturale delineata nell’articolo 29 della Costituzione e utilizzando il superiore interesse del minore come chiave ideologica per legittimare i desideri degli adulti.
A questo vanno poi aggiunti tutta una serie di altri malefici indotti dal woke nella nostra civiltà politica e giuridica: la condanna a priori che ha sostituito il confronto dialettico tra pari, che è l’essenza della nostra società liberale; la compressione della libertà di espressione, altro pilastro sempre della stessa civiltà liberale, attraverso micidiali “schemi di interdizione semantica”; lo sdoganamento di un certo tipo di Islam incompatibile coi nostri principi, in particolare per quanto riguarda la libertà delle donne; le gravi violazioni dei diritti costituzionali dei non vaccinati durante l’epidemia di Covid; la contaminazione fra mentalità woke e l’intelligenza artificiale che si evidenzia particolarmente nella censura automatica delle opinioni divergenti nei social; il concetto indefinibile di “discorso di odio”. In altri termini, con il woke sono i soggetti privati a stabilire i confini di ciò che si può dire e di ciò che non si può dire; e la libertà di espressione, formalmente ancora garantita dall’ordinamento giuridico, in particolare dall’articolo 21 della Costituzione, di fatto viene fortemente limitata e compromessa da un’ideologia che sembra marciare sempre più verso il totalitarismo culturale, facendo sì che quella libertà diventi “socialmente sempre più costosa”, e a chi trasgredisce rimangono solo tre possibilità: “ritrattare, scusarsi e poi tacere”.
Si sta assistendo cioè a quella che Cerrina Feroni definisce la subdola ma reale “transizione da uno stato democratico fondato sullo stato di diritto a uno stato ideologico”: la nostra è una democrazia matura, ancora con elezioni e senza organismi ufficiali di censura, ma esiste oggi il rischio sottile ma concreto che lo stato, pur rimanendo democratico nelle forme, possa cominciare a distinguere fra le idee considerate responsabili e quindi “meritevoli”, da accogliere nel dibattito pubblico, e opinioni giudicate “indegne” di circolare e quindi da escludere dal confronto. Qui lo stato liberale -o meglio, non più liberale- assume una connotazione ideologica di stato morale ancora peggiore dove i diritti sono riconosciuti soltanto a chi condivide i valori dominanti.
E sotto un profilo più filosofico -nota ancora la giurista- se non lo si contrasta, il woke realizzerà anche la famosa distopia di Orwell che ipotizzava la cosiddetta “neolingua”, una lingua artificiale che non solo lascia fuori dal suo ambito le parole indesiderate ma modifica quelle permesse mutandone radicalmente il significato, e mutandone il significato modifica anche la capacità di pensiero dell’essere umano.
Forse, è ora di riflettere seriamente su tutto ciò prima che ci venga sottratta la stessa capacità di riflettere.
