Sabino Cassese è senz’altro uno dei massimi giuristi italiani ma anche un acuto commentatore della quotidianità le cui argomentazioni sono sempre sostenute da una solida conoscenza della realtà. Sul Corriere della Sera del 23 luglio scorso ha introdotto un argomento che può sembrare noiosamente tecnico ma che, a nostro avviso, ha delle implicazioni politiche di enorme portata.
Il 16 luglio la Commissione europea ha presentato il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 che dovrà essere approvato all’unanimità dal Consiglio e, a maggioranza, dal Parlamento europeo. La spesa prevista di circa 2.000 miliardi di euro -285 miliardi per anno- è coperta, come in passato, per tre quarti dai contributi dei governi nazionali e per il rimanente da dazi e tributi della più varia natura. Le destinazioni di spesa dovrebbero essere principalmente: coesione e agricoltura, competitività, azione esterna, difesa, Ucraina.
La spesa prevista, in apparenza grande, rappresenta però solo l’1,26 per cento del prodotto interno lordo dell’Unione Europea, mentre la spesa pubblica media dell’UE incide per circa il 50 per cento sul PIL degli stati.
L’Unione detta regole in una grande quantità di materie, dall’agricoltura alla pesca, dalla politica commerciale a quella monetaria, ma anche in materia ambientale, ricerca, innovazione, energia, comunicazioni, trasporti e molto altro ancora. “E’ un gigante regolatorio”, scrive Cassese, “ma è nello stesso tempo un nano finanziario. Non c’è un equilibrio tra la quantità di standard che detta e la quantità di entrate e spese che gestisce: quest’ultima è così limitata che impedisce il pieno svolgimento di quella funzione redistributiva che è propria di qualunque potere pubblico moderno”.
E poi conclude: “con un bilancio che è pari a quello di uno dei suoi più piccoli stati membri, come può l’Unione far sentire la propria voce nel mondo?”
E’ una domanda perfettamente in linea e consequenziale all’analisi che l’articolista ha svolto, ma si tratta anche di una domanda che fa venire i brividi a chiunque non sia un fervente euro-entusiasta, una domanda che probabilmente circola sempre più insistentemente nell’establishment europeista che già oggi governa il continente, e a cui con tutta probabilità appartiene anche un eminente intellettuale come Cassese.
In sostanza, ciò che trapela dalle argomentazioni sopra riportate è il desiderio crescente di reperire nuove risorse finanziarie in grado di soddisfare la bulimia di potere che regna a Bruxelles. Dire che l’attuale bilancio europeo non può sostenere le sempre crescenti “funzioni regolatorie” dell’Unione significa dire -in parole meno paludate e più crude- che l’Europa vuole più soldi da spendere; e se non bastano i contributi nazionali e le sporadiche tasse attualmente applicate, allora bisognerà inventarne di nuove assegnando all’UE un ulteriore potere, oltre a quelli che già possiede, vale a dire un vero, nuovo, forte potere impositivo.
Si tratterebbe di un altro passo verso la rinuncia alla nostra – e altrui – sovranità nazionale, dopo quella alla sovranità monetaria, alla sovranità normativa e, prossimamente, alla sovranità militare. Probabilmente non c’è una funzione statale più tipica della tassazione, una funzione che maggiormente ci fa sentire assoggettati a un potere riconoscibile come sovrano. Ma si tratta di un potere che deve essere assolutamente limitato e strettamente controllato dalla sovranità popolare secondo il noto principio no taxation without representation.
È fin troppo evidente la rapacità di chi, essendo al potere, vuole sempre più risorse per attuare le proprie scelte, spesso del tutto opinabili e indotte, o spesso imposte, dai gruppi di pressione nazionali e internazionali sulla base di emergenze immaginarie. Si pensi solo alla disinvoltura con cui ultimamente si parla delle ingenti spese militari (o quelle di salvaguardia ambientale) previste dai governi nazionali o dalle grandi entità sovranazionali la cui necessità e ineluttabilità sono tutte da dimostrare.
Creare un nuovo livello di imposizione tributaria, oltre a quello già pesante dei singoli stati (in Italia si è oltre il 40 per cento), significa aggiungere un ulteriore elemento di incontrollabilità e arbitrarietà nel prelievo fiscale, elemento che sarà gestito da istituzioni, persone, gruppi di pressione collocati all’estero e al di fuori di ogni nostro controllo.
Il rischio è che un’altra e consistente fetta della nostra ricchezza nazionale ci venga sottratta e destinata a scopi lontani, estranei, opachi, incontrollati e incontrollabili e non necessariamente volti a qualche reale e condivisibile nostro interesse collettivo.
Oltretutto non c’è nessuna garanzia che possa essere attuato un reale coordinamento fra il nostro sistema impositivo e quello europeo, con la conseguente nascita di duplicazioni, incongruenze, vuoti normativi e applicativi, problemi interpretativi; ma, soprattutto, ci sarà il rischio che un presunto coordinamento si traduca in realtà in un ulteriore incremento di pressione tributaria complessiva, come accaduto sovente in passato.
Se poi si tiene conto di come vengono assunte le decisioni di spesa a livello europeo e il fortissimo e oscuro potere delle lobby che le determinano (il caso Pfizer-Von der Leyen insegna molto) non ci si può aspettare nulla di buono da questo nuovo e ipotetico livello superiore di bilancio.
Certo, qualcuno dirà che quest’altro vincolo esterno sarà salutare per la finanza pubblica italiana, da decenni abituata a quell’allegria gestionale che ci ha condotti all’attuale e drammatica situazione debitoria. Chiediamoci però se sia veramente auspicabile la sottrazione della capacità di spesa del nostro governo (leggasi “austerità”) -spesa che comunque si traduce in reddito per i nostri concittadini- a favore di un aumento di benefici per non identificati e non identificabili soggetti stranieri collocati lontano, oltre le Alpi, forse addirittura oltre qualche oceano, e sicuramente oltre la sfera dei nostri interessi e delle nostre aspettative.
Ma veramente vi andrà bene una nuova tassa, o anche solo una nuova addizionale IRPEF, per comprare altri cannoni a Zelensky, o aumentare lo stipendio a un usciere di Palazzo Berlaymont, o incentivare la produzione di cavoli bavaresi o, peggio, per salvare una qualche banca spagnola in bancarotta?
