Il Governo conferma la data del 22-23 marzo
La campagna elettorale per il referendum sulla Giustizia è giù partita a inizio anno, soprattutto da parte dei sostenitori del SI. Forza Italia in primis, con l’apertura nazionale della stagione referendaria, seguita da diverse manifestazioni locali e regionali tutt’ora in corso. Sulla scia della battaglia iniziata da Silvio Berlusconi, cerca di illustrare le ragioni valide per sostenere il voto del SI.
Così FdI e Lega compatti per il SÌ, seguiti dai Radical in memoria dell’impegno di Marco Pannella e della tragica vicenda che ha colpito Enzo Tortora. Si sono uniti anche autorevoli esponenti della sinistra che sono rimasti coerenti con i presupposti della Riforma ancora incompiuta del socialista Giuliano Vassalli. In una intervista, Vassalli affermava che «il concetto del sistema accusatorio», che nel 1987 stava per essere introdotto in Italia, «è assolutamente incompatibile con molti altri principi destinati a restare in vigore nel nostro diritto, e in particolare con il nostro ordinamento giudiziario». E aggiunge che la prima e fondamentale «incompatibilità» è proprio l’assenza della separazione delle carriere. Vassalli sottolinea come non sia quasi nemmeno corretto «parlare di sistema accusatorio, laddove il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice (…) e continuerà a far parte della stessa carriera, degli stessi ruoli…». Vassalli conclude che «il nostro ordinamento giudiziario non cambierà, se non in minima parte».
Parole profetiche che però non attraggono l’ultrasinistra e il PD di Elly Schlein, che non conserva memoria del grande giurista, ex ministro di Giustizia e presidente della Corte costituzionale.
I sostenitori del NO, più che entrare nel merito del quisito, ne hanno fatto una battaglia politica unendo argomenti qualunquisti ed eterogenei, per andare contro al governo Meloni, facendo un tutt’uno, anche con le rivendicazioni dei seguaci di Askatasuna. Nel quasi silenzio ufficiale, hanno però raccolto le firme da presentare in Cassazione per modificare il quesito referendario.
Cambia così il quesito del referendum sulla giustizia. L’ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha infatti riformulato il testo alla luce della raccolta firme depositata dal ‘Comitato dei 15 promotori’ che ha raccolto oltre 500mila sottoscrizioni. Il vecchio quesito, ormai destinato all’oblio, era il seguente:
“Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”.
Il nuovo testo si presenta così:
“Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?'”.
Per i cittadini cambia poco o nulla. Anzi, il nuovo quesito è indubbiamente più tecnico e ostico di quello precedente. Insomma, si tratta di una riformulazione che magari dirà qualcosa ai giuristi, ma non certo potrà spostare anche un solo voto da una parte e dall’altra. In ogni caso il dato è tratto: l’ufficio presso la Corte di Cassazione ha accolto la richiesta dei promotori dell’iniziativa per il “NO”, sancendo dunque la modifica al testo a campagna referendaria in corso. Si tratta di un unicum nella storia dei referendum.
In realtà l’obiettivo dei promotori era anche – se non soprattutto – un altro. Ovvero spostare la data della consultazione che il governo ha fissato al 22 e 23 marzo. I sostenitori del “no” speravano che allungare la campagna referendaria possa avvantaggiare la fazione dei contrari nello scontro finale alle urne.
Il Consiglio dei ministri del 7 febbraio ha deciso così di integrare il quesito e di confermare le date già fissate per la consultazione, individuate nei giorni 22 e 23 marzo.
Da oggi dovrebbe ripartire con maggior slancio la campagna elettorale per il referendum. Tra le argomentazioni sostenute dai fautori del NO, veniva spesso abbandonata l’analisi giuridica del quesito, per dare spazio ad accuse generiche nei confronti del governo. Tra i temi toccati si è tornato, peraltro in modo improprio, a calcare l’ormai logoro tasto del fascismo, con la scelta fascista del governo, ecc.
Tema quando mai errato che rivela il pressapochismo del cartello del NO. Se i promotori avessero intenso approfondire l’argomento sotto il profilo storico, avrebbero scoperto che la traccia seguita era impropria e strampalata.
Infatti, gli pseudo “antifascisti” che attaccano la riforma Nordio, dovrebbero documentarsi e capire che, l’unione delle carriere è opera di Benito Mussolini (Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12), perché già prima del fascismo PM e giudici erano separati.
Fu il regime a unificarli, perché un corpo unico è più controllabile. E infatti venne controllato. Dopo il ’45 non ci fu alcuna riforma strutturale. I costituenti introdussero solo correttivi per evitare il controllo dell’esecutivo. Un esempio è il Consiglio Superiore della Magistratura. Ma dopo circa ottant’anni un corpo unico, chiuso e autoreferenziale, tutelato dai rischi esterni, ha finito per essere controllato dall’interno da correnti di potere, corporativismo e gestione politicizzata. E poiché la magistratura esercita un potere fondamentale nello Stato, questa situazione non è più accettabile.
La riforma di Carlo Nordio fa quindi ciò che per decenni nessuno ha avuto il coraggio di fare e non ha nulla di autoritario. Al contrario, ripristina la separazione originaria, mantenendo tutte le garanzie costituzionali introdotte nel dopoguerra.
Non a caso i grandi giuristi del periodo prefascista come Francesco Carnelutti, Santi Romano, Vittorio Emanuele Orlando, Giuseppe Chiovenda, Filippo Vassalli erano contrari all’unione delle carriere e vedevano nella separazione tra PM e giudici una garanzia di maggiore neutralità e obiettività della magistratura.
E Piero Calamandrei non era contrario alla separazione in sé. Temeva un PM separato senza una propria autonomia. È uno dei vuoti che la riforma costituzionale oggi all’esame colma, prevedendo un organo di governo dei PM distinto e indipendente da quello dei giudici.
Paradossalmente, la riforma Nordio è più antifascista dello status quo che oggi viene difeso dalla sinistra.
Ecco un motivo in più per votare SÌ al referendum confermativo.

Ottimo articolo caro Francesco. In televisione stanno spiegando pochissimo del Referendum Giustizia e questo tuo articolo specifica molto bene la questione.